LE REGOLE DELL’AMORE

di Elisa Balbi

 

Da dove cominciare per guidare chi sta leggendo nel tanto, talvolta fin troppo, chiacchierato territorio delle relazioni uomo – donna?

Una prima considerazione riguarda chi tra i due colpiti dalla freccia di Cupido sia l’elemento determinante le sorti della coppia felice. A pensarci bene, per esistere una semplice coppia non necessita che qualcuno la faccia funzionare; basterebbe che almeno uno dei due fosse spinto a stare con l’altro dalla tanto gettonata paura di stare da solo per, accettando qualunque cosa in nome di questo bisogno, trasformare il bisogno in desiderio che mantiene il legame. Ma non è questa la coppia che ci interessa. Nel nostro concetto di legame esiste molto altro, e una delle immagini più rappresentative di ciò che vogliamo dire è quella di due funamboli che camminano ognuno sulla propria corda tesa, ma con un’unica barra stabilizzatrice.

La coppia esiste e può essere definita come tale per la presenza e il mantenimento di due corde tese, con propri desideri, caratteristiche, ambizioni e bisogni, mentre la barra stabilizzatrice è il progetto comune. La prima parte è indispensabile perché nell’unione sia preservata l’identità del singolo che deve continuare ad esistere essendo l’oggetto del desiderio dell’altro, mentre la barra stabilizzatrice determina la differenza tra un’unione che funziona e una che traballa, tra un legame speciale e uno banale, tra un amore e un’amicizia.

Detto questo, la questione da sciogliere non si riferisce a chi, tra i due, svolga un ruolo trainante nella coppia, ma a chi tra uomo e donna abbia maggiormente la funzione di sostenere e orientare la barra stabilizzatrice. Naturalmente, non è detto che chi viene ritenuto il perno attorno a cui ruota la diade corrisponda necessariamente a chi svolge il ruolo nei fatti. E questo è un aspetto altrettanto importante perché in una coppia esistono impliciti e dichiarati, dove ciò che conta non è il dichiarato ma l’implicito. Ciò sta ad indicare come non è tanto importante chi tra i due svolga un ruolo o un altro nei fatti, ma quali siano le condizioni che permettono con la massima probabilità di ottenere gli effetti desiderati. Chi dunque tra i due rappresenta quella parte che è anche disposta a non essere riconosciuta nel proprio ruolo, pur di raggiungere l’obiettivo di un’unione che funzioni?

Comunemente si dice che accanto a un grande uomo c’è sempre una grande donna … Che dunque sia la donna l’asse portante della relazione? Qui le risposte possono essere variegate, in ogni caso non univoche. Potremmo infatti affermare che accanto a una grande uomo ci sia una grande donna perché, essendo lui un grande, ha ben scelto. Al contrario si potrebbe asserire che sia la grande donna a rendere grande l’uomo che ha accanto; ancora, che ci sia una corrispondenza non causale ma biunivoca tra la grandezza dell’uomo e quella della donna, che dunque si rinforzerebbero reciprocamente. Le tre asserzioni sono ugualmente vere e ugualmente false; dipende dal punto di vista dal quale si guarda la cosa. Che sia dunque un insolubilia, ossia uno di quei dilemmi per i quali non esiste soluzione? Difficile.

Piuttosto, sembra interessante un’altra ipotesi, oltretutto più accreditata anche in quanto sostenuta da prove empiriche; parrebbe che si tratti di una questione di cervello. Fin dal secolo scorso - precisamente i dati cui ci riferiamo sono quelli di una ricerca del 1978 di Dakeban e Sadowsky - si sa che il cervello di una donna pesa circa il 12% in meno di quello dell’uomo. Qualche decennio fa’ tali dati venivano interpretati come significativi di una superiorità intellettiva di quest’ultimo rispetto alla donna. In realtà tale disparità sarebbe riconducibile solo a una maggiore taglia corporea del maschio rispetto alla femmina, e in effetti calcolando la misura non assoluta del peso cerebrale, quindi quella relativa al peso corporeo la differenza pressoché si annulla. Fenomeno che si osserva inoltre con l’aumentare dell’età.

Esistono invece delle differenze che vedono protagonisti l’ipotalamo che avrebbe alcuni propri centri nervosi più sviluppati sia in grandezza che in quantità nell’uomo, mentre le connessioni tra i due emisferi cerebrali sarebbero più sviluppate nella donna. Tali differenze anatomiche sembrano strettamente correlate a una maggiore predisposizione dell’uomo per schemi logici di tipo razionale in una modalità di funzionamento più rigido, mentre la donna sarebbe più intuitiva e plastica. Considerando in effetti come funzionano uomo e donna, l’esperienza ci insegna che quest’ultima è tendenzialmente più sanguigna e portata ad eccessi di pancia che in base all’ipotesi ipotalamica sarebbero possibilmente riconducibili a qualche connessione che salta, mentre nell’uomo, il frequente cortocircuitarsi nei labirinti della propria mente potrebbe essere ricondotto alla maggiore autonomia di azione delle varie parti in gioco, dato il minor numero di connessioni neuronali. Questa differenza percettiva farebbe pensare che la donna, essendo da questo punto di vista globale, possa essere la cornice che racchiude i dettegli percepiti dal ben più analitico uomo.

Inserendo quanto detto sopra nel nostro ragionamento su a chi dei due spetti portare avanti il progetto comune, ci piace definire in primo luogo i due obiettivi ultimi della presente trattazione, che poi rappresentano le due facce della stessa medaglia. Il primo consiste nell’individuare alcune strategie standardizzabili per avere una maggiore probabilità di un’unione funzionante e felice. La seconda valutazione riguarda invece come sia possibile che certe dinamiche possano convertirsi dalla luna di miele dell’innamoramento allo svegliarsi, una mattina, scoprendo di avere accanto un perfetto sconosciuto, che più lo si guarda e più ci si chiede: “…ma chi è questo qui?”. Quindi da un lato come raggiungere l’obiettivo, dall’altro come farlo fallire.

In una prospettiva strategica parleremmo di tentate soluzioni che funzionano e tentate soluzioni che non solo non funzionano, ma aggravano il problema oltre che  mantenerlo. Entriamo quindi in una logica non ordinaria dove la soluzione non sta tanto in una teoria definita a priori, ma in una pragmatica consapevolezza operativa che ci consente di sapere come funzionano le cose nel momento in cui si svolgono (Weakland) e dove prima si cambia, poi si scopre come funzionava la realtà che abbiamo cambiato.

Potremmo considerare la cosa, come è ovvio, da un’ottica sia maschile che femminile invariabilmente. Tuttavia, lo stesso professor Nardone nel suo tanto gettonato libro Gli errori delle donne (in amore), sostiene che la responsabilità di far funzionare o fallire una relazione è più frequentemente della donna. Dunque, cominceremo proprio da lei. La sfida sarà quella di individuare come la donna può agire per far funzionare al meglio la propria relazione, creando una condizione grazie alla quale, se è vero che gli amori nascono e finiscono per incidente, riuscire a scoprire come costruire un progetto complicemente condiviso che non solo mantenga in vita il desiderio, ma che lo evolva in qualcosa di ancora più desiderabile.

E ci chiediamo allora: come una donna può riuscire a far sì che il proprio uomo sia esattamente quello che desidera? Come una donna può trasformare il proprio uomo in quell’uno su cento per cui possa valere la pena, per poi magari scoprire che è sempre stato davanti ai suoi occhi, e lei semplicemente non lo vedeva? Che cosa tendenzialmente la donna fa o evita di fare che la porta in una direzione che non è esattamente quella che le consentirà di raggiungere l’obiettivo?

Poiché il primo errore strategico si riconduce alla tendenza, che fa poche eccezioni, ad attribuire all’altro caratteristiche o modi di pensare e sentire propri, la prima cosa saggia da fare potrebbe sembrare quella di valutare se esistano caratteristiche di genere schematizzabili, per consentire a ognuno dei due partner di meglio relazionarsi all’altro. Riteniamo che questo sia un aspetto fondamentale, e magari avremo occasione di affrontare la questione in un altro momento, poiché esiste qualcosa che viene prima: nella maggioranza dei casi, infatti, si filtra la propria percezione dell’altro sulla base dell’esperienza passata personale e altrui, attribuendo ad essa un potere eccessivo.

Ma poiché il passato non può essere cambiato, e rappresentando oltretutto il frutto di interazioni che al momento della relazione con molta probabilità non esistono più, la prima regola da rispettare per correre il rischio di vivere una relazione con i fiocchi è quella di stendere una solenne congiura del silenzio su ciò che è stato o che non è avvenuto. Questo in primis all’inizio della relazione, quando vi è spesso la curiosa tendenza di voler sapere tutto del proprio uomo, con conseguenti indebiti termini di confronto con una serie di fantomatiche donne meravigliose, che paiono quasi finte o non realmente esistite. Durante il rapporto, ancora peggio, sviscerare le possibili motivazioni di eventuali litigi o di temporanee battute di arresto parlandone equivale a prendere un coltello e rigirarlo sulla ferita ancora non cicatrizzata, impedendole di sanarsi e di diventare null’altro che il ricordo di una ferita di guerra, trasformata in valorosamente in cicatrice.

Non volendo tediare ulteriormente il lettore, dunque, ma lasciando la prima e indispensabile pillola strategica per convolare verso una possibilmente felice unione, suggeriamo da un lato di riflettere sulle precedenti considerazioni valutando se possano fare al proprio caso. D’altro lato proponiamo la prima e fondamentale delle regole dell’amore, che rappresenta lo scavo su cui poggiare le fondamenta di un sentimento altrimenti possibilmente fugace e instabile:

1. CONGIURA DEL SILENZIO SUL PASSATO = guai parlare del passato proprio e di quello del partner. Guai parlare a posteriori di un litigio, correndo il rischio di trasformarlo da banalità in una possibile ragione per mettere in dubbio il proprio amore. Guai sviscerare eccessivamente le motivazioni di un fatto o di un comportamento non gradito, considerato che una volta avvenuto non esiste più e che quindi non lo possiamo cambiare. Del resto, appare più saggio dubitare delle coppie che non abbiano mai motivi di discussione, piuttosto che di quelle che nei propri litigi convoglino le proprie passioni. L’importante è che il diverbio rimanga in uno spazio specifico, evitando che dilaghi oltre i confini della litigata. Questo anche se si trattasse di un fatto o di una motivazione pesante; in tal caso la prima domanda da porsi è: posso fare a meno di questa persona oppure no? Se se ne può fare a meno, allora non esiste nulla di cui parlare, ma se non si riesce a vedere la propria vita senza l’altro, allora ci si deve impegnare a mettere da parte ciò che è stato per darsi una nuova possibilità. In questo caso, il primo step sarà proprio quello di mettere il passato nel passato dove deve stare, altrimenti prima o poi tutto crollerà.

Terminiamo dunque questo breve scritto avendo raggiunto il primo obiettivo, qualificabile in ciò che rappresenta il punto di inizio per la costruzione di uno scenario oltre il problema e un come peggiorare insieme: abbiamo messo un primo piede nella porta per farci spazio con tutto il corpo. Avere paura di recriminare, di rinfacciare, di biasimare, di mettere in scena interminabili interrogatori attraverso la congiura del silenzio corrisponderà nei fatti a comportarsi come se nulla fosse accaduto.  Questo, seguendo il buon Pascal che, nella sua famosa scommessa rispetto alla fede scriveva che se ci si comporta come se si credesse, la fede non tarderà ad arrivare. E cos’è l’amore se non un atto di fede?

 

 

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