CHI HA PAURA DELL’UOMO NERO?

Di Elisa Balbi

 

    Immaginiamo di avere di fronte una giovane donna, di gradevole aspetto, ben curata che, prima ancora di avere il tempo materiale per sedersi sulla sedia di fronte a una perfetta sconosciuta, dice che sicuramente mi metterò a ridere perché il suo problema più invalidante è il buio. O meglio il vero problema è la paura del buio che in principio la spaventava solo di notte e che ora è divenuta talmente invalidante da non essere neppure in grado di prendere un ascensore per il terrore che, se dovesse anche solo fulminarsi il neon, sarebbe costretta a rimanere lì, in quella scatola buia, stretta e senza vie di fuga.

    A ricordo tutto è cominciato quando aveva 5 anni: i genitori decisero di separarsi e lei reagì intensificando i capricci tipici dei bambini della sua età, sfinendo la mamma con richieste di ogni tipo e in ogni momento della giornata. Giorno dopo giorno, marachella dopo marachella, mentre la bambina sembrava aver trovato una sorta di equilibrio tra sofferenza per l’assenza del padre e vantaggio secondario derivante da tale assenza non più così sofferta, la madre cominciava a non sopportare più la situazione e, stanca, iniziò a dire alla piccola che se avesse continuato con quel comportamento ingestibile, sicuramente prima o poi, magari proprio mentre dormiva, sarebbe arrivato l’uomo nero che l’avrebbe portata via con sé. Tale strategia all’inizio funzionò, tanto che ogni volta che veniva nominato quel fantomatico essere, lei smetteva immediatamente di opporsi alla mamma che, dunque, cominciò a pensare che quella adottata potesse essere la modalità più utile e funzionale per risolvere i momenti di difficoltà divenuti ormai un problema all’ordine del giorno.

    I capricci della monella ribelle cominciarono effettivamente a diminuire ma iniziò a manifestarsi una difficoltà della stessa ad addormentarsi, tanto che, non di rado, la mamma doveva intrattenersi nella sua stanza per lungo tempo, la sera, prima che lei si addormentasse. E mano a mano questo malevolo uomo nero è diventato il centro dei suoi pensieri, soprattutto di notte, perché al buio qualcosa di nero non si vede, e come si fa a scappare da ciò che non si percepisce in anticipo? Scomparsi i capricci nel corso del giorno, di fronte ai pianti spaventati della piccina la mamma cominciò a preoccuparsi e a cercare di rassicurarla rispetto al fatto che non sarebbe accaduto nulla di terribile, che lei sarebbe stata pronta ad intervenire in caso di difficoltà e comprò una di quelle lucine che si illuminano di notte per far sì che nella stanza non fosse completamente buio.Inizialmente la cosa sembrò funzionare e rassicurare la bimba ma ben presto in quel buio non più così buio cominciò a prendere forma a tratti distinti l’immagine di quell’uomo nero che la spaventava tanto.

    Quasi mimando l’atteggiamento di allora, la giovane adulta mi disse che era costretta a raggomitolarsi nel letto coperta fino alla testa per evitare che quella specie di mostro prendesse forma nella sua immaginazione. Quella figura che idealmente la turbava cominciò dunque a sembrare talmente reale che anche la lucina sistemata sopra il comodino cominciò a non sortire più l’effetto sperato, e l’unico modo per riuscire ad addormentarsi era quello di recarsi nel lettone della mamma; l’unica in grado di far scomparire quella spaventosa presenza.

    “Il problema è che il buio non si può evitare; la notte devo dormire, anche se ho provato a farne a meno. Ho trascorso notti intere a cercare di convincermi che non dovevo aver paura, che mi stavo inventando tutto, ma senza successo. Per un periodo ho pensato anche di scappare e di andare a vivere in uno di quei posti, dall’altro capo del mondo, in cui per sei mesi l’anno è giorno, poi mi sono detta che nel corso dei restanti sei mesi di buio sarebbe stato un inferno e, in ogni caso, non posso rimanere sveglia in eterno! O no?” In realtà il problema è che ognuno di noi, ovunque vada, porta dietro se stesso…e i propri fantasmi.

    Mi fermo qui, credo sia abbastanza per entrare nel merito di quello che appare essere quanto di più assurdo possa apparire a chi non abbia mai fatto quattro passi nella paura invalidante; quella che terrorizza, quella che annichilisce. Ma come può avvenire che da una naturale paura, ovvero quella del buio e dell’uomo nero –che peraltro è comune a moltissimi bambini- si possa giungere a strutturare un vero e proprio disturbo del quale la persona non riesce a liberarsi?

    Potremmo a lungo disquisire su presunte colpe o responsabilità di una madre che ha cercato solo di fare del proprio meglio mossa dalle più apprezzabili intenzioni, ma avrebbe poco senso perché dovremmo addentrarci in qualcosa che magari è anche esistito, ma che non esiste più. Un passato che non si può cambiare, insomma, e che essendo ormai qualcosa di perduto non può avere un ruolo nella risoluzione del problema attuale né può contribuire al suo mantenimento. Come accade in tutti i casi nei quali la paura si tramuta in timor panico, anche la protagonista della nostra storia può dirsi aver per un certo periodo subito la propria condizione di impotenza nei confronti di ciò che appariva verificarsi completamente al di fuori del proprio controllo. A questo momento è seguita a una fase di complicità della stessa con il problema, anche in virtù dei vantaggi secondari che questo consentiva di soddisfare, per cui sembra terrificante dirlo ma è molto più facile attirare l’attenzione su di sé per un problema, piuttosto che per meriti acquisiti mettendo in gioco se stessi e correndo il rischio di fallire l’impresa. Infine, è stata la volta della corresponsabilità, per cui il panico si è mantenuto e consolidato attraverso il costante tentativo di riprendere il controllo della situazione che fa perdere il controllo. Altrimenti non potrebbe parlarsi di panico ma si tratterebbe di qualcosa d’altro.

    Il panico non è altri che il tentativo della mente di controllare una reazione di paura che tuttavia, essendo attinente molto più alla parte viscerale ed emotiva della persona piuttosto che cognitiva, difficilmente si lascia controllare dalla mente senza scalpitare. In effetti, se ci pensiamo, il panico viene da più parti definito come la forma più estrema della paura che, se al di sotto di una certa soglia rappresenta una risorsa che consente di allertare l’organismo di fronte a situazioni pericolose, al di sopra di questo limite diviene patologica. Diverse sono le situazioni nelle quali il brivido della paura avvolge nelle sue spire la persona, ma analoga è la struttura di funzionamento del circolo vizioso che crea e mantiene la paura stessa fino a farla divenire panico. Ai suoi estremi, essa coinvolge mente e corpo in una sequenza reattiva così rapida da anticipare qualunque pensiero. Allora, da amica, la paura diventa un nemico, un’ombra sinistra che non ci abbandona mai, che ci sconvolge la vita, che ci fa sentire braccati.

    L’escalation di sensazioni fino al panico avviene in un brevissimo e folgorante istante dominato dalla percezione di un’incontenibile paura di morire o paura di perdere il controllo del proprio corpo. La paura estrema porta la persona a mettere in atto dei tentativi di soluzione della situazione che, come spesso accade, piuttosto che risolvere il problema lo mantengono, lo incrementano creando un circolo vizioso patogeno:

  • il tentativo di controllo della paura e delle sue manifestazioni organiche che fa paradossalmente perdere il controllo, per cui ci si agita ancora di più;.
  • l’evitamento delle situazioni potenzialmente pericolose, che fa sentire sempre meno capaci di fronteggiare quel mostro che assume delle proporzioni sempre più gigantesche nella mente di chi ha paura;
  • la richiesta di aiuto che lì per lì fa sentire salvi, ma poi se riusciamo non è farina del nostro sacco, se riusciamo sarà solo un tampone che avrà effetto fino alla prossima volta. Questo in quanto si realizza una sorta di delega all’altro nell’affrontare la paura che, essendo una percezione individuale, può essere esorcizzata solo e soltanto da chi la sente.

    Quando la paura patologica si riferisce a più situazioni, viene definita usualmente generalizzata e sfocia nella maggioranza dei casi in un disturbo da attacchi di panico con o senza agorafobia.

    Posto il fatto che esistono tante paure quante se ne possono inventare, si suggerisce il lettore di approfondire quanto proposto fino ad ora nei testi di riferimento Paura, Panico, Fobie; Oltre i limiti della paura e Non c’è notte che non veda il giorno, al fine di poter comprendere meglio come funziona il disturbo. In questa sede, invece, penso sia importante sottolineare come al di là dell’oggetto della paura, obiettivo della Terapia Breve Strategica è quello di interrompere il circolo vizioso citato di tentate soluzioni, attraverso specifici stratagemmi calzanti alla tipologia di problema presentato e alle caratteristiche individuali. Tale modalità di intervento porta non solo la persona a superare completamente e definitivamente il problema ma anche, successivamente, ad acquisire piena consapevolezza di come funzionava e di come sia stato possibile affrontarlo e vincerlo, grazie ad un’attivazione guidata delle sue risorse personali. Se è vero che esiste un’individualità nella manifestazione del disturbo da parte di differenti persone, tale che le varianti possibili sono tante quante se ne possono inventare, esse sono tuttavia accomunate da una medesima logica di funzionamento che è di tipo paradossale, dove più cerco di ottenere il controllo e meno ci riesco. Si tratta di una sorta di combattimento della propria paura contro la paura che eleva a potenza la paura stessa.

    La manovra principe, elettiva per il panico e per altre tipologie di paura, che si esprimono con una alterazione dei parametri fisiologici che usualmente spaventa, è la cosiddetta Peggiore fantasia: chiediamo alla persona di ritirarsi ogni giorno in una stanza nella quale nessuno possa disturbarla e, mettendosi comoda, abbasserà le luci e creerà un’atmosfera soft. Punterà una sveglia a suonare mezz’ora più tardi e in questa mezz’ora comincerà a calarsi in tutte le peggiori fantasie rispetto a quello che le potrebbe capitare. E in questo tempo farà tutto quello che le viene da fare: se le viene da piangere piange, se viene da urlare urla, se le viene da sbattere i piedi per terra lo fa. Quando suona la sveglia…STOP…è finito tutto; stacca la sveglia, si va a lavare il viso e torna alla sua usuale giornata. Quindi la cosa importante è che per tutta la mezz’ora, sia che riesca o meno a stare male, rimanga lì, calandosi in tutte le peggiori fantasie che potrebbero capitare. Fa tutto quello che viene da fare, ma quando suona la sveglia…STOP…è tutto finito. Stacca la sveglia, si lava il viso e torna alla sua giornata abituale. Una mezz’ora di passione quotidiana, dunque.

    Grazie a questa manovra, che prevede un addestramento specifico a tre steps da attuare nell’intervallo tra un incontro e l’altro di circa due settimane, si interrompe il circolo vizioso innescato dalla mente nel tentativo di controllare un corpo che, infondo e infine, ha solo bisogno di essere lasciato in pace mentre svolge il proprio dovere. Per cui nella maggioranza dei casi la persona nel momento stesso in cui prova a calare la mente nelle paure più terrificanti, il pensiero va altrove…come si dice: ‘il coraggio bussò alla porta della paura e non vi trovò nessuno’.

    Questa è stata la tecnica più importante applicata sulla nostra schiava del buio (o della luce?), avendole essa consentito di dotarsi di uno strumento attraverso il quale guardare in faccia quello che mano a mano è diventato sempre meno fonte di paura, per rendersi conto, alla fine, di qualcosa di a dir poco curioso. Quell’uomo nero che temeva così tanto non era altro che il riflesso della propria ombra prodotto da quella minuscola lucina, che la mamma aveva strategicamente posto proprio accanto al comodino, perché la piccina non avesse più paura né del buio, né dell’uomo nero che lo abitava.

 

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