IL CONTROLLO CONTRADDITTORIO che prima protegge, ma poi imprigiona

di Elisa Balbi

 

Tipica delle migliori intelligenze, la tendenza al controllo rientra in un modo di funzionare detto ossessivo, caratterizzato dalla necessità di ottenere il massimo dalle diverse situazioni nella relazione con se stessi, con gli altri e con il mondo. Da un punto di vista comportamentale, esso si può tradurre in atti di vario genere, volti a prevedere con una discreta approssimazione il fluire degli eventi.

Seppure possa apparire macchinoso, in realtà tale processo avviene in maniera talmente naturale e spontanea che la persona stessa non se ne rende conto; si tratta di una sorta di sistema auto poietico che si auto sostiene e si autoalimenta, creando nella maggioranza dei casi un circolo virtuoso. In tale accezione, la tendenza al controllo è un’importante risorsa, che in quanto tale va incoraggiata, sostenuta e coltivata, sia da parte della persona che la possiede che di coloro che gravitano sulla sua orbita. Moglie, fidanzata, compagna, così come eventuali figli o collaboratori possono contare a occhi chiusi su un uomo che viva nutrendo tale risorsa.

Come tutte le risorse che rappresentano una nostra dotazione naturale, tuttavia, anche la predisposizione al controllo può nascondere in sé un limite, ossia quello di ritenere che il massimo del controllo lo si ottenga avendo tutto sotto controllo. Cosa si intende con tale affermazione? Pensiamo all’uomo che, abituato a considerare il proprio CONTROLLARE TUTTO come un asso nella manica, si trovi in una situazione nella quale esistono molte variabili imprevedibili, come nel caso delle relazioni, che prevedono interazioni di varia natura con gli altri, con gli eventi esterni e con le reazioni emotive che tali intrecci inevitabilmente suscitano.

Come è possibile avere la certezza che quello che gli altri ti propongono sia sincero? Come si fa a valutare se il sentimento che provo io sia provato con la stessa intensità dall’altro? Come posso essere sicuro che il mio concetto di relazione corrisponda a quello dell’altra? E, anche se fossi sicuro delle mie relazioni, come faccio ad escludere che quello che vedo nell’altro in realtà non esista, ma voglio vederlo io? Sono dubbi amletici questi che, alla stregua del famoso “Essere o non essere”, non trovano soluzione nella logica razionale aristotelica, ma all’interno di una processualità di pensiero non ordinaria, nella quale si inseriscono tre eventualità: col controllo paradossale, il controllo contraddittorio e il controllo della credenza.

In questo scritto, ci occuperemo del secondo tipo di controllo, ovvero di quello contraddittorio, cercando di scoprire che cosa si intenda per tale variante, come essa può diventare da funzionale controproducente e, sul finale, un piccolo suggerimento rivolto a chi, leggendo, si ritrovi nel profilo descritto.

Con l’espressione CONTROLLO CONTRADDITTORIO ci riferiamo al tentativo di controllo che prima protegge, ma poi imprigiona: l’uomo che controlla efficacemente è spinto ad attribuire alla propria capacità di controllo un grande peso nel mantenimento e nell’aumento del proprio gradiente di soddisfazione. E fino a qui non v’è nulla da eccepire. Il problema emerge quando qualcosa non va come previsto nella relazione con se stesso, con gli altri o con il mondo. Il controller contraddittorio rischia di entrare in differenti trappole, ma che hanno tutte lo stesso effetto: un esponenziale incremento del proprio senso di incapacità, con attribuzione all’esterno della responsabilità del proprio fallimento.

Nello specifico, ci riferiamo a colui che reagisce, di fronte al discontrollo, con se stesso mettendo in dubbio la propria capacità di applicare la strategia, piuttosto che l’adeguatezza della stessa. In altri termini, certo che la strategia che ha sempre funzionato sia quella giusta, quando la stessa non funziona egli ritiene di non essere stato abbastanza bravo ad applicarla, quindi dapprima insiste intensificando lo sforzo, poi si arrende. La condizione descritta non è così dissimile da quella del mulo che, abituato a percorrere ogni giorno la medesima strada, una mattina trovi il tronco di un albero sulla via che non era mai stato lì. Prova allora a spingerlo ai margini ma non riesce, allora, pensando di non avere applicato abbastanza forza, prende la rincorsa al fine di spostare l’ingombrante intruso. Ogni volta, la rincorsa è maggiore e magari l’imprevisto vibra, ma non si sposta. Nel frattempo, testata dopo testata, il mulo comincia ad essere sempre meno lucido, fino a che cade a terra, esanime. L’imprevisto non rientra dunque nella logica del nostro uomo, la non controllabilità neppure; in altri termini si crea una sorta di surreale coincidenza tra la propria capacità di controllo e il senso di fiducia nei confronti delle proprie capacità, per cui se fallisce la prima, crolla inesorabilmente anche la seconda. Il risultato è il passaggio da una condizione di sicurezza in sé a una di insicurezza e di scarsa autostima. Gli effetti sono o la resa, non ritenendosi abbastanza in grado, oppure l’accontentarsi forzato di chi agisce come il motore di una Ferrari montato su una Cinquecento.

Nei rapporti con il mondo succede qualcosa di leggermente differente, nel senso che il grado di responsabilizzazione può essere anche lo stesso, ma non si traduce in un senso di sfiducia rispetto alle proprie risorse, bensì in un senso di impotenza di fronte ad eventi della vita che non paiono più controllabili come prima e che, mano a mano, diventano una sorta di profezia che si auto realizza in negativo. Rimanendo nell’analogia con il mulo, in questo caso, trovandosi di fronte ad un albero che blocchi il proprio cammino, questi sobbalza e, scosso dall’imprevisto, non procede oltre, ma torna indietro rinunciando a procedere in virtù di una previsione mancata. Il giorno dopo, nonostante l’accaduto, l’animale riprende la stessa via trovandosi di fronte allo stesso albero, quindi torna indietro, così come farà il terzo e il quarto giorno, quando comincerà a chiedersi come mai capitano tutte a lui. Il quinto giorno parte già pensando che sicuramente si troverà di fronte allo stesso problema, non tanto con l’obiettivo di risolverlo, ma convinto che una forza esterna gli stia giocando un bello scherzo, mettendolo di fronte a qualcosa che sempre più percepisce come il frutto di una sventura. Procede quindi con fare sempre più circospetto, guardando di sottecchi la natura intorno, avvertendola ogni volta sempre più foriera di possibile danno, fino a che, il sesto giorno, decide di non partire. Come si può tradurre questo in riferimento al nostro uomo? L’’imprevisto è percepito come una forza esterna che si frappone tra sé e la possibilità di raggiungere il proprio obiettivo che, nei fatti, si traduce nel cominciare la giornata profetizzando una serie di possibili e imminenti catastrofi che teme che possano accadere, pur mantenendo la speranza che non avvengano. Dove si crea la trappola? Quando il nostro malcapitato comincia ad agire nel tentativo o di prevenire tali eventi oppure di difendersi, rendendoli in questo modo invenzioni più vere e credibili della verità. Temo qualcosa, mi comporto in virtù di questo timore, lo alimento confermando ogni volta di esserne l’involontario e soprattutto impotente ostaggio. Questo, alla fine, si traduce in un senso di incapacità rovinoso tanto quanto il precedente, seppure più magico. Mentre con sé stesso il nostro uomo è colui che si fustiga con il cilicio per il proprio essere incapace e inetto, nelle relazioni con il mondo il percepito è più vicino a un senso di impotenza di fronte a qualcosa di più grande; una sorta di fantomatico destino già definito non lascia scampo ad un uomo che, sentendo a priori di non avere potere di intervento, agisce da sconfitto, diventando quindi vittima di una resa anticipata. E chi si arrende sicuramente non corre il rischio di vincere.

Giungendo all’interazione con gli altri, il proprio spesso vittimistico senso di inferiorità porta a percepire, a prescindere delle prove di tale inadeguatezza che quasi sempre sono il frutto di una sensazione e non di una prova evidente, se stesso come essere inferiore e gli altri o come esseri superiori o come individui malevoli e rifiutanti. Nel tentativo di difendersi, il nostro controller contraddittorio tenderà a ritirarsi sempre più in se stesso, coltivando così da un lato il proprio senso di essere sbagliato, quindi facilitando la trasformazione del giudice interiore pur severo in un boicottatore, per cui qualunque faccia sbaglia, dall’altro rafforzando la sensazione di, non essendo abbastanza all’altezza, poter essere rifiutato. In quest’ultimo caso, è facile che il giudice boicottatore si trasformi in un inquisitore interno che esaspererà la tendenza alla chiusura a tal punto che questa si trasformerà, gradualmente, in una comunicazione rifiutante nei confronti degli altri che andrà ad alimentare ulteriormente il proprio senso di rifiuto. In entrambi i casi, il risultato si ritorcerà contro al nostro uomo che, a questo punto sarà paragonabile all’uomo della storia di Kafka che si dichiari colpevole di una colpa non commessa e che per questo venga imprigionato. Un giorno nota che nel cortile interno della prigione stanno costruendo un patibolo che egli ritiene possa essere dedicato a lui. Questi fa il possibile per uscire di prigione, riesce ad evadere, entra nel cortile, sale sul patibolo e…si impicca con le proprie mani.

Poiché in questo caso il senso di rifiuto è il frutto di una dispercezione soggettiva di se stesso, quindi un effetto di un conflitto della persona con il proprio interno e dove il conflitto con l’altro è eventualmente secondario, l’oggetto di intervento sarà la persona stessa e non il suo interlocutore. Chi si dovesse dunque riconoscere in una delle condizioni descritte, è invitato a proporsi un piccolo esperimento da svolgere ogni mattina, per il quale occorrono solo cinque minuti del proprio tempo, quindi non esistono scuse. Quaderno alla mano e guardando la giornata che ha di fronte, il nostro uomo e la nostra donna si pongano la seguente bizzarra domanda:

“ Se io, oggi, avessi deciso non di migliorare la mia giornata, ma di volontariamente e deliberatamente farla peggiorare, e scorrere in una direzione completamente differente rispetto a quella desiderata, cosa dovrei fare o non fare, pensare o non pensare per volontariamente e deliberatamente rovinare la mia giornata”

Dopo avere scritto, si lascerà andare la giornata come viene e, solo verso sera, si potrà riaprire il quaderno e, osservando lo scritto e assieme la giornata appena trascorsa, valutare quali delle opzioni per peggiorare sono state realizzate e quali sia riuscito ad evitare.

Utilizziamo, in termini tecnici, una strategia contraddittoria per riuscire ad emergere da un circolo vizioso ugualmente contraddittorio, dove facciamo sì che, mano a mano che passeranno i giorni, si sviluppi un’inevitabile avversione nei confronti dei comportamenti peggiorativi che, dunque, verranno sempre più evitati e lasceranno il posto, sempre mano a mano e senza sforzo volontario, ma sotto una spinta più emotiva che razionale, ad azioni orientate in termini costruttivi. E chi costruisce ciò che poi subisce diventa colui che costruisce la realtà che gestisce, avvicinandosi ogni giorno di più alla concretizzazione dei propri desideri.

 

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    La nosografia classica inserisce la depressione tra i disturbi dell’umore. Il modello strategico, basandosi su una ricerca –intervento costantemente in evoluzione, definisce depresso chi fa la VITTIMA, RINUNCIA, DELEGA o PRETENDE.

- Fa la vittima di se stesso, degli altri e del mondo lamentandosi continuamente delle proprie disgrazie;

- Rinuncia a svolgere attività quotidiane ricreative, lavorative o ludiche, chiudendosi in una sorta di bozzolo protettivo che mano a mano la imprigiona;

- Delega , quando possibile, ad altri lo svolgimento delle proprie attività, o pretende che gli altri le assolvano adducendo come alibi il proprio stato.

 Spesso, si assiste all’instaurarsi di un meccanismo di relazione perverso con il sistema familiare, per cui la persona depressa da vittima diviene il primo aguzzino non solo di se stesso ma anche dei propri cari che vengono così tenuti in ostaggio dal disturbo. Nella maggioranza dei casi la depressione è reattiva ad una situazione effettivamente drammatica, come lutti, traumi o abbandoni che la persona non riesce a superare, oppure all’incapacità della stessa di superare un altro problema e/o disturbo: mi illudo, mi deludo, mi deprimo. In quest’ultimo caso, è necessario riconoscere la problematica sottostante e intervenire su di essa per risolvere definitivamente lo stato di malessere della persona.

 

La Terapia Breve Strategica, utilizzando la stessa logica di funzionamento del problema, va a rompere il circolo vizioso che incatena la persona al disturbo, per poi farla divenire consapevole dei meccanismi disfunzionali di mantenimento del problema, fino alla sua totale risoluzione. L’intervento può comprendere anche la famiglia in relazione alle necessità di volta in volta valutate, a seconda del grado di coinvolgimento della stessa nel problema.

 

Letture consigliate:

UN RACCONTO INCANTATO

Di Elisa Balbi

 

   Ricordi, nostalgie, eventi che appartengono a un passato che è tale solo in virtù del proprio essere immodificabile e irrecuperabile, esaurendosi nell'atto stesso dell'essere vissuto. Un passato che è invece presente nelle sensazioni, come qualcosa che lascia tracce indelebili nella memoria, che spesso non corrispondono esattamente a quanto accaduto nei fatti, ma che nelle sensazioni è ancora più vivido.

   Ricordo di quando mia nonna, ancora energica al punto da spaccare manualmente la legna e da gestire, da sola, all'epoca nove nipoti, si sedeva su un grosso tronco d'albero nel cortile adiacente il pollaio. Noi bambini rompevano con un sasso il guscio dei pinoli per mangiarli, mentre le chiedevamo di raccontare di quando era piccola, di quando c'era la guerra, di quando era vivo il nonno. Tutte le volte, in principio faceva fatica a iniziare; stava in silenzio e i suoi occhi vedevano ma senza guardare, mentre si rivolgevano all'indentro per ripescare nella memoria il primo ricordo da cui cominciare.

Noi lì, in attesa. Avevamo imparato, nel tempo, a rispettare pazientemente questo intimo momento di cui la nonna aveva bisogno, forse per riuscire a fare un tuffo nel tempo senza fracassarsi o essere schiacciata dal peso di quei ricordi, per recuperarne solo la parte di leggerezza che desiderava trasmetterci. Una specie di filtro che le permetteva di raccontarsi senza sentirsi svuotata, e senza confondere la realtà accaduta con quella che avrebbe desiderato poter raccontare.

Dalla sua faccia ti accorgevi di quando era giunto il momento in cui avrebbe iniziato a parlare, perché prima accennava un sorriso, poi gli occhi tornavano a guardarci, quindi faceva un respiro bello profondo seguito un brevissimo sospiro. Solo a quel punto schiudeva leggermente le labbra quel tanto per fare uscire le parole introduttive di quello che sarebbe diventato un viaggio nel tempo, ed era tutto talmente realistico che se chiudevi gli occhi ti pareva di essere lì, in quei luoghi, in un tempo lontano e vicino insieme, di cui riconoscevi i profumi, gli ambienti, le fattezze.

Amavo quei momenti che per me erano carichi di quel tipo di tensione emotiva di chi scopre qualcosa di nuovo delle persone che ama, che nell’immaginario di un bambini è come se fossero sempre state adulte, mentre in realtà sono state bambine, figlie, sorelle, prima ancora che madri e nonne. Per mia nonna, a posteriori, credo fosse un modo per far continuare a vivere quella parte di sé che precedeva gli anni di dolore, di solitudine, ma anche di vittorie e di una fatica ricompensata da quello che è stata in grado di costruire da donna vedova di un ufficiale morto prima del tempo.

   Ricordi, nostalgie, eventi che appartengono temporalmente al passato, ma che possono rimanere talmente scomodi e in accettati da invadere il presente e da impedire a chi li possiede di costruire un futuro differente, senza l’influenza di tale peso. Ricordi che schiacciano, che imprigionano in una sorta di limbo dove il tempo continua a scorrere ma è come se la pellicola riproducesse di continuo lo stesso film; e più cerchi di mandare avanti il nastro e più il nastro si rovina e si interrompe nello stesso punto, per poi riprendere da immagini già viste e vissute migliaia di volte.

Qualche volta accade che si abbia a che fare con un passato troppo ingombrante, o per l’effettiva pesantezza degli eventi accaduti come un lutto, l’abbandono improvviso da parte di una persona cara, un incidente, un evento traumatico, o per una pesantezza sentita come tale al di là della propria ragione di essere a tal punto influente, come una serie di fallimenti, di eventi che hanno avuto un corso diverso da quello che ci si aspettava, di occasioni perdute, di treni che passano una volta sola nella vita. E allora tutto cambia, nulla è come prima o nulla riesce a diventare quello che in potenza è, ma che non può essere in virtù di ciò che non è stato. Allora la persona è come una leonessa in gabbia: gira e rigira su se stessa, continuamente, in un moto circolare perpetuo che non contempla arresti né deviazioni dal proprio solito moto perpetuo, che è un continuamente andare ma senza arrivare in nessun posto, fermandosi solo per dormire, quindi in realtà non fermandosi mai.

Cosa fare quando la vita si arresta, ma il tempo continua a scorrere? Non è possibile certamente cambiare il passato, né recuperare ciò che non si è realizzato o che non abbiamo colto o costruito, fosse anche una notte di sonno persa. Allo stesso modo non possiamo cancellare quello che è avvenuto, anche perché, ammesso che fosse possibile, ci trasformerebbe in un essere diverso e a noi stessi sconosciuto, considerato che il nostro passato è una traccia di quello che siamo stati e che ci ha fatto diventare ciò che siamo.

   L’unico modo per utilizzare quello che serve di ciò che non siamo più, e per mettere via la parte che ci blocca nel divenire chi potremmo arrivare ad essere, è quello di passarci nel mezzo per venirne fuori; che significa ripercorrere a ritroso quella che diventerà la nostra personale galleria dei ricordi, che potremo visitare quando vorremo fare u tuffo nel passato, ma con il distacco di chi si è emancipato da esso, mettendo il passato nel passato e cominciando a vivere, di nuovo o per la prima volta, nel tempo attuale che scorre e che cambia costantemente pur rimanendo lo stessso.

In Terapia Breve Strategica, quando ci troviamo di fronte a persone che, pur essendo naturalmente attrezzate per sopravvivere agli urti della vita, non riescono ad utilizzare le proprie personali risorse di cui dispongono a tal fine, diamo loro un’indicazione che, pur calzata di volta in volta all’originalità del singolo, è ogni volta la medesima:

“Di qui a quando ci vedremo, tra due settimane, ti procurerai un quadernone e ogni giorno, penna alla mano, dopo aver scritto ogni volta la data, porti la tua mente a tutti i pensieri che compongono il film che scorre continuamente dentro la tua testa. Da oggi tornando indietro, ripercorri, con la mente ma soprattutto con la pancia, con le sensazioni, ogni singolo evento che, pur passato, è vivo nella tua memoria, nella tua pelle, come se fosse ancora presente. Le nostre memorie, i nostri ricordi, non basta un colpo di spugna per cancellarli, anzi, più cerchi di cancellarli e più sono vividi, poiché pensare di non pensare è già pensare. Dobbiamo fare invece in modo che le ferite che ancora sanguinano impedendoti, in virtù di un passato che ancora fa soffrire o che invade ancora un presente che non può essere tale se così diretto da quello che è stato, diventino delle cicatrici che, magari saranno fastidiose nei cambi di stagione, magari lasceranno un segno, per cui guardandole ti ricorderanno un po’ di quello che è stato, ma non faranno male come delle ferite aperte. Quindi da oggi, tornando indietro nel tempo, passerai in mezzo a quel tunnel, mi racconterai ogni giorno un capitolo della tua storia, descrivendolo nei minimi particolari, come se tu fossi seduto/a di fronte alle macerie di quello che è crollato o che non è andato come avresti voluto, contemplandolne lo splendore. Non mi interessa la forma, non mi interessa la calligrafia; mi interessano le sensazioni, la pancia. Quando avrai, per quel giorno, terminato di scrivere, toccando con mano tutto il peso di quei ricordi ancora così ingombranti, eviterai di rileggere e riprenderai il giorno dopo. La prossima volta porterai a me quello che avrai scritto; il tuo personale Romanzo Criminale, e io lo terrò per te. D’accordo?” *

 

   Usualmente, quando la persona torna da noi dopo aver eseguito tale richiesta, riferisce che all’inizio è stato molto difficile mettere in pratica l’indicazione; troppo dolore, troppa sofferenza al pensare di volontariamente ripensare a ciò che si cerca da una vita di dimenticare. Poi, però, ci si rende conto che quello che si scrive non è nulla di diverso da quello da cui ogni giorno si cerca di scappare senza riuscirci mai, e allora diventa sempre più chiaro come quel ripensare diventa il vero modo per prendere quei ricordi e metterli al loro posto: avere il coraggio di soffrire volontariamente per smettere di soffrire.

E mano a mano si prende distacco, mano a mano tutto assume la giusta rilevanza, il giusto peso, mano a mano quegli eventi diventano un gradino superato che ci ha reso quello che siamo, e allora ci diciamo che, per quanto le cose sarebbero potute andare diversamente -e nessuno auspica per sé tanta sofferenza-, quello che si è vissuto è ciò che ci ha resi, nel bene e nel male, quello che siamo. È parte di noi e non si può scappare da se stessi, se non facendo come il pazzo di Shakespeare che cerca di fuggire dalla propria ombra e ci si perde dentro.

E a quel punto la ferita che sanguina diventa una cicatrice, più o meno visibile, più o meno grande, ma pur sempre una cicatrice, che quindi non farà male come la ferita. E la vita prende di nuovo a scorrere, seguendo il fluire del tempo, senza più fantasmi che impediscono di sentire qualcosa di diverso dal dolore o dalla paura. E quel racconto non è più solo l’impressione su carta di ciò che è stato, ma racchiude in sé tutto il senso di una vita vissuta senza più tempo o spazio, in una sorta di pseudo realtà che somiglia più a una di quelle storie che si raccontano ai bambini, che alla cronaca di fatti un tempo accaduti.

E la vita diventa un racconto; il racconto di una vita che, finalmente contemplata come propria, può essere raccontata senza schiacciare, fracassare, senza fermare il tempo; un racconto che diventa il motore che spinge avanti, uno strumento di crescita ed evoluzione. Non più o non solo la semplice cronaca di eventi successi ma, a suo modo e quasi magicamente negli effetti, una di quelle storie che i bambini amano ascoltare, in religioso silenzio, mentre schiacciano i pinoli con un sasso nel cortile della casa di una un tempo figlia, moglie e madre, ancora nonna, che spaccava la legna con la forza di un uomo, e che attualmente se ne sta seduta senza che nessuno di noi sappia più a cosa pensi.

   A me piace immaginare che, con quegli occhi che vedono ma non guardano e con quell’accenno di sorriso di tanto in tanto, sia tutta rivolta all'indentro per ripescare nella memoria ogni istante un ricordo; il primo ricordo da cui cominciare per fare un tuffo nel passato, per ripercorrere con la mente e soprattutto con le sensazioni, ogni volta, il proprio prezioso, personale e mai come ora intimo racconto incantato.    

 

(*la formula indicata è un esempio di prescrizione che necessariamente subirà delle variazioni a seconda della situazione specifica che si dovrà affrontare con la persona che chiede aiuto, quindi è proposta in tal modo a titolo esemplificativo) 

 

Per approfondire l'argomento, consiglio di leggere:

 

 

UNA MAMMA PER UNA FIGLIA

di Elisa Balbi

 

Ti svegli la mattina e non sai chi troverai di fronte a te, e soprattutto di che umore sarà.

Sì, mamma! Se hai una figlia dai tredici ai diciotto anni, più o meno, in questo scritto parleremo di lei, attraverso qualche piccolo consiglio rivolto a te.

Consapevole delle difficoltà che stai incontrando a doverti ogni giorno confrontare con quella che non pare più essere tua figlia, ma aver assunto le vesti di una mutante alla Wolverine di X- man, riteniamo che tu abbia uno dei ruoli più ardui. 

Esistono mutamenti che rientrano nella naturale fase di crescita e di evoluzione da uno stato all’altro; è previsto che la piccola, in fase di mutazione, non si senta troppo definita, sia dal punto di vista prettamente fisico e della propria immagine, che nella percezione delle nuove sensazioni che a questa età spesso la investono spiaccicandola a terra, come farebbe un camion da rimorchio.

Se da un lato quanto detto può suonare come una condanna in contumacia, d’altra parte abbiamo un vantaggio da valutare, ovvero il fatto che esiste uno specchio di osservazione privilegiato che ogni figlia può utilizzare come una risorsa; non tanto per sentirsi dire quanto è bella con il tipico tono rassicurante materno, ma per riuscire a definire con se stessa i propri confini, i propri contorni, e talvolta per riuscire a capire come uscire dal tornado nel quale sente di essere intrappolata.

Tale specchio, con qualche piccolo accorgimento, puoi essere tu, mamma. Lasciata a te stessa potresti pensare che il tuo compito sia quello di aggrapparti alla tua creatura con tutte le forze per riuscire a salvarla, oppure che dovresti cercare di prevenire certe purtroppo inevitabili sofferenze o, ancora, che la tua missione sia di starle accanto sempre e comunque, per farle capire che è normale quello che sta vivendo, che fa parte dei giochi, ma che passerà.

Se quello che viene da fare per istinto a piccole dosi può essere di aiuto, in questa particolare età della vita qualcosa cambia a tal punto da dover cambiare strategia rispetto alle precedenti età. In questo caso, infatti, non vale l’idea per cui “se la proteggo non le accadrà nulla”.

Come si fa, in effetti, a proteggersi da se stessi, e dalla propria necessità di crescere?

Ragionandoci un po’ su, il modo migliore per superare un momento critico spesso è quello di lasciarsi trasportare vivendo in toto la difficoltà da affrontare per, una volta sul fondo, bucare il vortice dall’interno. Questo tua figlia, non lo sa…forse fino ad ora neppure tu ci avevi riflettuto fino in fondo…ma ora lo sai, e puoi provare a insegnarlo a lei.

A questo punto ti chiederai: “Ma come si insegna questa cosa? Come tirarla fuori dal vortice se lei non crede a quello che le dico? Se contesta ogni mio tentativo di rassicurarla, se le ho provate tutte ma nessuna funziona, come posso muovermi?

Considera, in primo luogo, che se lei ti racconta qualcosa di sé, ti sta raccontando un segreto e che un segreto richiede uno spazio che lo accolga; una sorta di scrigno dove possa essere custodito senza essere scoperto da tutti, senza essere tradito, né discusso, né tanto meno giudicato.

Un segreto richiede uno spazio di ASCOLTOperché quando te lo svela, lei lo sta al contempo svelando a se stessa, e questo le permette di sentire che effetto fa sentirsi in quel modo. Le sensazioni nuove, quando vengono tenute dentro, talvolta diventano talmente ingombranti che quasi non si riescono a contenere, o meglio, esse richiedono talmente tanta energia per essere elaborate, da impedire di realizzare che cosa effettivamente provocano nel corpo di chi le ospita. E allora è chiaro che quello che tua figlia ti chiede spesso non è un parere, non è un confronto, non è un consiglio; quello che ti chiede è di essere il suo scrigno, dove possa depositare il suo segreto, per poterci ragionare sopra e valutare se abbia un senso tenerlo lì, oppure se sia bene trasformarlo, anche grazie a te e al tuo essere lì.

Sei lì che la ascolti e che, in silenzio, le stai dicendo ‘quello che stai vivendo l’ho vissuto anche io; è concreto in virtù del fatto che lo senti; è reale in quanto così lo percepisci; ma proprio essendo tu a percepirlo puoi al tempo stesso trasformarlo”.

Questo sarà il primo passo che permetterà alla tua giovane figlia mutante di, parlando a te, parlare a se stessa e di cominciarsi a chiarire un po’ di cose, sentendosi compresa e avendo un punto di riferimento imprescindibile.

L’ascolto rappresenta dunque uno spazio fondamentale, ma si tratta solo di un primo passo di una serie di altri che non possiamo definire più semplici del primo. Per esempio: cosa fare dopo che la si è ascoltata? Va bene lo scrigno, va bene il fatto che parlando con te ristrutturi se stessa e il proprio pensiero, ma lei pretende una risposta e ti mette alla prova in ogni modo, e lo fa toccando le tue più sensibili corde emotive, pur di avere da te quello che non riesce ad ottenere da sola.

E allora dopo l’ascolto viene il momento di SINTONIZZARSI con la sua visione di se stessa, che in termini pratici vuol dire evitare di squalificare il suo pensiero, facendole sentire che la comprendi perfettamente perché “…ora non si direbbe ma alla tua età…quasi mi vergogno a dirlo… non ero propriamente un fiore e…non mi piacevo proprio e…credo anche che non piacessi neppure agli altri, tanto mi sentivo sfigata e brutta…”. Scioccante rivelazione questa, che ti permette di creare quel clima di complicità che predisponga lei ad affidarsi a te in quello che dovrai aiutarla a fare. Si tratta di un clima in cui la comprendi ma non la compiangi, perché tu sei la dimostrazione vivente del fatto che questo momento passerà, al di là di quanto la via, ora, possa apparire, senza via senza uscita.

E come gli esercizi del funambolo diventano ogni volta più funambolici, quello che dovrai fare tu, come terzo passo, richiede ancora più sangue freddo, perché implica assumersi la responsabilità di rimandare a lei la responsabilità di se stessa. È il momento di sancire un PATTO: tu la aiuti a diventare bella quanto può essere bella, lei lavora per diventarlo; tu fai la mente che contiene il segreto e la fune che la aiuta a giungere infondo al vortice senza fracassarsi, e lei, arrivata infondo, si impegna a bucare il vortice dall’interno. Le strategie a questo punto possono essere varie e diverse a seconda dell’obiettivo da raggiungere, ma è meno difficile di quanto appaia, se si considera che a questo punto lei si affiderà a te e che gli obiettivi da raggiungere te li indicherà lei, e anche la modalità da utilizzare.

Questo, ovvio, se eviti ancora una volta di fare tu al suo posto, spinta da un lato dal desiderio di aiutarla e dall’altro dal senso di colpa che deriverebbe da un eventuale tuo fallimento, in questo momento così delicato della sua e della tua vita insieme. E allora discuterete insieme di quelle che per lei sono le sue caratteristiche più stonate, dopodiché, al di là del fatto che la sua visione coincida o meno con la tua, valuterete insieme che tipologia di correttivo si potrebbe introdurre per armonizzarsi, fino ad arrivare a piacersi.

L’accordo si potrà sancire solo nel momento in cui si sarà individuato che cosa lei potrà fare, sotto tua supervisione, per migliorare se stessa; il messaggio è dunque che se vuole ottenere qualcosa se lo deve meritare; conquistarlo per ottenerlo e mantenerlo, “…anche perché se sarai tu a farlo nessuno potrà toglierti quello che avrai ottenuto. E io ti aiuterò, e io sarò con te quando avrai bisogno di parlare, di essere incitata per mantenere la rotta, o semplicemente di una spalla su cui appoggiarti, oppure il tuo argine aiutandoti a proseguire lungo il tuo corso senza straripare. Fino a che servirà che io apra di nuovo il mio scrigno per contenere un nuovo segreto, ma senza inseguirti, facendo in modo che sia tu a chiedermelo”.

E alla fine del viaggio siamo di nuovo al punto di partenza, nel senso che sicuramente ti chiederai come si faccia ad ascoltare qualcuno che non ti parla, e più la insegui e più scappa. Tieni presente che i ragazzini non chiedono di essere inseguiti, ma che ci si dimostri disponibili: devono sapere che se avranno bisogno di te tu sarai lì, pronta ad intervenire perché riescano a cavarsela da soli; e allora se lei ha voglia di parlare tu ci sei, senza giudicarla, senza proferir parola, semplicemente per ascoltarla. Poi stop! Hai fatto quello che spettava a te; fai in modo che, lanciata la fune, sia lei a raccoglierla e lasciala lì, fino a quando lei deciderà di afferrarla; magari timidamente e con prudenza, ma se eviti di inseguirla, a questo punto, è molto probabile che sia lei a cercare te.

Un po’ come un gatto. Ancora di più, un po’ come un gatto nero in una stanza buia…come si fa a prendere un gatto nero in una stanza buia? Ci si siede e lo si aspetta, attirandolo con il calore del proprio corpo, con l’apparente impercettibile battito ritmico del cuore, con il respiro che si fa più lento e rassicurante. E il gatto non tarderà ad arrivare: attirato da te e dai tuoi sensi, si accoccolerà sulla tua pancia per essere accarezzato.

 

 

 

Per le problematiche che ricorrono con più frequenza nelle diverse fasce di età ricoprendo il ciclo intero di vita, rimando alla lettura della seguente pubblicazione, che nasce grazie alla collaborazione dell’équipe del Centro di Terapia Strategica:

 

IL CONTROLLO PARADOSSALE: un tentativo di controllo che fa perdere il controllo

di Elisa Balbi

 

Tipica delle migliori intelligenze, la tendenza al controllo rientra in un modo di funzionare detto ossessivo, caratterizzato dalla necessità di ottenere il massimo dalle diverse situazioni nella relazione con se stessi, con gli altri e con il mondo.

Da un punto di vista comportamentale, esso si può tradurre in atti di vario genere, volti a prevedere con una discreta approssimazione il fluire degli eventi. Seppure possa apparire macchinoso, in realtà tale processo avviene in maniera talmente naturale e spontanea che la persona stessa non se ne rende conto; si tratta di una sorta di sistema auto poietico che si auto sostiene e si autoalimenta, creando nella maggioranza dei casi un circolo virtuoso. In tale accezione, la tendenza al controllo è un’importante risorsa, che in quanto tale va incoraggiata, sostenuta e coltivata, sia da parte della persona che la possiede che di coloro che gravitano sulla sua orbita. Moglie, fidanzata, compagna, così come eventuali figli o collaboratori possono contare a occhi chiusi su un uomo che viva nutrendo tale risorsa.

Come tutte le risorse che rappresentano una nostra dotazione naturale, tuttavia, anche la predisposizione al controllo può nascondere in sé un limite, ossia quello di ritenere che il massimo del controllo lo si ottenga avendo tutto sotto controllo. Cosa si intende con tale affermazione? Pensiamo all’uomo che, abituato a considerare il proprio CONTROLLARE TUTTO come un asso nella manica, si trovi in una situazione nella quale esistono molte variabili imprevedibili, come nel caso delle relazioni, che prevedono interazioni di varia natura con gli altri, con gli eventi esterni e con le reazioni emotive che tali intrecci inevitabilmente suscitano.

Come è possibile avere la certezza che quello che gli altri ti propongono sia sincero? Come si fa a valutare se il sentimento che provo io sia provato con la stessa intensità dall’altro? Come posso essere sicuro che il mio concetto di relazione corrisponda a quello dell’altra? E, anche se fossi sicuro delle mie relazioni, come faccio ad escludere che quello che vedo nell’altro in realtà non esista, ma voglio vederlo io? Sono dubbi amletici questi che, alla stregua del famoso “Essere o non essere”, non trovano soluzione nella logica razionale aristotelica, ma all’interno di una processualità di pensiero non ordinaria, nella quale si inseriscono tre eventualità: col controllo paradossale, il controllo contraddittorio e il controllo della credenza.

In questo scritto, ci occuperemo del primo tipo di controllo, ovvero di quello paradossale, cercando di scoprire che cosa si intenda per tale variante, come essa può diventare da funzionale controproducente e, sul finale, un piccolo suggerimento rivolto a chi, leggendo, si ritrovi nel profilo descritto.

Il CONTROLLO PARADOSSALE si può qualificare come un tentativo di controllo che fa perdere il controllo: l’aspirazione è quella di un 100% di controllo che è destinata ad essere delusa; una sorta di fallimento pianificato. In altri termini, il controllo così esasperato da esitare in una perdita di controllo è quello che non prevede il minimo margine di errore: si tratta della perfezione a cui qualcuno può aspirare, ma che nessuno può raggiungere. Riflettendo bene su tale concetto, in effetti, salta subito all’occhio che la perfezione è contro natura. La natura per mantenersi viva ha bisogno di trasformarsi e di evolvere continuamente; la perfezione implica invece raggiungere un punto di arrivo, dopo il quale il rimanere uguale a se stessi blocca la possibilità di evoluzione. Qualunque sistema che diventi perfetto, dunque, annichilisce e muore.

Utilizzando un’immagine evocativa, con se stesso, il controller paradossale è come quel millepiedi che un giorno, su suggerimento di un’astuta quanto sadica e invidiosa formica, cominci a pensare a come abbia fatto fino a quel momento a camminare coordinando tutti quei piedi e che così, da quel punto in poi, non riesca più a camminare.

Con il mondo, egli è come quel contadino che ogni giorno si affaccendi per coprire le buche fatte nella notte da una dispettosa talpa, e che per raggiungere l’obiettivo scavi ogni volta una buca per coprirne un’altra, trovandosi inevitabilmente di fronte a una nuova buca da coprire, fino a che la terra impazzisce.

Infine, nelle relazioni con l’altro, e in particolare  nell’amore, entra in un paradosso del controllo colui che cerchi di ottenere volontariamente qualcosa che dovrebbe acquisire spontaneamente. In quest’ultimo ambito la mente entra in una situazione apparentemente senza soluzione: amare significa lasciarsi andare, e lasciarsi andare si traduce nella capacità di sospendere il ragionamento per ascoltare le proprie sensazioni e i propri bisogni viscerali. Più è forte il sentimento e più è probabile che emerga una discrepanza tra quello che sente l’uno e quello che potrebbe provare l’altro. In altri termini, nel momento stesso in cui sento l’incommensurabile sentimento crescere dentro di me, sento parimenti diminuire la sicurezza rispetto a quello che può provare l’altro: più amo e più temo di non essere amato allo stesso modo dall’altro, il cui sentimento può essere solo immaginato, ma non sentito sulla propria pelle.

Come uscire dunque da tale doppio legame che abbiamo considerato per l’amore di coppia, ma che potrebbe essere esteso tranquillamente a tutte le tipologie di legame? Possono, infatti, modificarsi le maniere di amare, così come le paure associate, senza che il risultato alla fine cambi. Quindi, per esempio, nel caso di amici o di un genitore non ci si focalizzerà tanto sulla quantità d’amore provata, ma sul grado di sincerità per l’amico, o di protezione per il genitore. Questo in quanto, in realtà, il problema non è tanto da riferire all’altro, ma piuttosto da imputare alla necessità personale del nostro uomo di reagire, costantemente attraverso un aumento del controllo laddove senta di perderlo, per la già citata idea per cui in caso di perdita di controllo la soluzione sia quella di incrementarlo.

Se il modo di funzionare del nostro uomo, in questa variante, è di tipo paradossale, la soluzione dovrà utilizzare la stessa logica, per cui poiché è il tentativo di controllo estremizzato che porta alla perdita di controllo, sarà proprio questo nell’azione che andrà violato, seguendo l’idea, paradossale appunto, per cui il massimo del controllo lo si ottiene imparando a lasciarlo andare per poi riprenderlo.

Come fanno le danzatrici a svolgere esercizi ai più improponibili, come riesce un funambolo a stare in piedi camminando su una fune strettissima, come, più banalmente, riusciamo a fare un balzo, se non mollando il controllo quel tanto che basta per prendere lo slancio che conferisca inizio al movimento che poi, grazie al controllo esercitato, assume la forma o la direzione che ci si è proposti di assumere? 

In generale, un concetto da tenere presente è che, nel corso di una giornata, possiamo ritenerci fortunati se il 70% degli eventi o delle situazioni riescono ad assumere la direzione desiderata, esistendo un 30% di imprevedibilità che non dipende da noi e che, quindi, va contemplato.

Un piccolo suggerimento, dunque, per chi, quale controller paradossale si riconosca nel profilo appena descritto: ogni giorno violare, o boicottare, a seconda di quello che piace di più, il proprio riuscito controllo. Si tratta di, una volta programmata la giornata, per esempio, lasciare qualcosa di non finito o da rimandare a domani per dedicarsi ad altro di piacevole, oppure, una volta svolto un compito perfettamente, sporcarlo un po’, e tenersi addosso quella leggera sensazione di fastidio che rappresenterà il piccolo disordine che mantiene l’ordine.

In definitiva, dunque, inserire ogni giorno una piccola porzione volontaria di quel 30% di imprevisto, da un lato, riduce la porzione di imprevisto imprevedibile e crea sempre più spazio per un volontario imprevisto previsto, dall’altro rappresenta quella dose di medicina amara che all’inizio non ci piace ma che, giorno dopo giorno, inserisce in noi quella piccola dose di flessibilità che ci permette di essere malleabili e capaci di mutare forma, adattandoci al fluire degli eventi, privi di quelle rigidità che rende fragili. Un po’ come l’acqua, che vince su tutto, perché si adatta a tutto.   

 

 

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