UN RACCONTO INCANTATO

Di Elisa Balbi

 

   Ricordi, nostalgie, eventi che appartengono a un passato che è tale solo in virtù del proprio essere immodificabile e irrecuperabile, esaurendosi nell'atto stesso dell'essere vissuto. Un passato che è invece presente nelle sensazioni, come qualcosa che lascia tracce indelebili nella memoria, che spesso non corrispondono esattamente a quanto accaduto nei fatti, ma che nelle sensazioni è ancora più vivido.

   Ricordo di quando mia nonna, ancora energica al punto da spaccare manualmente la legna e da gestire, da sola, all'epoca nove nipoti, si sedeva su un grosso tronco d'albero nel cortile adiacente il pollaio. Noi bambini rompevano con un sasso il guscio dei pinoli per mangiarli, mentre le chiedevamo di raccontare di quando era piccola, di quando c'era la guerra, di quando era vivo il nonno. Tutte le volte, in principio faceva fatica a iniziare; stava in silenzio e i suoi occhi vedevano ma senza guardare, mentre si rivolgevano all'indentro per ripescare nella memoria il primo ricordo da cui cominciare.

Noi lì, in attesa. Avevamo imparato, nel tempo, a rispettare pazientemente questo intimo momento di cui la nonna aveva bisogno, forse per riuscire a fare un tuffo nel tempo senza fracassarsi o essere schiacciata dal peso di quei ricordi, per recuperarne solo la parte di leggerezza che desiderava trasmetterci. Una specie di filtro che le permetteva di raccontarsi senza sentirsi svuotata, e senza confondere la realtà accaduta con quella che avrebbe desiderato poter raccontare.

Dalla sua faccia ti accorgevi di quando era giunto il momento in cui avrebbe iniziato a parlare, perché prima accennava un sorriso, poi gli occhi tornavano a guardarci, quindi faceva un respiro bello profondo seguito un brevissimo sospiro. Solo a quel punto schiudeva leggermente le labbra quel tanto per fare uscire le parole introduttive di quello che sarebbe diventato un viaggio nel tempo, ed era tutto talmente realistico che se chiudevi gli occhi ti pareva di essere lì, in quei luoghi, in un tempo lontano e vicino insieme, di cui riconoscevi i profumi, gli ambienti, le fattezze.

Amavo quei momenti che per me erano carichi di quel tipo di tensione emotiva di chi scopre qualcosa di nuovo delle persone che ama, che nell’immaginario di un bambini è come se fossero sempre state adulte, mentre in realtà sono state bambine, figlie, sorelle, prima ancora che madri e nonne. Per mia nonna, a posteriori, credo fosse un modo per far continuare a vivere quella parte di sé che precedeva gli anni di dolore, di solitudine, ma anche di vittorie e di una fatica ricompensata da quello che è stata in grado di costruire da donna vedova di un ufficiale morto prima del tempo.

   Ricordi, nostalgie, eventi che appartengono temporalmente al passato, ma che possono rimanere talmente scomodi e in accettati da invadere il presente e da impedire a chi li possiede di costruire un futuro differente, senza l’influenza di tale peso. Ricordi che schiacciano, che imprigionano in una sorta di limbo dove il tempo continua a scorrere ma è come se la pellicola riproducesse di continuo lo stesso film; e più cerchi di mandare avanti il nastro e più il nastro si rovina e si interrompe nello stesso punto, per poi riprendere da immagini già viste e vissute migliaia di volte.

Qualche volta accade che si abbia a che fare con un passato troppo ingombrante, o per l’effettiva pesantezza degli eventi accaduti come un lutto, l’abbandono improvviso da parte di una persona cara, un incidente, un evento traumatico, o per una pesantezza sentita come tale al di là della propria ragione di essere a tal punto influente, come una serie di fallimenti, di eventi che hanno avuto un corso diverso da quello che ci si aspettava, di occasioni perdute, di treni che passano una volta sola nella vita. E allora tutto cambia, nulla è come prima o nulla riesce a diventare quello che in potenza è, ma che non può essere in virtù di ciò che non è stato. Allora la persona è come una leonessa in gabbia: gira e rigira su se stessa, continuamente, in un moto circolare perpetuo che non contempla arresti né deviazioni dal proprio solito moto perpetuo, che è un continuamente andare ma senza arrivare in nessun posto, fermandosi solo per dormire, quindi in realtà non fermandosi mai.

Cosa fare quando la vita si arresta, ma il tempo continua a scorrere? Non è possibile certamente cambiare il passato, né recuperare ciò che non si è realizzato o che non abbiamo colto o costruito, fosse anche una notte di sonno persa. Allo stesso modo non possiamo cancellare quello che è avvenuto, anche perché, ammesso che fosse possibile, ci trasformerebbe in un essere diverso e a noi stessi sconosciuto, considerato che il nostro passato è una traccia di quello che siamo stati e che ci ha fatto diventare ciò che siamo.

   L’unico modo per utilizzare quello che serve di ciò che non siamo più, e per mettere via la parte che ci blocca nel divenire chi potremmo arrivare ad essere, è quello di passarci nel mezzo per venirne fuori; che significa ripercorrere a ritroso quella che diventerà la nostra personale galleria dei ricordi, che potremo visitare quando vorremo fare u tuffo nel passato, ma con il distacco di chi si è emancipato da esso, mettendo il passato nel passato e cominciando a vivere, di nuovo o per la prima volta, nel tempo attuale che scorre e che cambia costantemente pur rimanendo lo stessso.

In Terapia Breve Strategica, quando ci troviamo di fronte a persone che, pur essendo naturalmente attrezzate per sopravvivere agli urti della vita, non riescono ad utilizzare le proprie personali risorse di cui dispongono a tal fine, diamo loro un’indicazione che, pur calzata di volta in volta all’originalità del singolo, è ogni volta la medesima:

“Di qui a quando ci vedremo, tra due settimane, ti procurerai un quadernone e ogni giorno, penna alla mano, dopo aver scritto ogni volta la data, porti la tua mente a tutti i pensieri che compongono il film che scorre continuamente dentro la tua testa. Da oggi tornando indietro, ripercorri, con la mente ma soprattutto con la pancia, con le sensazioni, ogni singolo evento che, pur passato, è vivo nella tua memoria, nella tua pelle, come se fosse ancora presente. Le nostre memorie, i nostri ricordi, non basta un colpo di spugna per cancellarli, anzi, più cerchi di cancellarli e più sono vividi, poiché pensare di non pensare è già pensare. Dobbiamo fare invece in modo che le ferite che ancora sanguinano impedendoti, in virtù di un passato che ancora fa soffrire o che invade ancora un presente che non può essere tale se così diretto da quello che è stato, diventino delle cicatrici che, magari saranno fastidiose nei cambi di stagione, magari lasceranno un segno, per cui guardandole ti ricorderanno un po’ di quello che è stato, ma non faranno male come delle ferite aperte. Quindi da oggi, tornando indietro nel tempo, passerai in mezzo a quel tunnel, mi racconterai ogni giorno un capitolo della tua storia, descrivendolo nei minimi particolari, come se tu fossi seduto/a di fronte alle macerie di quello che è crollato o che non è andato come avresti voluto, contemplandolne lo splendore. Non mi interessa la forma, non mi interessa la calligrafia; mi interessano le sensazioni, la pancia. Quando avrai, per quel giorno, terminato di scrivere, toccando con mano tutto il peso di quei ricordi ancora così ingombranti, eviterai di rileggere e riprenderai il giorno dopo. La prossima volta porterai a me quello che avrai scritto; il tuo personale Romanzo Criminale, e io lo terrò per te. D’accordo?” *

 

   Usualmente, quando la persona torna da noi dopo aver eseguito tale richiesta, riferisce che all’inizio è stato molto difficile mettere in pratica l’indicazione; troppo dolore, troppa sofferenza al pensare di volontariamente ripensare a ciò che si cerca da una vita di dimenticare. Poi, però, ci si rende conto che quello che si scrive non è nulla di diverso da quello da cui ogni giorno si cerca di scappare senza riuscirci mai, e allora diventa sempre più chiaro come quel ripensare diventa il vero modo per prendere quei ricordi e metterli al loro posto: avere il coraggio di soffrire volontariamente per smettere di soffrire.

E mano a mano si prende distacco, mano a mano tutto assume la giusta rilevanza, il giusto peso, mano a mano quegli eventi diventano un gradino superato che ci ha reso quello che siamo, e allora ci diciamo che, per quanto le cose sarebbero potute andare diversamente -e nessuno auspica per sé tanta sofferenza-, quello che si è vissuto è ciò che ci ha resi, nel bene e nel male, quello che siamo. È parte di noi e non si può scappare da se stessi, se non facendo come il pazzo di Shakespeare che cerca di fuggire dalla propria ombra e ci si perde dentro.

E a quel punto la ferita che sanguina diventa una cicatrice, più o meno visibile, più o meno grande, ma pur sempre una cicatrice, che quindi non farà male come la ferita. E la vita prende di nuovo a scorrere, seguendo il fluire del tempo, senza più fantasmi che impediscono di sentire qualcosa di diverso dal dolore o dalla paura. E quel racconto non è più solo l’impressione su carta di ciò che è stato, ma racchiude in sé tutto il senso di una vita vissuta senza più tempo o spazio, in una sorta di pseudo realtà che somiglia più a una di quelle storie che si raccontano ai bambini, che alla cronaca di fatti un tempo accaduti.

E la vita diventa un racconto; il racconto di una vita che, finalmente contemplata come propria, può essere raccontata senza schiacciare, fracassare, senza fermare il tempo; un racconto che diventa il motore che spinge avanti, uno strumento di crescita ed evoluzione. Non più o non solo la semplice cronaca di eventi successi ma, a suo modo e quasi magicamente negli effetti, una di quelle storie che i bambini amano ascoltare, in religioso silenzio, mentre schiacciano i pinoli con un sasso nel cortile della casa di una un tempo figlia, moglie e madre, ancora nonna, che spaccava la legna con la forza di un uomo, e che attualmente se ne sta seduta senza che nessuno di noi sappia più a cosa pensi.

   A me piace immaginare che, con quegli occhi che vedono ma non guardano e con quell’accenno di sorriso di tanto in tanto, sia tutta rivolta all'indentro per ripescare nella memoria ogni istante un ricordo; il primo ricordo da cui cominciare per fare un tuffo nel passato, per ripercorrere con la mente e soprattutto con le sensazioni, ogni volta, il proprio prezioso, personale e mai come ora intimo racconto incantato.    

 

(*la formula indicata è un esempio di prescrizione che necessariamente subirà delle variazioni a seconda della situazione specifica che si dovrà affrontare con la persona che chiede aiuto, quindi è proposta in tal modo a titolo esemplificativo) 

 

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