IL CONTROLLO CONTRADDITTORIO che prima protegge, ma poi imprigiona

di Elisa Balbi

 

Tipica delle migliori intelligenze, la tendenza al controllo rientra in un modo di funzionare detto ossessivo, caratterizzato dalla necessità di ottenere il massimo dalle diverse situazioni nella relazione con se stessi, con gli altri e con il mondo. Da un punto di vista comportamentale, esso si può tradurre in atti di vario genere, volti a prevedere con una discreta approssimazione il fluire degli eventi.

Seppure possa apparire macchinoso, in realtà tale processo avviene in maniera talmente naturale e spontanea che la persona stessa non se ne rende conto; si tratta di una sorta di sistema auto poietico che si auto sostiene e si autoalimenta, creando nella maggioranza dei casi un circolo virtuoso. In tale accezione, la tendenza al controllo è un’importante risorsa, che in quanto tale va incoraggiata, sostenuta e coltivata, sia da parte della persona che la possiede che di coloro che gravitano sulla sua orbita. Moglie, fidanzata, compagna, così come eventuali figli o collaboratori possono contare a occhi chiusi su un uomo che viva nutrendo tale risorsa.

Come tutte le risorse che rappresentano una nostra dotazione naturale, tuttavia, anche la predisposizione al controllo può nascondere in sé un limite, ossia quello di ritenere che il massimo del controllo lo si ottenga avendo tutto sotto controllo. Cosa si intende con tale affermazione? Pensiamo all’uomo che, abituato a considerare il proprio CONTROLLARE TUTTO come un asso nella manica, si trovi in una situazione nella quale esistono molte variabili imprevedibili, come nel caso delle relazioni, che prevedono interazioni di varia natura con gli altri, con gli eventi esterni e con le reazioni emotive che tali intrecci inevitabilmente suscitano.

Come è possibile avere la certezza che quello che gli altri ti propongono sia sincero? Come si fa a valutare se il sentimento che provo io sia provato con la stessa intensità dall’altro? Come posso essere sicuro che il mio concetto di relazione corrisponda a quello dell’altra? E, anche se fossi sicuro delle mie relazioni, come faccio ad escludere che quello che vedo nell’altro in realtà non esista, ma voglio vederlo io? Sono dubbi amletici questi che, alla stregua del famoso “Essere o non essere”, non trovano soluzione nella logica razionale aristotelica, ma all’interno di una processualità di pensiero non ordinaria, nella quale si inseriscono tre eventualità: col controllo paradossale, il controllo contraddittorio e il controllo della credenza.

In questo scritto, ci occuperemo del secondo tipo di controllo, ovvero di quello contraddittorio, cercando di scoprire che cosa si intenda per tale variante, come essa può diventare da funzionale controproducente e, sul finale, un piccolo suggerimento rivolto a chi, leggendo, si ritrovi nel profilo descritto.

Con l’espressione CONTROLLO CONTRADDITTORIO ci riferiamo al tentativo di controllo che prima protegge, ma poi imprigiona: l’uomo che controlla efficacemente è spinto ad attribuire alla propria capacità di controllo un grande peso nel mantenimento e nell’aumento del proprio gradiente di soddisfazione. E fino a qui non v’è nulla da eccepire. Il problema emerge quando qualcosa non va come previsto nella relazione con se stesso, con gli altri o con il mondo. Il controller contraddittorio rischia di entrare in differenti trappole, ma che hanno tutte lo stesso effetto: un esponenziale incremento del proprio senso di incapacità, con attribuzione all’esterno della responsabilità del proprio fallimento.

Nello specifico, ci riferiamo a colui che reagisce, di fronte al discontrollo, con se stesso mettendo in dubbio la propria capacità di applicare la strategia, piuttosto che l’adeguatezza della stessa. In altri termini, certo che la strategia che ha sempre funzionato sia quella giusta, quando la stessa non funziona egli ritiene di non essere stato abbastanza bravo ad applicarla, quindi dapprima insiste intensificando lo sforzo, poi si arrende. La condizione descritta non è così dissimile da quella del mulo che, abituato a percorrere ogni giorno la medesima strada, una mattina trovi il tronco di un albero sulla via che non era mai stato lì. Prova allora a spingerlo ai margini ma non riesce, allora, pensando di non avere applicato abbastanza forza, prende la rincorsa al fine di spostare l’ingombrante intruso. Ogni volta, la rincorsa è maggiore e magari l’imprevisto vibra, ma non si sposta. Nel frattempo, testata dopo testata, il mulo comincia ad essere sempre meno lucido, fino a che cade a terra, esanime. L’imprevisto non rientra dunque nella logica del nostro uomo, la non controllabilità neppure; in altri termini si crea una sorta di surreale coincidenza tra la propria capacità di controllo e il senso di fiducia nei confronti delle proprie capacità, per cui se fallisce la prima, crolla inesorabilmente anche la seconda. Il risultato è il passaggio da una condizione di sicurezza in sé a una di insicurezza e di scarsa autostima. Gli effetti sono o la resa, non ritenendosi abbastanza in grado, oppure l’accontentarsi forzato di chi agisce come il motore di una Ferrari montato su una Cinquecento.

Nei rapporti con il mondo succede qualcosa di leggermente differente, nel senso che il grado di responsabilizzazione può essere anche lo stesso, ma non si traduce in un senso di sfiducia rispetto alle proprie risorse, bensì in un senso di impotenza di fronte ad eventi della vita che non paiono più controllabili come prima e che, mano a mano, diventano una sorta di profezia che si auto realizza in negativo. Rimanendo nell’analogia con il mulo, in questo caso, trovandosi di fronte ad un albero che blocchi il proprio cammino, questi sobbalza e, scosso dall’imprevisto, non procede oltre, ma torna indietro rinunciando a procedere in virtù di una previsione mancata. Il giorno dopo, nonostante l’accaduto, l’animale riprende la stessa via trovandosi di fronte allo stesso albero, quindi torna indietro, così come farà il terzo e il quarto giorno, quando comincerà a chiedersi come mai capitano tutte a lui. Il quinto giorno parte già pensando che sicuramente si troverà di fronte allo stesso problema, non tanto con l’obiettivo di risolverlo, ma convinto che una forza esterna gli stia giocando un bello scherzo, mettendolo di fronte a qualcosa che sempre più percepisce come il frutto di una sventura. Procede quindi con fare sempre più circospetto, guardando di sottecchi la natura intorno, avvertendola ogni volta sempre più foriera di possibile danno, fino a che, il sesto giorno, decide di non partire. Come si può tradurre questo in riferimento al nostro uomo? L’’imprevisto è percepito come una forza esterna che si frappone tra sé e la possibilità di raggiungere il proprio obiettivo che, nei fatti, si traduce nel cominciare la giornata profetizzando una serie di possibili e imminenti catastrofi che teme che possano accadere, pur mantenendo la speranza che non avvengano. Dove si crea la trappola? Quando il nostro malcapitato comincia ad agire nel tentativo o di prevenire tali eventi oppure di difendersi, rendendoli in questo modo invenzioni più vere e credibili della verità. Temo qualcosa, mi comporto in virtù di questo timore, lo alimento confermando ogni volta di esserne l’involontario e soprattutto impotente ostaggio. Questo, alla fine, si traduce in un senso di incapacità rovinoso tanto quanto il precedente, seppure più magico. Mentre con sé stesso il nostro uomo è colui che si fustiga con il cilicio per il proprio essere incapace e inetto, nelle relazioni con il mondo il percepito è più vicino a un senso di impotenza di fronte a qualcosa di più grande; una sorta di fantomatico destino già definito non lascia scampo ad un uomo che, sentendo a priori di non avere potere di intervento, agisce da sconfitto, diventando quindi vittima di una resa anticipata. E chi si arrende sicuramente non corre il rischio di vincere.

Giungendo all’interazione con gli altri, il proprio spesso vittimistico senso di inferiorità porta a percepire, a prescindere delle prove di tale inadeguatezza che quasi sempre sono il frutto di una sensazione e non di una prova evidente, se stesso come essere inferiore e gli altri o come esseri superiori o come individui malevoli e rifiutanti. Nel tentativo di difendersi, il nostro controller contraddittorio tenderà a ritirarsi sempre più in se stesso, coltivando così da un lato il proprio senso di essere sbagliato, quindi facilitando la trasformazione del giudice interiore pur severo in un boicottatore, per cui qualunque faccia sbaglia, dall’altro rafforzando la sensazione di, non essendo abbastanza all’altezza, poter essere rifiutato. In quest’ultimo caso, è facile che il giudice boicottatore si trasformi in un inquisitore interno che esaspererà la tendenza alla chiusura a tal punto che questa si trasformerà, gradualmente, in una comunicazione rifiutante nei confronti degli altri che andrà ad alimentare ulteriormente il proprio senso di rifiuto. In entrambi i casi, il risultato si ritorcerà contro al nostro uomo che, a questo punto sarà paragonabile all’uomo della storia di Kafka che si dichiari colpevole di una colpa non commessa e che per questo venga imprigionato. Un giorno nota che nel cortile interno della prigione stanno costruendo un patibolo che egli ritiene possa essere dedicato a lui. Questi fa il possibile per uscire di prigione, riesce ad evadere, entra nel cortile, sale sul patibolo e…si impicca con le proprie mani.

Poiché in questo caso il senso di rifiuto è il frutto di una dispercezione soggettiva di se stesso, quindi un effetto di un conflitto della persona con il proprio interno e dove il conflitto con l’altro è eventualmente secondario, l’oggetto di intervento sarà la persona stessa e non il suo interlocutore. Chi si dovesse dunque riconoscere in una delle condizioni descritte, è invitato a proporsi un piccolo esperimento da svolgere ogni mattina, per il quale occorrono solo cinque minuti del proprio tempo, quindi non esistono scuse. Quaderno alla mano e guardando la giornata che ha di fronte, il nostro uomo e la nostra donna si pongano la seguente bizzarra domanda:

“ Se io, oggi, avessi deciso non di migliorare la mia giornata, ma di volontariamente e deliberatamente farla peggiorare, e scorrere in una direzione completamente differente rispetto a quella desiderata, cosa dovrei fare o non fare, pensare o non pensare per volontariamente e deliberatamente rovinare la mia giornata”

Dopo avere scritto, si lascerà andare la giornata come viene e, solo verso sera, si potrà riaprire il quaderno e, osservando lo scritto e assieme la giornata appena trascorsa, valutare quali delle opzioni per peggiorare sono state realizzate e quali sia riuscito ad evitare.

Utilizziamo, in termini tecnici, una strategia contraddittoria per riuscire ad emergere da un circolo vizioso ugualmente contraddittorio, dove facciamo sì che, mano a mano che passeranno i giorni, si sviluppi un’inevitabile avversione nei confronti dei comportamenti peggiorativi che, dunque, verranno sempre più evitati e lasceranno il posto, sempre mano a mano e senza sforzo volontario, ma sotto una spinta più emotiva che razionale, ad azioni orientate in termini costruttivi. E chi costruisce ciò che poi subisce diventa colui che costruisce la realtà che gestisce, avvicinandosi ogni giorno di più alla concretizzazione dei propri desideri.

 

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