DOC: QUANDO LE SCARAMANZIE DIVENTANO MANIE

Di Elisa Balbi

 

    Quando eri piccolo ti divertivi a salire e a scendere le rampe di scale in un modo preciso: dovevi iniziare con il piede che ti consentisse di, arrivato alla fine, salire o scendere l’ultimo gradino con il piede sinistro. Per questo, prima di cominciare contavi il numero dei gradini, e se erano dispari allora iniziavi con il piede sinistro, se erano pari con il destro; qualche volta accadeva che non ti ricordassi di anticipare la salita o la discesa con il conteggio, e allora poteva essere che arrivassi alla fine con il piede, per così dire, sbagliato e, quasi, quasi ti veniva voglia di scendere di nuovo per fare tutto come si doveva. Poi ti dicevi: “Chi se ne importa!”, e andavi oltre. 

Prima delle interrogazioni, la mattina ti svegliavi una mezz’oretta prima per ripassare, ritenendo che se fossi riuscita a dare una scorsa anche velocissima a tutto il programma la mattina stessa, tutto sarebbe andato per il meglio, poi ti sei resa conto che era molto più utile riposare quei trenta minuti in più per essere più fresco e performante nella prestazione, anche perché in queste situazioni “Quel che è fatto è fatto, o no?”

All’università, tendevate a farvi un programmino di studio da urlo; ogni giorno dovevate studiare almeno una certa quantità di pagine per poter dire a voi stessi che avevate fatto tutto quello che potevate in quella sessione, rispettando quel programma che vi avrebbe portato a darvi un’organizzazione che, a sua volta, vi avrebbe consentito di riuscire nell’intento di preparare esami di una decina di libri sapendo tutto quello che c’era da sapere. Poi vi siete resi conto che quei piani non li rispettavate mai, o meglio che le pagine che studiavate ogni giorno erano molte di più e, a quel punto, sapendo di sforare in eccesso, vi siete detti che era una vera e propria noia programmare e che più programmavate più vi veniva voglia di trasgredire al piano, che a quel punto non aveva ragione di esistere, anche perché il piano era dentro di voi.

La prima volta che ho sostenuto una presentazione in pubblico mi sono preparata minuziosamente credendo che, non dovendo pensare alle parole da dire, avrei potuto concentrarmi meglio sulla gestione dell’emozione ma trovandomi di fronte a coloro che erano venuti ad ascoltare, pronunciata la prima frase dentro di me è scattata la consapevolezza di quanto fosse stato stupido cercare di utilizzare una strategia che non mi era propria, proprio in una situazione particolarmente emozionante da affrontare, solo in quanto la ragionevolezza avrebbe portato a ritenere vero qualcosa che può andare bene per qualcuno, ma non per me. E mi sono detta: “Se sai quello che devi dire, le parole verranno; se hai dentro una sensazione che ti scuote, utilizzala al meglio per dare il meglio”. Da allora non è più accaduto di prepararmi in anticipo, neppure dovendo sostenere la presentazione a un evento d’eccezione di fronte a migliaia di persone (come al Convegno Mondiale di Terapia Breve Strategica e Sistemica), essendo molto più entusiasmante lavorare d’improvvisazione che preparare ossessivamente un canovaccio che diventa una strada obbligata da seguire, e che non si può non trasgredire. 

    Potrei portare mille altri esempi di quelle che spesso nascono come piccoli vezzi che possono rimanere tali come nei casi descritti, ma che, quando assecondati, possono assumere un senso di rassicurazione, per poi rischiare di diventare delle fisse che, confondendosi con piacevoli o tranquillizzanti abitudini, cominciano a imporre in sordina la loro presenza alla persona. In questa eventualità, in maniera subdola quegli stessi gesti e pensieri prima utili si trasformano in qualcosa di necessario, che poi diviene indispensabile, fino al punto in cui non puoi farne a meno, anche quando non sai come mai. Immaginiamo un tipico giorno di interrogazione di una bambina piuttosto pretenziosa con se stessa e che si proponga tendenzialmente di dare ad ogni prova il meglio di sé, e immaginiamo che questa volta l’interrogazione sia particolarmente importante, tanto che la piccola ha qualche insicurezza in proposito e che questa sua tensione la esprima alla mamma. La mamma per tranquillizzarla prima di lasciarla davanti all’entrata di scuola le dice: “Buona giornata, in bocca al lupo per tutto, mi raccomando fai la brava, ti amo tanto, ci vediamo oggi”. Immaginiamo che quella stessa bambina venga dunque interrogata e che l’interrogazione vada talmente bene da fruttarle un bel 10. Oltre, chiaramente, a dedurne la felicità, possiamo anche cominciare a pensare che con molta probabilità nella mente della bambina possa balenare l’idea per cui quella frase che al momento le era così tanto piaciuta abbia avuto un certo peso nell’esito, e che magari lo comunichi alla mamma che, per gioco e con un pizzico di orgoglio, le dica: “Vedi che ha funzionato?” Potrebbe allora essere che, magari in occasione di una prova successiva, la bambina chieda alla mamma di dirle la “frase che porta bene” che, nel momento in cui la piccola dovesse, come è probabile, ottenere un risultato di nuovo positivo, potrà cominciare ad avere un senso differente e importante dentro di lei, come non più o non solo qualcosa che fa sentire a posto prima della prova, ma come una sorta di “frase magica” che ha la funzione di propiziare che le cose possano andare bene.

    Ora, sappiamo bene che, e chiunque sia stato o abbia bambini concorderà con me, fin da piccini siamo abituati o siamo stati abituati a utilizzare piccoli ritualini come mezzo per diventare grandi; pensiamo alla favola prima di andare a letto che accompagna il bambino nella fase di passaggio dal giorno alla notte, oppure al rituale della pappa, o ancora, a quello del bagno che spesso diventa più una sorta di divertente teatrino che aiuta il bambino a fare alla mamma quello che qualcuno a suo tempo avrebbe definito un dono. Quando si diventa grandi, poi, nella maggioranza dei casi si abbandona tutto quanto, mantenendo per gioco eventualmente qualche piccola scaramanzia che poi si abbandona nel tempo, oppure la si mantiene ma solo in un settore preciso, come accade per esempio nel caso degli sportivi o degli artisti. Succede talvolta, tuttavia, che, senza ricercare una singola causa ma per una interazione di fattori, il ritualino non si destrutturi, ma mantenga una propria utilità nel tempo per poi, reiterato per un periodo che va da 3 a 6 mesi almeno in una situazione in cui funzioni nel raggiungere l’obiettivo per il quale viene messo in pratica, diventare qualcosa di cui non si può fare a meno. In altri termini il rituale, piuttosto che essere un mezzo attraverso il quale, come una sorta di Caronte dell’Aldilà, acquisire quella sicurezza che permetta di agire arrivando a sentirsi capace, diventa una delega a quel gesto o a quello specifico pensiero del proprio senso di sicurezza personale. E allora la persona non può non farlo, fino al punto tale che, anche non funzionando più, non si mette in discussione la possibilità di eliminarlo perché altrimenti potrebbe accadere qualcosa di molto peggiore.

    Se tutto questo, o altro ma con una dinamica o logica simile, dovesse accadere, ci troveremmo di fronte a un disturbo ossessivo – compulsivoEh, sì! perché ovviamente, nel momento in cui dalla difficoltà si passa al problema, fino a giungere al disturbo che richiede che qualcuno ti lanci una fune per poterne venire fuori, generalmente esso non si limita a una singola situazione o contesto, ma si generalizza, arrivando a minare il senso di sicurezza della persona o a irrigidire talmente tanto che una folata di vento può essere interpretata come indice di una tempesta imminente. Tecnicamente la persona, sulla base di una paura, mette in atto dei comportamenti, che possono essere o azioni o pensieri o entrambi, con, variabilmente, la funzione di: 

  • riparare a qualcosa che è accaduto, per esempio lavarsi le mani per la sensazione di essersi sporcati o contaminati, dire delle preghiere dopo aver commesso un’azione che fa sentire colpevoli, ripetersi una specifica frase o sequenza di parole per annullare i percepiti segni di una sventura,…;
  • prevenire che accada qualcosa di indesiderato o temuto, come nel caso di chi deve ripetere almeno un certo numero di volte il programma di un esame, o controllare di aver chiuso porte e finestre prima di uscire, o eseguire una sequenza di azioni precise prima di affrontare un evento percepito come rischioso, per prevenire l’eventualità che, rispettivamente, l’esame vada male, la casa esploda o entrino i ladri, di tornare a casa ferito dopo aver affrontato;
  • propiziare che accada qualcosa che si desidera, per esempio quando si indossa una specifica maglia prima di ogni esame perché vada bene, o quando prima di una gara si deve ascoltare una musica che dia la carica, o ancora, e incrementando la particolarità, nel caso di chi deve fare la doccia seguendo una sequenza specifica perché l’uscita serale sia prolifica di incontri;
  • riparare e prevenire-prevenire e riparare come chi debba lavare il pavimento di casa che si è sporcato con l’entrata di qualcuno e successivamente evitare che si possa sporcare per esempio facendo togliere le scarpe ai familiari appena prima di entrare in casa; oppure è il caso di chi debba mettere in ordine nel disordine e fare in modo che l’ordine così costituito rimanga tale impedendo a chiunque di scombinarlo.

    Chi non abbia mai avuto modo di avere a che fare con problemi di questo genere potrà ritenere perverso quello che con un’immagine, dal mio punto di vista e non solo molto calzante, diventa una sorta di virus o, per usare qualcosa di ancora più forte, una specie di cancro della mente che si impossessa della vita del malcapitato in cui alberga, fino a che la vita non è più vita. Chi invece sa che cosa significhi vivere accanto o insieme a un DOC sa bene quanto ci si senta impotenti di fronte alle richieste di una persona che non è più marito, moglie, figlio, genitore, e di fronte alle pretese di chi non agisce più sulla base di un proprio volere o desiderio, ma che è schiavo di un’idea nutrita da tutto quello che la stessa e chi le sta accanto cercano di fare per sopravvivere. 

    In Terapia Strategica diciamo che si tratta di un controllo tanto ben riuscito da non poterne fare a meno, anche se in realtà la persona è ben lontana dall’avere qualcosa sotto controllo, poichéa questo punto non è più importante tanto l’oggetto della paura, ma il problema è mantenuto da tutto ciò che viene agito o pensato seguendo le indicazioni delle ossessioni. In termini pragmatici accade che io ho una paura o un dubbio, metto in atto quei comportamenti che mi consentono lì per lì o di sciogliere il dubbio o di rassicurarmi rispetto a quella paura o a quello che mi indica l’ossessione, e confermo la paura o l’ossessione retrostante. Vi ricordate l’uomo austriaco che batteva le mani per scacciare gli elefanti? Proprio come lui, che sale in soffitta e poi si toglie la scala da solo. Cosa fare in queste situazioni? Esiste una soluzione? Esiste un antidoto per il virus? Esiste una terapia per coloro per i quali purtroppo si dice che non esistono terapie? Ed è proprio vero che l’unica soluzione è il bombardamento farmacologico, che troppo spesso non cambia la qualità dei pensieri, ma contribuisce a sedare chi avrebbe bisogno di essere oltremodo vigile per riuscire a sconfiggere un disturbo così invalidante?

La ricerca e quel tipo di pratica clinica ben poco ordinaria che procede attraverso l’applicazione di soluzioni che funzionano, e che ci indicano in questo modo di che tipologia di problema si trattava quando ormai questo è stato risolto, ci dice che il DOC non è necessariamente una condanna per la vita. Può trattarsi piuttosto di un percorso sotterraneo che contiene in sé una quantità più o meno lunga di tempo rubato a una vita che, in quanto fuori controllo, non viene concepita come tale da chi la vive, oppure di una specie di tana rassicurante per chi non sa cosa voglia dire vivere nella luce. Ma una luce esiste; in fondo a quella tana, alla fine di quel percorso, attraversato il buio, anche per chi pensa di non avere più occhi adatti per vedere qualcosa di diverso, anche per chi è sempre vissuto nei meandri più bui e oscuri del sottosuolo, anche se attraversare il buio talvolta fa più paura che rimanerci.

    Si tratta di far salire il disturbo in soffitta e togliergli la scala, anche se sarà necessario lottare, anche se all’apparenza si tratta di una lotta contro se stessi, anche se per smettere di soffrire occorre avere il coraggio di soffrire, più di quanto accada con altri disturbi. Si tratta di darsi un’occasione; l’occasione di avvicinare il più possibile la propria realtà a quella desiderata per poter dire, alla fine, di aver agito per approfittare di ogni singolo istante di quella che per qualcuno è solo un intermezzo tra la nascita e la morte, ma che per tutti è semplicemente la propria occasione di vivere

 

    Per approfondire l’argomento (problema versus soluzione) leggi:


 

 

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