GENITORI E FIGLI…CHE FATICA!

di Elisa Balbi

 

Padre, madre e figlio: tre persone distinte che insieme formano un’unità di entità ognuna dotata di vita propria; tre corpi, tre menti, tre mondi separati ma tenuti insieme da un filo sottile. È invisibile, non tangibile; una linea di sangue che rende i destini di questi tre esseri distinti intrecciati e reciprocamente influenzabili. Se questo può apparire di primo acchito unicamente una risorsa per ognuna delle parti, talvolta si trasforma in un limite che blocca, inquina, impedisce a una o più delle parti del sistema di crescere e di evolversi nella realizzazione delle proprie potenzialità; una corda di acciaio non estendibile oltre la propria lunghezza che limita e non permette, nel nostro caso specifico al figlio, di andare oltre e di emanciparsi. Se domandassimo a un campione di 100 genitori quale sia l’obiettivo del proprio ruolo, risponderebbe che è quello di crescere il proprio bambino perché diventi un adulto capace di affrontare la vita, ma se potessimo osservare come gli stessi genitori nei fatti realizzano questi buoni propositi, allora noteremo inevitabilmente come 99 su 100 delle coppie intervistate agisca in maniera decisamente contraddittoria. Questo ovviamente non significa che le 99 coppie abbiano in precedenza mentito, ma che esiste un gap importante tra i buoni propositi e la loro realizzazione che molto spesso è determinato da convinzioni erronee rispetto a cosa prima di tutto debba intendersi per “crescere il proprio bambino”. In secondo luogo rispetto a quali siano le esperienze e le modalità che più efficacemente consentono ai propri figli di divenire in grado di affrontare la vita e le sue difficoltà, o comunque le prove che di giorno in giorno questa propone. Per non considerare poi le emozioni che talvolta impediscono di vedere l’ovvio. Di più, se approfondissimo con gli stessi genitori alcuni aspetti della propria vita e del proprio periodo di crescita, senza cadere in banali interpretazioni ma quale frutto di una ricerca – intervento specifica, noteremmo che almeno la metà di loro non si è a sua volta ancora emancipata dai propri genitori. Quindi come possiamo pretendere che essi abbiano idee chiare rispetto a come si possa aiutare un figlio a staccarsi da loro, se loro stessi non sono stati in grado o nella possibilità di farlo nei confronti dei propri? Se nelle epoche precedenti della vita, il genitore può ancora autoingannarsi di avere tutto sotto controllo (anche se è sempre più frequente l’osservazione di genitori ostaggi di bambini di 6 anni o meno), eventuali mancanze o cedimenti o una mala gestione del figlio prima di questa particolare età si evidenziano molto chiaramente con l’inizio dell’adolescenza. A questa età infatti in cui tutto è amplificato si pongono le basi per il distacco dalla famiglia di origine; tappa che si può realizzare soltanto se i genitori sono stati in grado di costruirsi come modello di riferimento per i figli, ognuno nell’ambito del proprio ruolo. Per poter costruire una propria identità, infatti, il ragazzo deve ribellarsi al ruolo proposto dal genitore e tale ribellione, tale lotta emotiva porta a definire da un lato le proprie caratteristiche quale persona separata dal genitore, dall’altro il proprio concetto di sé quale essere distinto e con tutte le risorse per divenire autonomo nella gestione di se stesso. Nel caso di una famiglia con ruoli confusi o non chiaramente definiti, è facile che si crei la condizione per cui non sia realizzabile la sana ribellione sopra descritta con due possibili esiti, che in realtà sono le due facce della stessa medaglia:

  • dipendenza: il figlio si adegua alle condizioni dei genitori e al clima familiare accondiscendendo alle richieste e alle proposte degli stessi che, molto spesso guidati dalle proprie ansie e dai propri timori o da una mancata emancipazione dai propri genitori, tendono a iperproteggere il pargolo sostituendosi a lui nell’affrontare le difficoltà della vita. Altre volte, invece, delegano loro quelle scelte che per insicurezza non si sentono di effettuare affidando al figlio delle responsabilità troppo elevate per l’età. O, ancora, si può riscontrare l’oscillazione dall’essere eccessivamente protettivi che rimanda indirettamente un messaggio di incapacità o di inadeguatezza, all’essere deleganti rispetto a scelte o decisioni da prendere che in realtà spetterebbero al genitore, quindi comunicando al figlio un messaggio di capacità destinato ad essere frustrato; 
  • contro dipendenza: il figlio agisce nel tentativo di boicottare il genitore che può essere eccessivamente permissivo e democratico in una interazione dove non esiste una adeguata distinzione di ruoli ma dove tutti sono sullo stesso piano e hanno la facoltà di mettere in discussione l’uno le proposte dell’altro senza regole. In altri casi, si creano bracci di ferro devastanti per contrastare genitori che ritengono di poter risolvere differenti vedute o difficoltà solo attraverso un pugno di ferro, quindi adottando uno stile di interazione autoritario e spesso più sostenuto dal timore che dal rispetto. O, anche in questo caso, le due modalità di relazione possono essere presenti in alternanza da parte di genitori che permettono ai figli di 13aa di uscire la sera senza chiedere il permesso, pretendendo che comunichino loro la propria destinazione o che tornino rispettando un orario

Spesso, poi, si assiste alla situazione per cui i genitori non sono allineati, dove uno adotta comportamenti che più facilmente spingono verso la dipendenza, l’altro quelli che più incitano alla contro dipendenza. È il caso, per esempio del padre autoritario e tendenzialmente poco partecipe alla quotidianità della famiglia e della madre iperprotettiva. In questi casi si crea l’ulteriore aggravante del dover oscillare dall’essere dipendente all’essere contro dipendente e, di più, si crea una sorta di patto di complicità, che è nei fatti troppo ambivalente da sopportare, tra il figlio e uno dei due, creando così un nemico o da combattere o dal quale difendersi o da boicottare. Si capisce bene come in quest’ultimo caso viene in partenza a mancare la possibilità per il figlio di ritenere credibili i propri genitori e di considerarli come un punto di riferimento poiché essi stessi non riescono ad essere un punto di riferimento né per se stessi né l’uno per l’altro. Famiglie intermittenti, con ruoli confusi e intercambiabili e con alto tasso di ambivalenza al proprio interno, non di rado possono contribuire a esacerbare disturbi di personalità legati a una inadeguata o non completa definizione della propria identità.

Il figlio contro dipendente, invece, è quello che tende ad agire più per contrastare i propri genitori che per propria volontà o desiderio e le cui azioni sono più volte a dimostrare qualcosa che non otterrà mai il riconoscimento sperato. Di conseguenza, non di rado si riscontrano comportamenti eccessivi come aggressività fisica o verbale, comportamenti devianti o socialmente discutibili, ossessioni che cortocircuitano in labirinti mentali dove il ragazzo si perde come una marionetta rotta con gli occhi rivolti all’indentro. Fino ad arrivare a disturbi paranoici sostenuti da una forte rabbia che può essere rivolta a se stessi, agli altri o al mondo intero, senza escludere la possibilità di sviluppare paranoie con manie di persecuzione.

Il figlio dipendente invece è colui che si guarda in uno specchio, i propri genitori, che gli rimandano costantemente un senso di incapacità o di insoddisfazione o di inadeguatezza che può portare il ragazzo, insicuro e con una forte sensazione di non essere abbastanza in grado o all’altezza, ad avere un eccessivo bisogno di rassicurazione nel momento in cui agisce e a preferire evitare di affrontare situazioni nelle quali rischierebbe di provare la propria incapacità. Fino ad arrivare a sviluppare ansie e paure che possono trasformarsi in veri e propri disturbi fobici, o un’eccessiva necessità di controllo come nei disturbi ossessivi; dalle ossessioni al disturbo ossessivo-compulsivo o anche nelle diverse varianti del disturbo alimentare. O ancora, quale esasperazione da un lato del proprio senso di incapacità, dall’altro della mancanza di fiducia nei confronti del resto del mondo, non è infrequente osservare la strutturazione di un disturbo ossessivo-paranoico. Naturalmente quanto proposto ha senso solo nel momento in cui le modalità di interazione potenzialmente patogene si irrigidiscano, quindi va specificato che non sono gli atteggiamenti descritti in se stessi a creare e sostenere un disturbo ma il loro irrigidimento Che cosa fa sì che le modalità interattive genitoriali non si irrigidiscano e trasformino invece i genitori in guide da seguire? La risposta a questa domanda è insita in un concetto in realtà trasversale a tutte le età, ovvero quello di autorevolezza e in ciò che deve essere presente perché dei genitori possano essere considerati, appunto, autorevoli.. Lo stile autorevole, infatti, viene da più parti ritenuto (Palmonari, 2001) come quello che maggiormente facilita l’inserimento del giovane nel proprio contesto sociale, rendendolo sicuro, capace di autocontrollo e soddisfatto di sé. I genitori svolgono una funzione di guida e di sostegno nell’educare i propri figli, mostrandosi attenti e sensibili ai loro bisogni ma al tempo stesso stimolandone la crescita attraverso richieste appropriate e ragionevoli in relazione alle loro capacità. Belle parole queste, ma come riuscire a porre le basi per costruire, coltivare e strutturare uno stile autorevole? Chiaramente anche in questo caso non esistono delle ricette preconfezionate, considerando che ogni sistema è un nucleo a sé che interagisce con altri nuclei modificandoli e venendone modificato, ma con proprie regole e caratteristiche. Tuttavia esistono dei comportamenti che, se osservati, consentono di avere una maggiore probabilità di successo nel raggiungimento dell’obiettivo e che in sistemi funzionali e funzionanti vengono attuati dai genitori fin dalle fasce di età precedenti.

La pratica clinica e la risoluzione di problemi invalidanti ci ha consentito di elaborare veri e protocolli di intervento e di risoluzione per specifiche problematiche, e di conoscere i problemi attraverso le loro soluzioni  (L’arte del cambiamento; Il dialogo strategico; Solcare il mare all’insaputa del cielo).Chiaramente la difficoltà non può essere considerata alla stregua di un problema, ma, essendo un problema l’esasperazione di una difficoltà, allora è possibile avere delle linee guida che i genitori e gli agenti educativi a vario livello possono tener presenti al fine di evitare quanto meno di essere loro a contribuire a tale evoluzione non auspicata. Considerando poi che i figli i genitori non li scelgono, ma al contempo che due genitori quando decidono di mettere al mondo un figlio si mettono letteralmente un estraneo in casa, obiettivo di entrambi dovrebbe essere quello di gradualmente conoscersi, approcciando l’uno all’altro con l’attenzione di chi si trova di fronte un mondo da scoprire e la determinazione di chi vuole l’uno il meglio per l’altro. Questo, facendo ognuno quello che infondo e infine sa fare per quanto compete al proprio ruolo: i genitori i genitori, i figli i figli ed evitando di perdere di vista quello da cui ognuno di noi non si può permettere di prescindere, ovvero se stesso.

Per avere indicazioni pratiche orientate a guidarti nei due mestieri più difficili che esistano, ovvero quello da un lato di genitori, dall’altro di figli e anche di figli che diventano genitori dei propri figli e a un certo punto della vita anche dei propri genitori, ti suggerisco di leggere: