IL CHIARO LATO OSCURO DELL’ADOLESCENZA

di Elisa Balbi

    Chi non sa stare da solo non sa stare con nessun altro e talvolta tale incapacità diventa violenza, in questo caso rivolta all’esterno del nucleo familiare, quindi l’ambito sociale. È il cosiddetto “bullismo”; un fenomeno tanto di moda ma ancora troppo poco studiato nel suo funzionamento. Quello che troppo poco spesso si considera è che un adolescente che manifesti comportamenti violenti nel contesto sociale, sia ristretto che allargato, non diviene violento all’improvviso e senza manifestare prima segnali di disagio. In quest’ottica risulta fondamentale valutare la funzione che per il giovane abbiano i comportamenti antisociali, al fine di comprendere come si strutturi l’intervento, nell’ottica che per risolvere un problema si utilizza la struttura del suo funzionamento rovesciandola su se stessa. Per questo rimando il lettore ai testi di riferimento (Nardone, Watzlawick, 1997Nardone, Wayzlawick, 2005; Nardone, Balbi, 2008; Balbi, Artini, 2009; Balbi, Boggiani, Dolci, Rinaldi, 2009). 

    Prendendo in considerazione l’adolescente cosiddetto oppositivo, è probabile che ci si trovi di fronte a comportamenti già violenti, per cui è qui possibile parlare di vero e proprio bullismo, contrariamente a quanto accade in età precedenti. Nonostante la differente portata del gesto, come accade con il bambino, il primo intervento attuabile nel momento in cui il problema sia circoscritto all’ambito scolastico consiste nel far sentire utile il ragazzo nel controllo della violenza altrui; se questo funziona, conduce rapidamente all'estinzione del comportamento indesiderato. Spesso, tuttavia, purtroppo ciò non è possibile e incontra scarsa collaborazione da parte del bullo, motivo per il quale tale possibile soluzione verrà adattata alla situazione, per esempio individuando, a scuola, dei ragazzini ritenuti più forti di lui o realmente tali che assumano il compito di tutelare le vittime, chiaramente senza usare la violenza ma lo stratagemma del vincere senza combattere (Nardone, 2003; Nardone, Balbi, 2008).

    Quando il problema si manifesta in famiglia, allora viene usualmente individuato un componente adulto della famiglia stessa, che potrebbe essere il fratello, lo zio, il padre o la madre che sia in grado di controllare il bullo. Il suo ruolo sarà quello di esserci in caso di bisogno. In un secondo momento potrebbe essere proprio lui a divenire il paladino dei deboli, ma prima è necessario smontare la sua aggressività dimostrandogli che non è il più forte e che esiste sempre qualcuno che può trasformarlo da aguzzino in vittima

    Potrebbe accadere che sia necessario utilizzare una strategia di rete, intervenendo sia nell’istituzione che nel contesto sociale dove il giovane esercita la violenza, incrementando così il potere di intervento del terapeuta. In questo caso è importante riuscire a orientare, e a canalizzare la violenza verso scopi costruttivi. 

    Un’altra modalità per agire sui comportamenti dell’adolescente violento, richiede la collaborazione di una o più figure di riferimento terze che si dimostrino più forti di lui e che annullino la valenza positiva della violenza. 

    Cosa fare però quando il sistema appare talmente invischiato da non individuare vie di soluzione; quando i genitori decidono di sacrificarsi in nome della violenza del figlio ritenuta il frutto della sua sofferenza e, in questo modo, da vittime divengano gli aguzzini del proprio figlio dal punto di vista della formazione e del mantenimento del problema, adottando gli stessi un atteggiamento complementare che può solo produrre l’effetto di alimentarlo sempre più? In questi casi la soluzione di sfruttare l’autorità del padre perché metta in riga il figlio senza arrivare alla violenza non può funzionare, perché è il ruolo di vittima di entrambi o di uno dei due genitori, spesso per ovvi motivi la madre, a rappresentare contraddittoriamente il vero alimentatore del problema. Usare un terzo sarebbe impensabile perché il sistema si chiuderebbe rifiutando l’invasore percependolo come il nemico da combattere. L’utilizzo del sistema scolastico non è contemplabile, perché spesso in questi casi la violenza è sommersa e dal di fuori non è percepita per volere stesso del nucleo in questione.

Quale soluzione a una situazione senza apparente soluzione? In realtà, laddove esiste un problema esiste necessariamente una soluzione; magari che richiede di percorrere un sentiero non ancora battuto, ma esiste. In questo caso, il primo passo è quello di stanare la vittima o le vittime dalla propria posizione per riuscire indirettamente ad agire sull’aguzzino. Sintonizzandoci con il funzionamento del sistema, quindi, si procede facendo sì che la vittima si sacrifichi ulteriormente immolandosi di nuovo e ancora di più per il figlio, ma in una direzione funzionale e costruttiva. Come? Si fa sentire alla vittima come il proprio sacrificarsi non può che condurre rapidamente il pargolo a un progressivo peggioramento, fino ad arrivare a compiere atti di violenza verso se stesso inarrestabili. In altri termini, si utilizza la visione patogena della necessità di sacrificarsi del genitore per ritorcergliela contro, per uccidere il serpente con il suo stesso veleno (Nardone, 2003; Nardone, Balbi, 2008). Contemporaneamente, agisce la paura più grande contro la paura attuale, ovvero Ubi maior, minor cessat: continuando a subire le angherie del figlio, questo soffrirà sempre di più, fino a divenire violento contro se stesso, con buone probabilità di giungere al suicidio. 

In seguito a questa manovra, in genere si ottiene una collaborazione dove prima c’era opposizione, con il genitore pronto a sacrificare anche la propria stessa vita per il figlio, e si può fornire un’indicazione particolarmente interessante e a mio avviso utilizzabile anche quando non si giunga allo stremo di comportamenti violenti, ma per esempio in fase di acquisizione della capacità di rispettare le regole familiari, o il ruolo genitoriale. Si può indicare ai genitori che, ogniqualvolta il figlio si dovesse comportare in maniera violenta iniziando l’escalation, dovranno reagire immediatamente uscendo di casa. Se uno dei due per qualsiasi motivo si dovesse trovare in difficoltà nell’eseguire la prescrizione, mettiamo sia la madre, il padre dovrà aiutarla prendendola per mano, portandola fuori e lasciando solo il ragazzo. In questo modo, i genitori diventano finalmente alleati contro la violenza del figlio, alla quale non rispondono con altrettanta violenza e neppure subendola, ma con quello che in termini tecnici definiamo disarmo unilaterale. Si tratta di una squalifica non più sul piano del braccio di ferro, ossia sul livello del chi è più forte, ma sul livello della comunicazione: “Ogniqualvolta sarai violento, noi ce ne andremo per un po’. Se ricomincerai, ce ne andremo di nuovo”. 

    Quello proposto è un intervento minimale ma con un potere formidabile perché la persona violenta, in famiglia o fuori da essa, per esercitare il proprio presunto ma in realtà illusorio potere, ha bisogno che ci sia qualcuno che gli permetta di essere tale. Nel momento in cui non esiste più una vittima e neppure chi cerca di difenderla, poiché i genitori ogni volta che lui inizia a essere pericoloso escono di casa, allora l’obiettivo primario del ragazzo sarà quello di riaverli con lui, ma per riaverli dovrà smettere di essere violento, altrimenti i due se ne andranno di nuovo. Si ottengono due effetti con una singola manovra; da un lato la madre si sacrifica non più subendo ma andandosene in nome del figlio, d’altro lato il figlio, per avere di nuovo con sé i genitori, dovrà cambiare completamente strategia di comportamento nei loro confronti. In alternativa all’andarsene, se dovessimo trovare una maggiore resistenza da parte del sistema a collaborare, potremmo proporre ai genitori una prescrizione a illusione d’alternativa fornendo loro due possibilità: “O ve ne andate o state lì e dite a vostro figlio «violentaci ancora di più perché ti serve quindi picchiaci, martoriaci, facci tutto quello che vuoi perché ti serve»”. Nella maggioranza dei casi il sistema coinvolto sceglie la prima alternativa e, anche in questo caso, si sfrutta la logica sacrificante degli altri perché anche i più sacrificanti si rendono conto che andarsene è meno costoso per tutti. 

    Come muoversi quando il sistema familiare è allargato? Anche in questo caso la vittima predestinata è sempre una, o, più precisamente, anche se sono tante o tutte, una svolge la propria funzione meglio degli altri. Questa sarà la leva vantaggiosa sulla quale lavorare per ottenere il cambiamento voluto. 

    Le forme di intervento descritte, come rilevato attraverso la ricerca e la pratica clinica, sono risultate oltremodo efficaci perché consentono, determinando una rottura del precedente equilibrio patologico, di far scoprire al nostro bullo che la propria forza può essere utilizzata in una direzione differente. Egli, infatti, si accorge che che utilizzare la propria forza in modo positivo è molto più vantaggioso piuttosto che farlo in qualità di eroe negativo che comunque prima o poi paga; in questo modo il ragazzo ottiene attenzioni reali e molto più appaganti e piacevoli. È il rovescio della stessa medaglia che consente di far salire il nemico in soffitta e togliere la scala (Nardone, 2003; Nardone, Balbi, 2008) che in termini operativi significa che il cambiamento non è solo auspicabile ma diviene inevitabile.

 

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