Il potere performante di un desiderio

di Elisa Balbi

 

   ‘Finalmente il gran giorno è arrivato –mi sono detta quando i miei occhi si sono aperti alle prime luci dell’alba- e non posso arrivare tardi’. Proposito che non potevo tradire proprio in quell’occasione; un giorno a lungo atteso ma sul quale ho cercato di non farmi troppe aspettative, perché si sa che esse poi sono destinate ad essere sistematicamente deluse.

    Mi sono chiesta anche come mai tanta emozione, dato che ho la fortuna e il piacere di lavorare accanto al maestro  per eccellenza dell’innovazione; colui che mi ha instillato nella mente il tarlo della curiosità intellettuale e della spinta a una costante ricerca pragmatica di possibili ulteriori evoluzioni delle scoperte di volta in volta esperite. In effetti, quello che per me era maggiormente fonte di ispirazione, quel giorno, era il fatto che tante ‘teste’ con linee pensiero, personalità ed esperienze differenti si incontrassero in un solo posto, che tra l’altro considero la mia seconda casa, a confrontarsi su un unico argomento. Questo non nell’intento di esibirsi o di rendere ragione del proprio operato, ammesso e non concesso che ce ne fosse bisogno visto il calibro dei personaggi in questione, ma di fornire ognuno il proprio contributo all’elaborazione di qualcosa di nuovo; di un modello.

    Che cosa è un modello? Un modello in definitiva è molto più della somma delle singole parti e implica che ognuna di esse e nessuna esclusa si emancipi da se stessa per, integrandosi in un’interazione reciproca con le altre parti, originare un tipo di intervento che possa definirsi non solo efficace ed efficiente, ma generalizzabile e predittivo. Utopia? Pensavo, da scettica o disillusa, fosse utopico già unire tutte queste persone in un unico posto e ciò è avvenuto, quindi, potrei, credo a ragione, ritenere che un’utopia sia tale fino a che qualcuno non dimostri che non lo è, realizzandola nel concreto.

    Arrivo alle 10,00 in punto. Non ero formalmente in ritardo, ma per me lo ero e anche spaventosamente perché, come accade per qualunque impresa che coinvolga più persone, i giochi non iniziano quando viene sparato il colpo che indica lo start and go, ma quando, mano a mano, esse arrivano sul posto; lì cominciano le prime più o meno caute interazioni, lì cogli una serie di elementi, osservando, che non si notano nel corso dei lavori. Questa parte non la volevo perdere; questa parte non me la dovevo perdere.

Quando giungo sul posto, trafelata neanche troppo dopo una sorta di mini marcia su un tacco dodici per recuperare qualche millesimo di secondo, piacevolmente scopro che qualcuno è arrivato, ma altri devono arrivare, la maggioranza deve ancora prendere posto, qualcuno chiacchiera come se si conoscesse già e forse effettivamente si conosce. Altri, come me, se ne stanno per conto proprio e ogni tanto fanno un cenno del capo, o a qualcuno o a nessuno, come per agganciare uno sguardo, o per catturare un sorriso. A quel punto posso respirare. Mi accomodo, mi posiziono in un angolo da dove si possa osservare ogni minimo dettaglio di quella meraviglia e comincio a guardarmi intorno. Finalmente.

    Da quel momento in poi, non so descrivere con precisione le sensazioni che mi hanno attraversata a ogni singolo intervento, perché, a posteriori e senza dubitare di una memoria che per quanto in genere menzognera non credo mi stia giocando proprio ora un brutto scherzo, posso ritenere che non ci siano state singole sensazioni. Si è trattato piuttosto di un primo minimale brivido che poi, nel corso delle due giornate, si è evoluto e trasformato: mano a mano le singole e distinte menti andavano oltre, fondendosi in un’energia -nel senso di tensione mentale ed emotiva- unica e nuova e che, quando sembrava aver raggiunto l’apice, proprio a quel punto aumentava esponenzialmente. Che strana sensazione … anche ora, mentre la scrivo, ogni tanto chiudo gli occhi per tornare là dove tutto si è svolto. E mi emoziono. Hai presente l’oceano? Sono le minuscole gocce d’acqua che si fondono l’una con l’altra a formare l’oceano che non si risolve in un insieme di gocce, così come le singole gocce non sono più gocce dentro l’oceano, non potendo in questo modo rendere ragione della sua vastità pur essendone parte. Bene…io mi sentivo quella goccia, ma al tempo stesso non più goccia; e da goccia non più goccia mi sentivo mano a mano sempre più parte dell’oceano, ma anche distinta da esso, e mentre mi lasciavo attraversare da queste sensazioni la mia mente, lasciata a se stessa, cominciava a lavorare, indisturbata, sui contenuti… un po’ come mi succede quando vado a correre … che strana sensazione …

    Avrei voluto dire un sacco di cose in questi due giorni; avrei voluto parlare di come lavoriamo noi dal punto di vista tecnico, di come usiamo la comunicazione per creare quel tipo di relazione che contribuisce a rendere il cambiamento non auspicabile, ma inevitabile. Avrei voluto condividere il modo in cui agiamo su quelle sensazioni che, dall’essere la nostra più grande risorsa, se non gestite possono trasformarsi nel nostro più limitante limite, ritorcendosi contro di noi come un boomerang. Avrei voluto, e magari avrò un’altra occasione per farlo. Avrei voluto, ma sono contenta di non averlo fatto; in parte perché sarebbe stato fuori luogo e fuori tempo, essendo io una minuscola goccia della più piccola goccia d’acqua possibile. Ma soprattutto, se lo avessi fatto, mi sarei persa la possibilità di realizzare quello che per me era il primo e più grande desiderio: odorare quella tensione, toccare quell’energia, assaporare il gusto di nuove intuizioni, osservare qualcosa di nuovo nel proprio nascere; come quando dal caos prende forma la materia.

   Non mi resta ora dunque che concludere quelli che spero non paiano soltanto i vaneggiamenti di un folle alzando le mani di fronte a tutti coloro che hanno reso possibile tutto questo, e che mi hanno consentito di sperimentare sulla pelle l’incommensurabile potere performante di un desiderio.

 

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