LOCANDINAIntroduzione di Elisa Balbi: 

    Quando si sceglie di affrontare un percorso personale e professionale che implica prendersi cura delle persone, la prima cosa che viene da fare è chiedersi: come vivo io? Il primo step da cui a mio avviso non si può prescindere consiste proprio nell’indagare sul proprio funzionamento. Io, personalmente, valutando il mio mi dicevo: “Che cosa faccio? Come vivo ogni giornata? Io vivo ogni giornata come se fosse la prima e l’ultima”. Poi guardandomi intorno e cercando di capire se si trattasse del modo più utile per affrontare le cose della vita, guardando accanto a me notavo, per contrasto, differenti scenari e cercavo di capirci qualcosa.

    Osservando le persone che mi sono accanto, mi rendevo conto che questo mio modo può apparire un po’ superficiale agli occhi di coloro che sono abituati ad andare a fondo, alla ricerca costante di un perché delle cose.

D’altra parte si tratta di una modalità che può apparire completamente fuori dal controllo a chi è abituato a rincorrere costantemente lo scorrere delle cose alla ricerca di una certezza nel futuro.

Così come può essere percepita come alquanto rischiosa per coloro che sono abituati a vivere il presente nell’attesa che qualcosa accadrà, perché in questo giorno potrebbe non accadere nulla o qualcosa di speciale.

    Poi un giorno, e qui entra in gioco Giorgio Nardone, proprio lui mi ha raccontato un aneddoto magari per i più neutro ma che mi è arrivato dentro – colpita e affondata, insomma -: mi ha raccontato un’esclamazione del suo maestro proferita mentre, insieme, attraversavano in auto le colline toscane ammirando il panorama: “La felicità è vivere nella scoperta del momento presente”. Per me è stato come essere folgorata dal fendente di un pugnale. Lì ho capito…lì ho capito che non esiste un modo giusto o sbagliato di vivere le cose e la vita, e lì ho capito che io vivevo la mia vita e la mia giornata come se fosse la prima, e quindi con la stessa curiosità di un bambino che muove i primi passi, ma anche come se fosse l’ultima, quindi con la stessa intensità di chi non sa se il giorno dopo sarà ancora vivo oppure no. 

    E allora, da quel giorno, la colonna sonora, la frase che mi torna in mente ogni mattina e che mi risuona dentro come un’eco quando apro gli occhi è: “Vivi, con curiosità, nella costante scoperta del momento presente”. Di questo ringrazio Giorgio Nardone, oltre a ringraziarlo per il fatto di essere qui questa sera, a ulteriore dimostrazione del fatto che gli eventi casuali pianificati sono quelli che riescono meglio.

    GRAZIE.

 

    Relazione  di Giorgio Nardone (riadattamento dal parlato al testo scritto di Elisa Balbi): 

    Si dice che dopo presentazioni di questo tipo non si può che deludere, data l’aspettativa talmente alta che puoi fare qualunque cosa, ma il rischio di non soddisfare le attese è previsto… spero di riuscire a ribaltare questa cosa. La nostra mente così come continuamente costruisce trappole, costruisce continuamente anche soluzioni. Si tratta di una circolarità nella quale è importante riuscire a danzare; la circolarità tra capacità di realizzare realtà patologiche da un lato e realtà terapeutiche dall’altro. Di più, la magia sta nel riuscire ad oscillare senza irrigidirsi né da una parte né dall’altra.

Personalmente non sono giunto a questa conclusione perché una mattina mi sono svegliato e, sotto la spinta di una allucinazione notturna, ho immaginato che la realtà potesse funzionare in questo modo; bensì quanto affermo è il frutto di un lavoro durato trent’anni e non in laboratorio, ma seguendo migliaia di casi, migliaia di persone nelle situazioni più svariate. Perché la vita è fatta di esperienze, di relazioni, di variabili intervenienti che nessuno può pensare di riproporre in laboratorio: vuoi conoscere un fenomeno? Studialo sul campo. Vuoi conoscere come funziona? Cerca di cambiarlo e, a seconda dei feedback che hai, misura come funziona. Questo per dirvi che quello di cui vi parlerò è il frutto di un lavoro applicativo durato trent’anni su decine di migliaia di casi.

    Cercherò di spiegarvi come la maggioranza di noi si scava una buca da solo e ci cade dentro, e come si possano prevedere differenti esiti a seconda della profondità della buca stessa: se non è troppo fonda si riesce ad uscire da soli, se è un po’ più profonda facciamo fatica ad arrampicarci ma alla fine più o meno stanchi o stremati ce la facciamo, e in questo caso potremmo affermare di essere usciti da una situazione di difficoltà. Aumentando la profondità, ci troveremmo di fronte prima a un problema, per cui necessitiamo di qualcuno che ci aiuti, poi a un disturbo che ha bisogno di un esperto specialista per essere risolto e che sia dotato di una fune spessa per tirare la persona su di peso.

    Partendo dal sano, dunque, si arriva all’insano, in una circolarità dove non esiste nella maggioranza dei casi la causa predeterminata, ma un’inevitabile interazione tra il soggetto e la sua realtà, tra il soggetto e gli altri, che contribuisce a costruire quella che noi chiamiamo patologia.E pensate che in tutto questo la PSICOTRAPPOLA di fondo è che, tolto il 2-5% della casistica che si inserisce nella categoria dei disturbi endogeni, le nostre trappole sono l’effetto paradossale del nostro successo. Noi siamo artefici di qualcosa che nella vita ci ha aiutato; le nostre strategie di soluzione che poi diventano ciò di cui siamo vittime.

La maggioranza dei problemi che possono strutturarsi in disagi fino alla patologia sono qualcosa di cui noi, ovviamente senza intenzione, siamo prima gli artefici e poi le vittime. Senza volerlo, come afferma Oscar Wilde, con le migliori intenzioni produciamo gli effetti peggiori. Quando abbiamo avuto l’esperienza di successo nel risolvere un problema o un disagio tendiamo, per come siamo fatti dal punto di vista neuropsicologico, a replicare quella soluzione e ad applicarla a tutti i problemi che si somigliano per associazione e per economia mentale. Questa è una trappola micidiale perché già la stessa soluzione a distanza di anni non funziona sullo stesso problema se non è riadattata, immaginate di applicare una soluzione che ha funzionato su un problema simile a quello che avete attualmente ma che non è isomorfo …il rischio di andare fuori pista è dietro l’angolo.

Come se questo non bastasse, un’altra tendenza tipica dell’essere umano è quella di ritenere che se una buona strategia che ha funzionato in passato non funziona attualmente, ciò è non perché non è più valida quindi la cambiamo, ma pensiamo che forse non abbiamo insistito abbastanza nell’applicazione, quindi insistiamo e ci trasformiamo tutti in quel mulo di una nota storiella greca…la conoscete?

    Un mulo, abituato a percorrere il solito tragitto ogni mattina, un giorno, dopo una notte di temporale con tanto di fulmini, si imbatte in un tronco d’albero caduto di traverso sulla strada. Dopo un primo momento di smarrimento, si chiede come mai tale presenza indesiderata e cerca di spostarlo a testate, ma questo rimane esattamente nello stesso punto. Allora il povero mulo pensa di non aver impresso abbastanza forza al colpo, quindi ci riprova, ma nulla; dunque prende la rincorsa per accumulare più potenza nell’impatto, ma nulla, quindi ci prova un’altra volta e un’altra volta ancora… fino a che… vi lascio immaginare il finale tragico della storia, che sarebbe stato certamente differente se solo avesse pensato che bastava driblare il tronco per, passandogli accanto, continuare il proprio percorso.

    Nella maggioranza dei casi noi facciamo proprio come quel mulo, e non perché siamo stupidi, no! Ma perché la nostra natura funziona così. La nostra mente o il nostro cervello replica per associazione e per economia di esercizio ciò che ha funzionato. Quindi che fare? Dobbiamo essere vigilanti e osservare che se qualcosa non funziona alla prima, non funziona alla seconda, allora forse è bene evitare di insistere, semplicemente perché non funziona come pensavamo, perché non funzionerà comunque… […]

    Quindi potremmo affermare che la natura non ci aiuta, e se la natura non ci aiuta, la cultura non ci salva, perché, soprattutto in Occidente, ma in Oriente non stanno meglio, quando gli esseri umani costruiscono teorie per gestire la realtà di solito le trattano come verità da difendere; pensiamo alle idee assolute, pensiamo ad Hegel che scrive che se i fatti non concordano con la teoria tanto peggio per i fatti. Ancora, pensiamo alla depressione: è dimostrato che chi è depresso ha un malfunzionamento del neurotrasmettitore chiamato serotonina, ma non è dimostrato che è lo sbalzo della serotonina a causare depressione. […]

    Tornando alle nostre PSICOTRAPPOLE, che sono molto più semplici da trattare di quanto possa sembrare, esse si traducono dunque in strategie che si mettono in atto in quanto ritenute efficaci o sperimentate come tali, e che si replicano talvolta allo stremo, fino a che da sane la rendo insane. Entrando nel vivo dell’argomento, credo che in questa sala non ci sia nessuno che non abbia mai sofferto della

  • PSICOTRAPPOLA numero uno, ovvero l’essere deluso dalle aspettative rispetto a qualchedun’altro o rispetto a se stessi altrimenti detta psicotrappola delle aspettative infrante. Essa è universale perché è ragionevole pensare fino a ritenerlo vero che gli altri in certe condizioni dovrebbero percepire, sentire, pensare, agire come faremmo noi in quella stessa situazione. E come ci arrabbiamo se non lo fanno! Come ci deludiamo se fanno diversamente! E come ce la prendiamo se a deluderci sono le persone più care e vicine a noi! Tutti siamo costantemente vittime, dopo esserne stati artefici, delle nostre aspettative infrante. Pensate che chiunque, se si ferma un attimo a riflettere, sa che ognuno di noi è differente dall’altro e che quindi percepisce la realtà in modo differente e di conseguenza è impossibile che la senta come me e che reagisca nel mio modo, eppure a tutti viene da pensare che lo dovrebbe fare. Vedete come siamo difettosi per fabbricazione!?!. Su questo dobbiamo vigilare.
  • Pensate ora a un’altra PSICOTRAPPOLA: come siamo bravi a sottovalutare ciò che ci è lontano e a sopravvalutare ciò che ci è vicino in termini affettivi. Allora, se uno dei vostri figli va male a scuola sono gli insegnanti cattivi o la scuola che non funziona, se va male qualcun altro è lui che non studia abbastanza. Se chi vince un concorso è antipatico sicuramente è stato aiutato da una commissione corrotta, se lo vince qualcuno che è vicino a voi e che sapete essere stato aiutato dite che infondo ce l’ha messa tutta, e se lo merita, anche se è stato aiutato. La nostra mente ci fa avere delle percezioni differenti in virtù dei nostri affetti, dei nostri legami. È questo è uno degli autoinganni più terribili. Perché? Immaginate come mai i genitori non si accorgono che il figlio si droga mentre lo vedono tutti, o il partner non si accorge di venir tradito perché non lo vuole vedere; non lo decide, ma inconsapevolmente elimina tutto ciò che è scomodo, come lo struzzo che mette la testa sotto la sabbia per non vedere il leone che sta arrivando per sbranarlo. Vedete che vi parlo di esperienze vostre e che viviamo tutti i giorni.
  • Sempre nelle PSICOTRAPPOLE del pensare, pensate a quanto sono antipatici quegli uomini che pretendono la coerenza a tutti i costi. L’uomo che dice alla compagna: “Tu avevi detto questo, poi hai fatto diversamente, sostenevi questo mentre ora fai altro…”. In una situazione di questo genere la risposta più coerente di una donna intelligente è: “Tu sei un uomo e non puoi capire”. Perché sapete che uomini e donne funzionano in modo molto differente, per cui gli uomini sono più razionali e analitici, mente le donne sono più fantasiose e vanno più per sensazione. La coerenza dunque come logica che ha diretto il mondo occidentale fino adesso, ma che infondo e infine non è altri che un delitto contro natura. Qualcuno di voi può affermare di essere stato sempre coerente? No. Perché nessuno di noi può essere coerente, semplicemente per il fatto che le nostre stesse percezioni sono costantemente influenzate dai nostri stati d’animo. Quindi le cose non sono mai uguali in relazione a come ci sentiamo.

    A questo proposito è recentissimo un aneddoto carino: ieri l’altro si ferma ad Arezzo un medico che sta facendo una bellissima ricerca su una parte del nostro cervello, che si chiama Locus Coeruleus e che è una delle zone identificate come responsabili di molti disturbi mentali. Il professor De Cicco, così si chiama il collega, sta facendo questo lavoro utilizzando uno strumento chiamato pupillometria, che misura l’allineamento delle pupille che, secondo alcuni studi, sarebbe l’indicatore del più o meno coretto funzionamento, appunto, del Locus Coeruleus. Di ritorno dall’Università di Pisa, si ferma da me e mi racconta che, facendo la pupillometria ad una giovane donna, dichiaratamente in uno stato di angoscia essendo stata lasciata di punto in bianco e senza spiegazioni dal fidanzato qualche giorno prima, risultano pupille completamente asimmetriche. La stessa donna, mentre aspetta di fare altri esami, riceve una telefonata dell’amato che si scusa e le chiede di tornare insieme. Felicissima, la stessa rientra in studio e comunica l’accaduto, quindi il professore riprova la pupillometria e le pupille sono perfettamente allineate. Lui si è fermato ieri da me per chiedermi come fosse possibile; come funziona che l’esperienza possa essere in grado di alterare il funzionamento del corpo con un cambiamento apprezzabile strumentalmente a livello fisiologico.

    L’esperienza cambia la biologia, cambia la strutturazione del cervello, tanto che prima e dopo la cura cambiano le zone di attivazione dal punto di vista neurologico, e di questo abbiamo dimostrazione empirica grazie alle ricerche che stiamo conducendo attraverso l’applicazione della risonanza magnetica prima e dopo la cura. Ulteriore dimostrazione di quanto la coerenza sia un mito, pur continuando ad imperare. Ora, siccome abbiamo parlato male degli uomini, facciamo altrettanto delle donne.

  • Un’altra trappola della mente è lo sento, quindi è. Questa è femminile, vero? Siccome lei non mi piace è cattiva e inaffidabile; l’intuito femmi9nile che sente e poiché sente è senza possibilità di errore. Siete disarmati e non potete dire null’altro. […] Ora, passando dalle trappole del pensare a quelle dell’agire, venendo alla prima: gli esseri umani, come abbiamo accennato, insistono nell’applicare qualcosa che credono funzionare anche quando non funziona pensando che prima o poi funzionerà. Questo ci porta, come detto, non solo a non risolvere il problema ma a complicarlo. […] Pensiamo a tutti coloro che hanno paura che tendono ad evitare ciò di cui hanno paura. Se io evito la situazione che mi spaventa sul momento, lì per lì mi sento salvo, poi mi sentirò addosso un senso di incapacità sempre crescente che mi porterà a continuare ad evitare, fino ad arrivare a strutturare un vero e proprio panico nei confronti di quella situazione, che quindi mi farà sempre più paura. Quindi ciò che mi salva all’inizio complica esponenzialmente la paura dopo. Ancora, pensate alle situazioni temute che, non potendo evitare, affronto portando con me un protettore di cui mi fido. In questo caso è vero che affronto, ma si tratta di una vittoria di Pirro, perché non è farina del mio sacco e non mi aiuta a superare il problema, anzi mi aiuta ad entrare nel meccanismo per cui comincerò a pensare di non poter fare a meno di quella persona, il che mi rende dipendente da una parte, ma soprattutto conferma la mia incapacità, che mi porterà ad incrementare la richiesta d’aiuto, e la paura aumenterà. Sommando la richiesta d’aiuto all’evitamento di cui abbiamo parlato, esiste una buona probabilità di sviluppare un disturbo da pani9co severo.
  • Se poi vi aggiungete la PSICOTRAPPOLA forse più moderna, e cioè il tentativo di controllo della propria realtà, degli e di se stessi, sia nelle azioni che nei pensieri, nell’illusione rassicurante che la soluzione di ogni cosa o quasi sia nella possibilità controllare tutto, allora dobbiamo anche fare i conti con il fatto che quando tale controllo non funziona, spesso in quanto esasperato, porta a una spaventosa perdita di controllo. Pensiamo al cuore che batte forte: mi concentro a controllarlo e diventa ancora più forte, quindi mi difendo cercando di rallentare e paradossalmente più cerco di regolarizzare i battiti, e più mi sento soffocare, fino a che mi viene l’attacco di panico, che si costruisce dunque come patologia attraverso la combinazione del controllo che fa perdere il controllo, l’evitamento che ferisce e la richiesta di aiuto che aumenta il senso di incapacità personale. Se reitero questo copione per qualche mese divento panicante, e questo vale anche per l’esperto. Pensate a Giorgio Nardone che ha tenuto migliaia di conferenze in tutto il mondo, ma che questa sera, mentre è qui con voi, comincia a sentire dentro di sé una sensazione sgradevole che associa a una possibile perdita di controllo, e che quindi cominci a chiedersi: “Che cosa sta accadendo?” Immaginate che, come ancora di salvataggio in una situazione da cui non può allontanarsi, lo stesso pensi al fatto di non essere solo e quindi se dovesse accadere qualcosa allora sarebbe salvo. Anche Giorgio Nardone, sentendo tutto questo subbuglio interno, pur salvo, tornerebbe in albergo stremato e ferito. E allora magari la prossima settimana evito una conferenza programmata per evitare di correre il rischio di stare male. Ma, poiché non è nel mio stile rimandare gli impegni, una volta successiva mi dico anche che a Fano sono giunto alla fine della Conferenza grazie ai due angeli custodi che avevo affianco, allora le volte successive li porterò con me, magari dicendo loro che se dovessi avere qualche esigenza dovranno salvarmi, o, trappola ancora più grande, mi organizzo e dico loro di essere afono e che quindi non potrò probabilmente parlare per tutta la Conferenza, quindi do la parola a loro, facendomi sostituire. Non affronto la paura, e mi sento, anche se salvo, ancora più fallito. Bene, facendo questo per qualche mese diventerò panicante del parlare in pubblico.

    Ognuno costruisce quello che poi subisce. Questo è il senso delle PSICOTRAPPOLE.  Per fortuna, come dicevamo, vale il contrario. Pensate che le PSICOSOLUZIONI che abbiamo studiato per il panico sono proprio tre tecniche che vanno a sbloccare il controllo che fa perdere il controllo insegnando alle persone ad evocare le paure per sfatarle. E allora la paura guardata in faccia si trasforma in coraggio grazie alla tecnica della peggiore fantasia, diversamente dalla paura evitata che diventa timor panico. Così come altre tecniche mirano a sviluppare la capacità di chiedere aiuto e di controevitare le situazioni. Le soluzioni individuate e che hanno funzionato, dunque, ci spiegano i problemi.

  • Altra PSICOTRAPPOLA dell’agire è una trappola relazionale moderna: la difesa in anticipo. Sapete che la maggioranza delle persone oggi vive in una condizione dove il mondo esterno per tutta una serie di motivi viene vissuto come minaccioso, e le persone pure. Quindi evidente è la tendenza alla diffidenza e all’atteggiamento difensivo. Pensate a quando uscite e camminate per strada: tendete a guardare gli altri e magari fate un accenno di sorriso, oppure nella maggioranza dei casi fate i fatti vostri e andate avanti? Questa, vero? Ma pensate: quando avete anche il minimo timore di non essere accettati, il fatto che camminando e nessuno vi guarda, nessuno è gentile, cosa significa? Che gli altri mi rifiutano. Allora mi chiuderò di più e mi farò sempre più rigido, creando di riflesso negli altri un tentativo di difesa che porterà a una escalation di rigidità. Io di solito uso una immagine di questo tipo con i miei pazienti: “Quando entrate nella mia sala d’attesa - che di solito è affollata - immaginate che nessuno pensi che siate piacevoli, anzi siete convinti che tutti vi rifiuteranno. Entrate e siete rigidi, con lo sguardo basso, senza salutare nessuno., entrate così. Vi sedete e guardate tutti con lo sguardo circospetto, gli altri vi guarderanno allo stesso modo e il risultato è che dal dubbio che gli altri mi potranno rifiutare arrivo mano a mano a costruire la certezza che gli stessi ce l’abbiano con me”. Sono io che l’ho costruito. E poi l’ho subito. “Invertiamo il film: immaginate di entrare convinti di piacere a tutti, petto aperto e mente in avanti, guardate, sorridete salutate e pensate a quanto siete belli, avendo la sensazione di piacere a tutti”. Il difendersi in anticipo è un modo per creare la paranoia di rifiuto degli altri, tanto che la più importante terapia sociale oggi sarebbe prescrivere a ognuno, uscendo di casa, di, qualunque persona incontriate, guardatelo e se vi riguarda accennate un sorriso. La maggioranza vi sorriderà. Avere distribuito il virus positivo della gentilezza e dell’accoglienza. Entrambi vi sentirete accolti.

    Del resto, il primo ingrediente della ricetta per quella felicità di cui si parlava all’inizio, ritengo sia proprio quello di far del bene alle persone che si hanno accanto.

    Se date il meglio di voi agli altri, quello che vi tornerà indietro sarà molto di più di quello che avete dato. Mi piace pensare di aver distribuito proprio questo virus, questa sera. In questa sala.

    GRAZIE A TUTTI.

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