LA PASSIONE DI VIVERE

Di Elisa Balbi

    Come è possibile che attraverso il controllo del piacere si possa giungere a una totale anestesia dal piacere? Effettivamente, per chi non abbia mai avuto a che fare con un problema di questo genere potrebbe apparire un controsenso, una contraddizione, oppure un paradosso, comunque qualcosa di completamente illogico. Eppure, quello che concretizza un disturbo invalidante al limite della possibilità di sopravvivenza, dal punto di vista sia della sua formazione che del suo mantenimento e in un’ottica processuale, ha una propria logica stringente; una logica non ordinaria ma perfettamente logica nella propria apparente assurdità.

    Come tutti ormai sanno, tendenzialmente si inizia con una dieta che ha successo ma dove l’obiettivo viene spostato continuamente in avanti, per cui “se sono arrivata a 50 posso arrivare a 48, se sono arrivata a 48 posso arrivare a 46, se sono arrivata a 46 posso arrivare a 44…”, fino addirittura a giungere a un peso dapprincipio preoccupante e successivamente pericoloso per la vita stessa della persona. Si tratta di un controllo tanto ben riuscito da non poterne fare a meno; un controllo che inizialmente è fonte di piacere proprio in quanto riesce, che diviene una sorta di guaina protettiva rispetto a sensazioni troppo forti “reggere” catalizzando tutta l’attenzione sull’atto stesso del controllare, ma che, nel tempo e al di sotto della soglia della consapevolezza, anestetizza da qualunque altro piacere. Fino a che l’atto stesso del controllare il cibo e il peso si svincola dalla volontà della persona e diviene una sorta di essere a se stante che continua a sopravvivere al di là dell’intenzionalità; un inquilino che non paga più l’affitto e si fa forte di un diritto di usucapione che ha acquisito in virtù del nutrimento che gli si è regalato in partenza, e che continua a vivere di una vita propria, anche quando diviene scomodo e non più gradito. Contestualmente al dimagrimento troppo veloce per consentire un adattamento ad esso sia dal punto di vista fisico, ma soprattutto psicologico, si formano infatti delle lenti deformanti, per cui più il peso diminuisce più la persona si vede grassa, fino ad apparire enorme, per poi vedersi gigantesca. Ci si guarda sempre più con gli occhi di una mente debilitata, emaciata, consumata, abitata da una specie di subdolo virus esattamente come accade con il corpo; una perdita di peso verticale che lascia la persona come senza pelle, per cui necessita di un’armatura, che protegge ma che al tempo stesso imprigiona; protegge dalle sensazioni troppo forti che queste ragazze percepiscono in maniera estremamente potente, ma imprigiona perché poi entrano nel tunnel. Una trappola che invischia e che fa sentire solo la necessità di preservare questa sorta di “stato di grazia” dove tutte le sensazioni e le percezioni sono incanalate nello sforzo di difendere un credo che non fa sentire la fatica, la sofferenza, la fame, il dolore, o qualsiasi altro sentimento o emozione. Una compulsione capace di fare sentire chi la vive potente all’ennesima potenza e al tempo stesso di una fragilità disarmante, e che rende impotente chi guarda dall’esterno una persona trasformarsi in una sorta di bambola di cristallo, che basta guardarla perché si incrini dentro la propria copertura rigida, che pure rimane salda, anche quando quello che contiene è ormai in mille pezzi.

    Cosa fare di fronte a un male così devastante? Come aiutare chi non vuole essere aiutato ad uscire da qualcosa che non viene riconosciuto come altro da sé ma che, in una visione talmente distorta di sé da apparire quasi delirante, viene addirittura percepito come uno stato da difendere con le mani e con i denti? Quale intervento si può realizzare laddove una famiglia si trovi a combattere una lotta che appare essere una battaglia contro il sangue del proprio sangue, ma che in realtà è una sfida ad armi impari con una specie di alieno che non si comprende, non si concepisce, non si conosce?

    Ora, astraendoci da quello che si può provare trovandosi di fronte a quanto abbiamo appena descritto - il che è necessario altrimenti non riusciamo ad aiutare proprio nessuno - dal punto di vista tecnico delle tentate soluzioni (ovvero quello che il sistema cerca o ha cercato di fare per risolvere il problema che evidentemente non ha funzionato), si può affermare che queste si riferiscono ai genitori, essendo le ragazze, come anticipato, incastrate all’interno della voglia di rimanere lì, anzi di diminuire, diminuire e ancora diminuire. I genitori, purtroppo, con le migliori intenzioni spesso producono gli effetti peggiori poiché più insistono per far mangiare la figlia, nel farla ragionare dal punto di vista razionale e cognitivo perché mangi, nel controllarla, fino addirittura ad arrivare a barare arricchendo i cibi accettati con qualcosa di più sostanzioso (di cui la ragazza di accorge sistematicamente), più questa si arrocca nella propria posizione. Chi sta leggendo potrà chiedersi allora se la soluzione per un genitore sia quella, dato che le ha provate pur invano tutte, di lasciare la figlia a se stessa mentre deperisce, per poi vederla mano a mano lasciarsi morire in un lenta agonia, da loro stessi autorizzata. Ovviamente no. E chiaramente va fatta una distinzione fondamentale tra l’anoressia cosiddetta cronicizzata, dove la persona è adulta e la famiglia, spesso esclusa, è di conseguenza difficilmente utilizzabile dal punto di vista terapeutico, e l’anoressia giovanile. In questo caso, quindi quando o abbiamo a che fare con una ragazza tra i 13 e i 17-18 anni circa, o anche una ragazza più grande ma con un forte invischiamento familiare che quindi a livello emotivo non ha un’età superiore a quella di insorgenza del disturbo, la famiglia è fondamentale per l’intervento. Qui abbiamo da gestire un sistema fatto da una ragazza che resiste nella propria posizione rigida e da genitori che cercano di aiutarla, ma che, cercando di aiutarla e lo ripeto con i migliori intenti, fanno quello che non si dovrebbe fare. Dobbiamo allora trasformare il sacrificio che già questi ultimi stanno facendo in un sacrificio ancora più estremo, facendoli diventare nostri alleati non contro la figlia, ma contro quello scomodo inquilino che alberga dentro di lei, per arrivare al punto di riuscire a sfrattarlo…costi quel che costi.

    Grazie all’intervento su migliaia di casi di questo tipo e alla costante evoluzione dei trattamenti, abbiamo strutturato protocolli di intervento specifici per le diverse varianti del disturbo. Essi sono stati strutturati proprio a partire dalle soluzioni che hanno funzionato che, calate negli specifici contesti di volta in volta incontrati, hanno avuto l’effetto di risolvere anche situazioni in origine disperate e senza apparente via di uscita.

    Non posso in poche righe specificare i vari steps di una terapia talmente delicata da essere paragonabile ad un intervento chirurgico atto ad estirpare un tumore, dove il bisturi deve essere usato con la massima precisione sia nel rimuovere la massa maligna, che nell’evitare di lasciare metastasi che andrebbero ad intaccare altri organi, che, ancora, nel cercare di preservare il più possibile i tessuti circostanti perché mantengano la propria funzionalità. Per le specifiche rimando ai testi qui di seguito riportati, precisando solo come estrema attenzione vada dedicata alla personalizzazione dell’intervento e al contesto nel quale esso viene attuato. Un contesto dove hanno molto peso anche le cicatrici, non solo del corpo, ma anche e soprattutto della mente di una persona che per un arco di vita più o meno lungo non si è più appartenuta, e in questo non appartenersi si ritrova confusa, con il proprio “buco” di vita alle spalle. Qui non esiste qualcosa da recuperare o da ricostruire, ma va letteralmente costruito qualcosa da cui cominciare di nuovo; un appiglio per cui valga la pena di prendersi in mano la propria condizione fatta di qualcosa che è stato raso al suolo e di cui esistono solo macerie, per trasformarla in una vita che valga la pena di essere vissuta. Tutto questo procedendo con un intervento avente una logica isomorfa alla logica che mantiene in vita il disturbo, che quindi utilizzi come arma prevalente proprio il piacere. Tutto questo a piccoli passi, che in quanto piccoli diventano veloci. “Una cosa conduce a un’altra cosa, che conduce un’altra cosa. Se ti concentri sul fare la più piccola, e poi la successiva e così via, ti accorgerai di aver fatto grandi cose avendo fatto solo piccole cosa” (Weakland). Tutto questo in un contesto dove ha grande peso l’aspetto tecnico dell’intervento, ma dove non si può prescindere dalla costruzione di una relazione che rappresenti una sorta di fune a cui aggrapparsi per tirarsi su per riemergere dalle sabbie mobili nelle quali più ci si dibatte più si viene tirati a fondo.

    E allora dal piacere del controllo che anestetizza il piacere, attraverso la creazione di una relazione cui affidarsi che permetta a sua volta un utilizzo terapeutico del controllo che risveglia il piacere, si giunge a una gestione di quel piacere che, concesso, torna ad essere qualcosa cui aspirare. E allora la bambola di cristallo torna ad essere una persona. Un essere fatto di carne e di ossa finalmente desidera, brama, ama e si lascia desiderare, bramare, amare; una persona di nuovo o per la prima volta capace di nutrirsi di qualcosa che, tangibile, le consenta di vivere l’unica vita degna di essere vissuta, ovvero quella diretta da se stessa e dalla propria rinnovata passione di vivere.

 

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