ANORESSIA e VOMITING: curare con le parole

Di Elisa Balbi

 

 “Di qui a quando ci rivedremo, fra due settimane, ogni volta in cui ti verrà voglia di mangiare per vomitare potrai farlo, quindi mangi, mangi, mangi, e mangi ancora, fino a sentirti talmente piena che stai per scoppiare. Qui ti fermi, punti una sveglia a suonare un’ora più tardi e aspetti che suoni, evitando di mangiare o bere alcunché in questo intervallo. Appena suona la sveglia, prendi e vai a vomitare. Quindi non ti chiedo di non farlo, ma ti chiedo di farlo in un modo molto preciso, per cui quando il demone arriva per impossessarsi di te, tu mangi a più non posso, mangi, mangi e mangi ancora, fino a che ti senti quasi scoppiare, a quel punto ti fermi e aspetti un’ora di orologio senza introdurre alcunché dentro il tuo corpicino. Quando suona la sveglia, stop, prendi e vomiti tutto. Come vedi, non si tratta di abbandonare il gioco, ma di inserire un piccolo spazio tra quando arriva il raptus e il momento in cui cedi al demone”. 

Dopo aver effettuato un dialogo strategico non troppo serrato, ma inizialmente tecnico per poi diventare sempre più avvolgente nella forma, al fine di riorientare la percezione del problema, dove l’atto del vomitare diventa il demone che travolge, lanciamo la bomba di cui sopra. A quale reazione potremmo trovarci di fronte? Immaginiamo lo sguardo di chi, giunto da noi per risolvere un problema per il quale tendenzialmente si propone alla persona di smettere di vomitare con convincimenti o razionalizzazioni, di vario tipo, si senta arrivare un’indicazione così. Immaginate le pupille che si dilatano per lo stupore, la smorfia della bocca che non indica disgusto ma un sottile piacere e al tempo stesso è come se ci dicesse “o non ho capito bene o questa è impazzita, o forse mi ha incastrata”. Immaginate il subbuglio emotivo di chi sa che potrà continuare a fare ciò che pensava sarebbe stato vietato, ma che al tempo stesso e proprio in virtù della concessione si sente incastrata a dover fare qualcosa che inevitabilmente la metterà di fronte a una fatica d’Ercole, ovvero quella dell’attesa, che però avrà un tempo preciso, dopo il quale potrà liberarsi. Da un lato il terrore di assorbire la quantità che non si vomita subito, dall’altro quell’attesa che crea un controllo non più illusorio ma pragmatico.

Una comunicazione dunque che, attraverso uno stile sottilmente seduttivo, porta a fare alla persona qualcosa che altrimenti non si sarebbe neppure sognata di poter concepire, in un doppio legame nel quale la ragazza si sente incastrata senza sentirsi imprigionata e che conduce ad una amplificazione delle sensazioni come prima solo il mangiare per vomitare riusciva a fare. A questo punto la sfida è con te e con se stessa e anche con il demone, che diventa un nemico comune da raggirare per acquisirne il controllo a tal punto da diventare capaci di decidere, così come di farlo, anche di non farlo.

Giungendo a questo, tolto il carattere trasgressivo dell’atto, non resta che aprire la porta a forme di piacere che prima non si vedevano, non si sentivano. Il rituale del mangiare per vomitare che all’inizio serve a compensare i danni compiuti con il cibo, ma che reiterato nel tempo diventa un rituale piacevole del mangiare per vomitare è destrutturato utilizzando la medesima logica contraddittoria di funzionamento sia nella strategia che nell’ambivalenza della comunicazione

Ambivalenza non più sottile ma esibita senza troppi fronzoli dalla persona in cui il mangiare per vomitare è talmente tanto piacevolmente trasgressivo da essere portata da noi dai genitori come un pacco postale; genitori che hanno da poco scoperto quella sottile perversione di cui sembra essere vittima la loro bambina e che stanno cercando di fare di tutto per farla smettere, producendo quello che tra due amanti si definirebbe “fenomeno Romeo e Giulietta”: se vuoi essere sicuro di tenere uniti due amanti cerca di separarli, come si dice. Qui le carte in tavola cambiano, per cui non possiamo estromettere i genitori ma dobbiamo utilizzarli terapeuticamente, e non possiamo introdurre un intervallo che cambi le regole del gioco che dovrà, invece, dare l’illusione di diventare ancora più piacevole di quanto non lo sia stato fino ad ora. Non si tratterà più di un atto consumato mentre tutti o non sanno o fanno finta di non sapere, bensì sarà come se, nel mentre, terapeuta e genitori fossero lì, a spiare o a testimoniare, dipende dai punti di vista, l’accaduto.

E allora, dopo aver effettivamente appurato che si tratti di una situazione in cui solo un piacere più grande di quello attuale può aprirci un varco (e lo facciamo grazie al dialogo strategico), entriamo nella narrazione della ragazza indagando per filo e per segno come lo fa: cosa mangia, quanto mangia, in quale ordine, in che modo, in quale momento della giornata.

Se il cibo se lo procura da sola, allora dovrà fare in modo che i cibi preferiti per farlo siano sempre in casa, se invece sono i genitori a procurarlo, ogni mattina prima di andare a fare la spesa, la mamma dovrà chiedere alla sua bambina quali cibi desidera mangiare per vomitare per la sera, glieli procura e attacca su ognuno di essi un post-it con su scritto: “da mangiare per vomitare per…”. Quelli saranno i suoi cibi; quelli che utilizzerà per il proprio incontro programmato con il demone. In questo caso, infatti, valutando insieme come sia molto più piacevole avere un unico incontro dove ci si prepara con tutti i crismi come quando si va a un appuntamento con qualcuno con cui vogliamo essere gioiello e non bigiotteria, si giunge a indicare alla ragazza:

Di qui a quando ci rivedremo, come abbiamo detto, il nostro obiettivo sarà quello di rendere i tuoi incontri trasgressivi con il demone ancora più piacevoli, ancora più preparati; concedendo loro uno spazio preciso, che sarà tutto vostro. Per cui, verso sera e a almeno a due ore di distanza dalla cena, vai in frigorifero o in dispensa, prendi tutti i cibi che hai preparato o ti hanno preparato per il rito e li consumi tutti come ti piace di più. Dobbiamo creare una situazione nella quale basta lottare con qualcosa di cui tanto non puoi fare a meno e, se non possiamo rinunciarci, tanto vale concederselo e farlo come si deve e nella maniera che ci piace di più. Quindi ogni sera, quando caleranno le tenebre, inviti il demone a quello che dovrà essere l’incontro più lussurioso che tu abbia mai immaginato fino a quel momento: un’abbuffata perfetta. Sai come si fa con i vampiri che perché possano entrarti in casa devi invitarli ad entrare. Quindi lo facciamo al meglio, ma lo facciamo attendere fino a sera…facciamo finalmente le preziose, d’accordo?”

La seduttività terapeutica in questo caso viene a coincidere con una dichiarata complicità con la percezione della ragazza che sottintende che entrambe stiamo dicendo la verità, ma al tempo stesso mentiamo; tra lei e me, tra lei e i genitori, tra lei e se stessa. Ci inseriamo come in una sorta di bolla all’interno della quale si finge che sarà effettivamente piacevole fare quanto abbiamo accordato dal punto di vista della mente, mentre ognuna delle parti sa che in questo modo sarà tutto rovinato. A partire dagli incontri che non potranno essere più travolgenti in quanto programmati, il momento della consumazione che non avverrà più in uno stato alterato di coscienza in quanto è già definito quello che si consumerà, così come l’atto del vomitare non sarà più adrenalinico in quanto ormai svelato. Il tutto in una cornice dove non esistono più nemici da combattere e nella quale il demone non ha più il controllo di niente ma dipende da noi…e un demone che si dimostri debole o assoggettato al controllo di qualcuno non è più così attraente. Tutto questo ovviamente non si dichiara.

E ci lasciamo entrambe soddisfatte, aprendo le porte a un percorso di scoperta di altri piaceri che prenderanno mano a mano il posto di quello che non è più un demone e neppure un vampiro, ma un oggetto da utilizzare per un tipo di piacere che diventa sempre meno piacevole e si sfibra mano a mano che gli incontri si diraderanno nel tempo. Fino a che, aprendo la porta, si deciderà di non invitare più il demone ad entrare, fino a che il demone/vampiro sarà costretto a battere su una porta che rimarrà chiusa.

Porta che non si presenta solo chiusa ma apparentemente senza entrata rispetto al piacere per chi sembra che nella propria vita abbia ingaggiato una missione irrinunciabile: l’astensione inizialmente da tutte le sensazioni percepite come troppo perturbanti per potersele concedere, poi dal piacere in genere, ma primo fra tutti da quello legato al cibo. E allora facciamo quattro passi in un disturbo che assume contorni che lasciano molto meno spazio all’immaginazione, che non prevedono stonature o perdite di controllo, che non contemplano altro se non la necessità di raggiungere un obiettivo incompatibile con la vita stessa; quello di diventare talmente trasparenti da risultare invisibili. Un’invisibilità che, talvolta coincidendo con un’emaciazione del corpo devastante altre volte con un visibile prosciugamento interiore, ha come effetto collaterale quello di mettere costantemente al centro dell’attenzione. Quando in una stanza è presente una ragazza anoressica, è come se in quella stanza fosse presente solo lei, come se avesse un occhio di bue costantemente puntato addosso. La sua armatura fatta di divieti, di controllo, di rigidità racchiude una profonda sofferenza apparentemente cristallizzata sotto il travestimento della rigidità, ma dal di fuori è come se si sentisse urlare; una specie di gemito soffocato e stridulo che non si può non sentire e che contribuisce a far apparire gigantesco a sé e agli altri in modo diverso, quel corpo che non è più corpo, ma involucro fatto di pelle e di ossa.

Capite bene che qui tutto cambia; ci muoviamo in uno spazio talmente delicato che è come se dovessimo camminare non su un terreno minato, ma sulle uova. L’aspetto interessante delle uova, nello specifico del guscio, è che apparentemente questo è forte essendo capace di resistere a temperature di ebollizione, ma è solo un’illusione; il guscio resiste solo in quanto l’interno si solidifica, altrimenti basterebbe molto poco per infrangerlo. E allora quando ti muovi sulle uova sai che tutto è talmente fragile che non solo devi camminare in punta di piedi, ma prima di poter appoggiare la punta del piede devi spostarle, altrimenti rischi di calpestarle e se le calpesti non le incrini, le rompi.

Che cosa significa entrare in punta di piedi dal punto di vista della comunicazione? Significa essere morbidi e avvolgenti, per quanto necessario punto di riferimento e, se possibile, modello da seguire. Ma quanto meno punto di riferimento, che vuol dire che l’essere morbidi non coincide con l’essere malleabili rispetto all’obiettivo da raggiungere, l’essere avvolgenti non ha il senso di entrare in un’empatia che invischierebbe senza aiutare la persona. Entrambe, insieme, hanno invece l’effetto di far sentire alla ragazza che esiste qualcuno che le propone una strada da percorrere, che dovrà essere da lei accordata prima di essere considerata percorribile. La strada sarà erta e non priva di ostacoli, ma ad ogni piccolo passo in avanti fatto ci sarà qualcuno che le starà accanto che camminerà prima a pari passo con lei, poi, molto gradualmente, la affiancherà da un po’ più distante, poi standole dietro senza essere visti ma ci siamo, fino a guardarla sempre più da lontano mano a mano che la carreggiata si allarga. Questo significa utilizzare la comunicazione per creare una relazione con chi è come se avesse un cancro dentro, che ha lasciato salva solo una piccolissima e impercettibile parte e ha devastato il resto. Quella che dobbiamo raggiungere è quella piccolissima e impercettibile parte che a suo modo ancora desidera e che urla dentro, ma quasi non si sente; quell’urlo soffocato e stridulo. E allora le nostre parole, i nostri gesti spesso in sottile contraddizione con i contenuti dovranno essere veramente come pallottole, richiamando Austin, ma quelle sparate dal fucile di un cecchino, il cui colpo è talmente preciso da penetrare la carne senza lasciare tracce intorno al foro d’ingresso.

Questo è il senso della manovra elettiva utilizzata in questi casi, la piccola trasgressione quotidiana con il cibo, che giunge ad essere prescritta come naturale conclusione di un incontro emotivamente forte dove si sarà creato il più piccolo varco nel deserto fatto di uova costruito dalla malattia, facendo sentire come essa abbia tolto molto più di quello che ha dato, di come abbia costruito un’illusione, senza contemplare la controparte di una devastante delusione. E quella piccola oasi nel deserto si rivolgerà proprio alla parte desiderante che urla dentro e che abbiamo bisogno di tirare fuori per sentire cosa ha da dirci, per poi essere liberi di decidere se ascoltarla oppure no. Tutto questo va fatto considerando l’estrema fragilità e sensibilità che nella malattia fa preferire di rimanere li dentro nascondendosi, piuttosto che vivere correndo il rischio di soffrire, ma che terapeuticamente rappresenta la più grande risorsa. Quella stessa sensibilità temuta diviene allora il punto di leva per il cambiamento; una sensibilità che trova nei piccoli piaceri dapprima fantasticati insieme a noi in seduta e poi praticati tra un incontro e l’altro il proprio nutrimento; alimento fatto all’inizio di cibo che interrompe l’astinenza ma che poi viene generalizzato a tutto il resto cortocircuitando quella sorta di percorso ascetico tramutatosi in delirio senza apparente via di uscita.

Via di uscita che spesso riporta all’imbocco del tunnel, come in una specie di percorso a ritroso, che quando se ne esce sembra quasi che il tempo e lo spazio siano tornati a un prima; un prima di qualcosa che pur lasciando il segno sembra quasi mai accaduto, se non fosse che ci si ritrova, fuori luogo e fuori tempo, a vivere quello che non si è mai vissuto.

E qui veniamo a quando spesso ha tutto inizio. Qui ci troviamo di fronte a due genitori disperati nel testimoniare la caduta verso il basso della propria bambina e che le provano o le hanno provate tutte per cercare di aiutare qualcuno che non vuole essere aiutato. Lei vorrebbe essere in tutt’altro luogo e difficilmente è disponibile anche solo a contemplare di poter avere un problema; le sue lenti sono deformate per via di un inganno percettivo che non è solo mentale, quindi indotto dal disturbo, ma anche biologico dovuto al peso eccessivamente basso. Lei che ci guarda con lo sguardo di chi prova nulla se non l’incontenibile desiderio di andarsene. Mentre il tarlo che ha nella mente la porta a difendere un controllo la fa sentire padrona di se stessa solo quando controlla, e che la difende a sua volta dalla paura più grande; la paura di ingrassare quale esito della perdita dello controllo sul cibo.

In questo caso non possiamo utilizzare come leva comunicativa il piacere, rispetto al quale è come anestetizzata, ma l’unica sensazione che riesce a sentire: la paura.

Quando ho sentito per la prima volta proporre da Giorgio Nardone quella che poi è diventata la ristrutturazione della paura del sondino sono rimasta a bocca aperta, a tal punto che ancora ho impressa nella mente l’espressione di quella ragazzina, che piuttosto che ragazzina sembrava una bambina tanto era minuta non tanto nell’altezza ma nella forma.

“Se mi fosse possibile mantenerti in questo stato salvaguardando la tua salute, non avrei alcun problema: c’è chi nella vita sceglie di studiare e chi di lavorare, di formare una famiglia e di rimanere single, di essere magro o grasso, piacevole o sgradevole. Chi sono i per dire cosa sia giusto o cosa sia sbagliato? Il problema è che se tu rimani in questa posizione scenderai sempre più verso il basso fino a che la caduta diventerà talmente verticale e rapida che alla fine ti fracasserai al suolo. Questo io non lo posso permettere, loro neppure (rivolto ai genitori); loro sono responsabili di te, quindi abbiamo due possibilità: una è più faticosa forse ma più soft, l’altra è meno faticosa forse ma più forte nell’impatto. Se sceglierai quest’ultima, che non è la strada che ti proporrei io, allora i tuoi genitori, rimanendo tu nella tua attuale posizione, saranno costretti a portarti al pronto soccorso dove ti metteranno il sondino al naso e ti gonfierai come un palloncino. Ti inchioderanno al letto e, con il sondino al naso, in breve tempo recupererai tutto il peso. Ti porteranno al pronto soccorso e, inchiodata al letto, ti spareranno nel naso o in vena 2000-3000 calorie che, nel giro di una settimana, ti faranno aumentare di peso, tale che la tua immagine corporea non coinciderà con quanto è pronta a vedere la tua mente”.

Lascio immaginare lo sguardo della piccola nell’aspetto ma gigantesca nella propria volontà, tanto da tenere in ostaggio tutti con il proprio disturbo. A quel punto la si può guardare, per un momento, in silenzio, creando così un vuoto perché possa entrarvi il pieno. Quando i suoi occhi, che già appaiono grandi e sproporzionati rispetto al volto per via della magrezza, si spalancano al punto da diventare giganteschi e visibilmente terrorizzati, le si può lanciare una via di uscita alla quale, se abbiamo fatto bene il resto, lei si aggrapperà come a una ciambella di salvataggio.

“Tutto questo può essere risparmiato prendendo una strada differente. La mia proposta è quella di, molto gradualmente e nel rispetto dei tuoi tempi e in maniera del tutto accordata, arrivare a farti essere bella quanto puoi essere bella”.

A questo punto abbiamo creato un varco; una fessura nell’armatura che lascia passare finalmente un tiepido calore, uno spiraglio di luce che illumini il buio, fino a, incrementando sia il calore che mano a mano la luminosità, arrivare ad infrangere l’armatura stessa che tanto protegge quanto imprigiona.

In tutto questo, ci muoveremo come in una danza tra i genitori e lei, ristabilendo i ruoli, ridefinendo le posizioni, facendo in modo che i genitori non siano più ostaggio ma diventino guida, evitando di allearci con una o l’altra parte, ma essendo complici noi, la ragazza stessa, i genitori, di quella parte non ancora intaccata dal problema prima nascosta nelle più profonde segrete.

Il resto lo facciamo fare alla natura e alla naturale propensione che ognuno di noi ha nei confronti del piacere, così come alla straordinaria capacità di evolverci e di cambiare, così come di affrontare la giungla della vita che, impervia o benevola, ci insegna che non importa tanto ciò che accade ma quello che decidiamo di fare con gli accadimenti.

Un ultimo aspetto da evitare di perdere di vista, parlando della comunicazione strategica nella risoluzione di disturbi invalidanti come quelli trattati e non solo, riguarda la comunicazione tra il terapeuta e se stesso. Un piccolo suggerimento, che proviene dalla mia personale esperienza e non solo, da provare a sperimentare per salvaguardarci dalla tendenza che abbiamo in quanto esseri umani ad essere autoreferenziali. Mi riferisco alla facilità con cui spesso percepiamo la realtà che abbiamo di fronte con lenti deformate che in quanto tali ci portano a, trovandosi di fronte a un’altra persona, interpretarne il pensiero o il comportamento sulla base di nostre aspettative o di nostre percezioni, che non necessariamente corrispondono a quelle altrui. L’allenamento, allora, potrebbe essere quello di affinare la nostra capacità di, data una realtà o un fenomeno, vedere gli stessi dal punto di vista dell’altro fino a, non condividerlo, ma considerarlo ragionevole.

In questo modo siamo veramente di aiuto nel far sì che la persona si trasformi da chi costruisce ciò che subisce, a chi costruisce quello che arriva a gestire, avvicinando il più possibile la propria realtà a quella desiderata, per giungere a sentire, vivere, ragionare, il proprio autoinganno funzionale.  

 

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