LA PASSIONE DI VIVERE

Di Elisa Balbi

    Come è possibile che attraverso il controllo del piacere si possa giungere a una totale anestesia dal piacere? Effettivamente, per chi non abbia mai avuto a che fare con un problema di questo genere potrebbe apparire un controsenso, una contraddizione, oppure un paradosso, comunque qualcosa di completamente illogico. Eppure, quello che concretizza un disturbo invalidante al limite della possibilità di sopravvivenza, dal punto di vista sia della sua formazione che del suo mantenimento e in un’ottica processuale, ha una propria logica stringente; una logica non ordinaria ma perfettamente logica nella propria apparente assurdità.

    Come tutti ormai sanno, tendenzialmente si inizia con una dieta che ha successo ma dove l’obiettivo viene spostato continuamente in avanti, per cui “se sono arrivata a 50 posso arrivare a 48, se sono arrivata a 48 posso arrivare a 46, se sono arrivata a 46 posso arrivare a 44…”, fino addirittura a giungere a un peso dapprincipio preoccupante e successivamente pericoloso per la vita stessa della persona. Si tratta di un controllo tanto ben riuscito da non poterne fare a meno; un controllo che inizialmente è fonte di piacere proprio in quanto riesce, che diviene una sorta di guaina protettiva rispetto a sensazioni troppo forti “reggere” catalizzando tutta l’attenzione sull’atto stesso del controllare, ma che, nel tempo e al di sotto della soglia della consapevolezza, anestetizza da qualunque altro piacere. Fino a che l’atto stesso del controllare il cibo e il peso si svincola dalla volontà della persona e diviene una sorta di essere a se stante che continua a sopravvivere al di là dell’intenzionalità; un inquilino che non paga più l’affitto e si fa forte di un diritto di usucapione che ha acquisito in virtù del nutrimento che gli si è regalato in partenza, e che continua a vivere di una vita propria, anche quando diviene scomodo e non più gradito. Contestualmente al dimagrimento troppo veloce per consentire un adattamento ad esso sia dal punto di vista fisico, ma soprattutto psicologico, si formano infatti delle lenti deformanti, per cui più il peso diminuisce più la persona si vede grassa, fino ad apparire enorme, per poi vedersi gigantesca. Ci si guarda sempre più con gli occhi di una mente debilitata, emaciata, consumata, abitata da una specie di subdolo virus esattamente come accade con il corpo; una perdita di peso verticale che lascia la persona come senza pelle, per cui necessita di un’armatura, che protegge ma che al tempo stesso imprigiona; protegge dalle sensazioni troppo forti che queste ragazze percepiscono in maniera estremamente potente, ma imprigiona perché poi entrano nel tunnel. Una trappola che invischia e che fa sentire solo la necessità di preservare questa sorta di “stato di grazia” dove tutte le sensazioni e le percezioni sono incanalate nello sforzo di difendere un credo che non fa sentire la fatica, la sofferenza, la fame, il dolore, o qualsiasi altro sentimento o emozione. Una compulsione capace di fare sentire chi la vive potente all’ennesima potenza e al tempo stesso di una fragilità disarmante, e che rende impotente chi guarda dall’esterno una persona trasformarsi in una sorta di bambola di cristallo, che basta guardarla perché si incrini dentro la propria copertura rigida, che pure rimane salda, anche quando quello che contiene è ormai in mille pezzi.

    Cosa fare di fronte a un male così devastante? Come aiutare chi non vuole essere aiutato ad uscire da qualcosa che non viene riconosciuto come altro da sé ma che, in una visione talmente distorta di sé da apparire quasi delirante, viene addirittura percepito come uno stato da difendere con le mani e con i denti? Quale intervento si può realizzare laddove una famiglia si trovi a combattere una lotta che appare essere una battaglia contro il sangue del proprio sangue, ma che in realtà è una sfida ad armi impari con una specie di alieno che non si comprende, non si concepisce, non si conosce?

    Ora, astraendoci da quello che si può provare trovandosi di fronte a quanto abbiamo appena descritto - il che è necessario altrimenti non riusciamo ad aiutare proprio nessuno - dal punto di vista tecnico delle tentate soluzioni (ovvero quello che il sistema cerca o ha cercato di fare per risolvere il problema che evidentemente non ha funzionato), si può affermare che queste si riferiscono ai genitori, essendo le ragazze, come anticipato, incastrate all’interno della voglia di rimanere lì, anzi di diminuire, diminuire e ancora diminuire. I genitori, purtroppo, con le migliori intenzioni spesso producono gli effetti peggiori poiché più insistono per far mangiare la figlia, nel farla ragionare dal punto di vista razionale e cognitivo perché mangi, nel controllarla, fino addirittura ad arrivare a barare arricchendo i cibi accettati con qualcosa di più sostanzioso (di cui la ragazza di accorge sistematicamente), più questa si arrocca nella propria posizione. Chi sta leggendo potrà chiedersi allora se la soluzione per un genitore sia quella, dato che le ha provate pur invano tutte, di lasciare la figlia a se stessa mentre deperisce, per poi vederla mano a mano lasciarsi morire in un lenta agonia, da loro stessi autorizzata. Ovviamente no. E chiaramente va fatta una distinzione fondamentale tra l’anoressia cosiddetta cronicizzata, dove la persona è adulta e la famiglia, spesso esclusa, è di conseguenza difficilmente utilizzabile dal punto di vista terapeutico, e l’anoressia giovanile. In questo caso, quindi quando o abbiamo a che fare con una ragazza tra i 13 e i 17-18 anni circa, o anche una ragazza più grande ma con un forte invischiamento familiare che quindi a livello emotivo non ha un’età superiore a quella di insorgenza del disturbo, la famiglia è fondamentale per l’intervento. Qui abbiamo da gestire un sistema fatto da una ragazza che resiste nella propria posizione rigida e da genitori che cercano di aiutarla, ma che, cercando di aiutarla e lo ripeto con i migliori intenti, fanno quello che non si dovrebbe fare. Dobbiamo allora trasformare il sacrificio che già questi ultimi stanno facendo in un sacrificio ancora più estremo, facendoli diventare nostri alleati non contro la figlia, ma contro quello scomodo inquilino che alberga dentro di lei, per arrivare al punto di riuscire a sfrattarlo…costi quel che costi.

    Grazie all’intervento su migliaia di casi di questo tipo e alla costante evoluzione dei trattamenti, abbiamo strutturato protocolli di intervento specifici per le diverse varianti del disturbo. Essi sono stati strutturati proprio a partire dalle soluzioni che hanno funzionato che, calate negli specifici contesti di volta in volta incontrati, hanno avuto l’effetto di risolvere anche situazioni in origine disperate e senza apparente via di uscita.

    Non posso in poche righe specificare i vari steps di una terapia talmente delicata da essere paragonabile ad un intervento chirurgico atto ad estirpare un tumore, dove il bisturi deve essere usato con la massima precisione sia nel rimuovere la massa maligna, che nell’evitare di lasciare metastasi che andrebbero ad intaccare altri organi, che, ancora, nel cercare di preservare il più possibile i tessuti circostanti perché mantengano la propria funzionalità. Per le specifiche rimando ai testi qui di seguito riportati, precisando solo come estrema attenzione vada dedicata alla personalizzazione dell’intervento e al contesto nel quale esso viene attuato. Un contesto dove hanno molto peso anche le cicatrici, non solo del corpo, ma anche e soprattutto della mente di una persona che per un arco di vita più o meno lungo non si è più appartenuta, e in questo non appartenersi si ritrova confusa, con il proprio “buco” di vita alle spalle. Qui non esiste qualcosa da recuperare o da ricostruire, ma va letteralmente costruito qualcosa da cui cominciare di nuovo; un appiglio per cui valga la pena di prendersi in mano la propria condizione fatta di qualcosa che è stato raso al suolo e di cui esistono solo macerie, per trasformarla in una vita che valga la pena di essere vissuta. Tutto questo procedendo con un intervento avente una logica isomorfa alla logica che mantiene in vita il disturbo, che quindi utilizzi come arma prevalente proprio il piacere. Tutto questo a piccoli passi, che in quanto piccoli diventano veloci. “Una cosa conduce a un’altra cosa, che conduce un’altra cosa. Se ti concentri sul fare la più piccola, e poi la successiva e così via, ti accorgerai di aver fatto grandi cose avendo fatto solo piccole cosa” (Weakland). Tutto questo in un contesto dove ha grande peso l’aspetto tecnico dell’intervento, ma dove non si può prescindere dalla costruzione di una relazione che rappresenti una sorta di fune a cui aggrapparsi per tirarsi su per riemergere dalle sabbie mobili nelle quali più ci si dibatte più si viene tirati a fondo.

    E allora dal piacere del controllo che anestetizza il piacere, attraverso la creazione di una relazione cui affidarsi che permetta a sua volta un utilizzo terapeutico del controllo che risveglia il piacere, si giunge a una gestione di quel piacere che, concesso, torna ad essere qualcosa cui aspirare. E allora la bambola di cristallo torna ad essere una persona. Un essere fatto di carne e di ossa finalmente desidera, brama, ama e si lascia desiderare, bramare, amare; una persona di nuovo o per la prima volta capace di nutrirsi di qualcosa che, tangibile, le consenta di vivere l’unica vita degna di essere vissuta, ovvero quella diretta da se stessa e dalla propria rinnovata passione di vivere.

 

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GENITORI E FIGLI…CHE FATICA!

di Elisa Balbi

 

Padre, madre e figlio: tre persone distinte che insieme formano un’unità di entità ognuna dotata di vita propria; tre corpi, tre menti, tre mondi separati ma tenuti insieme da un filo sottile. È invisibile, non tangibile; una linea di sangue che rende i destini di questi tre esseri distinti intrecciati e reciprocamente influenzabili. Se questo può apparire di primo acchito unicamente una risorsa per ognuna delle parti, talvolta si trasforma in un limite che blocca, inquina, impedisce a una o più delle parti del sistema di crescere e di evolversi nella realizzazione delle proprie potenzialità; una corda di acciaio non estendibile oltre la propria lunghezza che limita e non permette, nel nostro caso specifico al figlio, di andare oltre e di emanciparsi. Se domandassimo a un campione di 100 genitori quale sia l’obiettivo del proprio ruolo, risponderebbe che è quello di crescere il proprio bambino perché diventi un adulto capace di affrontare la vita, ma se potessimo osservare come gli stessi genitori nei fatti realizzano questi buoni propositi, allora noteremo inevitabilmente come 99 su 100 delle coppie intervistate agisca in maniera decisamente contraddittoria. Questo ovviamente non significa che le 99 coppie abbiano in precedenza mentito, ma che esiste un gap importante tra i buoni propositi e la loro realizzazione che molto spesso è determinato da convinzioni erronee rispetto a cosa prima di tutto debba intendersi per “crescere il proprio bambino”. In secondo luogo rispetto a quali siano le esperienze e le modalità che più efficacemente consentono ai propri figli di divenire in grado di affrontare la vita e le sue difficoltà, o comunque le prove che di giorno in giorno questa propone. Per non considerare poi le emozioni che talvolta impediscono di vedere l’ovvio. Di più, se approfondissimo con gli stessi genitori alcuni aspetti della propria vita e del proprio periodo di crescita, senza cadere in banali interpretazioni ma quale frutto di una ricerca – intervento specifica, noteremmo che almeno la metà di loro non si è a sua volta ancora emancipata dai propri genitori. Quindi come possiamo pretendere che essi abbiano idee chiare rispetto a come si possa aiutare un figlio a staccarsi da loro, se loro stessi non sono stati in grado o nella possibilità di farlo nei confronti dei propri? Se nelle epoche precedenti della vita, il genitore può ancora autoingannarsi di avere tutto sotto controllo (anche se è sempre più frequente l’osservazione di genitori ostaggi di bambini di 6 anni o meno), eventuali mancanze o cedimenti o una mala gestione del figlio prima di questa particolare età si evidenziano molto chiaramente con l’inizio dell’adolescenza. A questa età infatti in cui tutto è amplificato si pongono le basi per il distacco dalla famiglia di origine; tappa che si può realizzare soltanto se i genitori sono stati in grado di costruirsi come modello di riferimento per i figli, ognuno nell’ambito del proprio ruolo. Per poter costruire una propria identità, infatti, il ragazzo deve ribellarsi al ruolo proposto dal genitore e tale ribellione, tale lotta emotiva porta a definire da un lato le proprie caratteristiche quale persona separata dal genitore, dall’altro il proprio concetto di sé quale essere distinto e con tutte le risorse per divenire autonomo nella gestione di se stesso. Nel caso di una famiglia con ruoli confusi o non chiaramente definiti, è facile che si crei la condizione per cui non sia realizzabile la sana ribellione sopra descritta con due possibili esiti, che in realtà sono le due facce della stessa medaglia:

  • dipendenza: il figlio si adegua alle condizioni dei genitori e al clima familiare accondiscendendo alle richieste e alle proposte degli stessi che, molto spesso guidati dalle proprie ansie e dai propri timori o da una mancata emancipazione dai propri genitori, tendono a iperproteggere il pargolo sostituendosi a lui nell’affrontare le difficoltà della vita. Altre volte, invece, delegano loro quelle scelte che per insicurezza non si sentono di effettuare affidando al figlio delle responsabilità troppo elevate per l’età. O, ancora, si può riscontrare l’oscillazione dall’essere eccessivamente protettivi che rimanda indirettamente un messaggio di incapacità o di inadeguatezza, all’essere deleganti rispetto a scelte o decisioni da prendere che in realtà spetterebbero al genitore, quindi comunicando al figlio un messaggio di capacità destinato ad essere frustrato; 
  • contro dipendenza: il figlio agisce nel tentativo di boicottare il genitore che può essere eccessivamente permissivo e democratico in una interazione dove non esiste una adeguata distinzione di ruoli ma dove tutti sono sullo stesso piano e hanno la facoltà di mettere in discussione l’uno le proposte dell’altro senza regole. In altri casi, si creano bracci di ferro devastanti per contrastare genitori che ritengono di poter risolvere differenti vedute o difficoltà solo attraverso un pugno di ferro, quindi adottando uno stile di interazione autoritario e spesso più sostenuto dal timore che dal rispetto. O, anche in questo caso, le due modalità di relazione possono essere presenti in alternanza da parte di genitori che permettono ai figli di 13aa di uscire la sera senza chiedere il permesso, pretendendo che comunichino loro la propria destinazione o che tornino rispettando un orario

Spesso, poi, si assiste alla situazione per cui i genitori non sono allineati, dove uno adotta comportamenti che più facilmente spingono verso la dipendenza, l’altro quelli che più incitano alla contro dipendenza. È il caso, per esempio del padre autoritario e tendenzialmente poco partecipe alla quotidianità della famiglia e della madre iperprotettiva. In questi casi si crea l’ulteriore aggravante del dover oscillare dall’essere dipendente all’essere contro dipendente e, di più, si crea una sorta di patto di complicità, che è nei fatti troppo ambivalente da sopportare, tra il figlio e uno dei due, creando così un nemico o da combattere o dal quale difendersi o da boicottare. Si capisce bene come in quest’ultimo caso viene in partenza a mancare la possibilità per il figlio di ritenere credibili i propri genitori e di considerarli come un punto di riferimento poiché essi stessi non riescono ad essere un punto di riferimento né per se stessi né l’uno per l’altro. Famiglie intermittenti, con ruoli confusi e intercambiabili e con alto tasso di ambivalenza al proprio interno, non di rado possono contribuire a esacerbare disturbi di personalità legati a una inadeguata o non completa definizione della propria identità.

Il figlio contro dipendente, invece, è quello che tende ad agire più per contrastare i propri genitori che per propria volontà o desiderio e le cui azioni sono più volte a dimostrare qualcosa che non otterrà mai il riconoscimento sperato. Di conseguenza, non di rado si riscontrano comportamenti eccessivi come aggressività fisica o verbale, comportamenti devianti o socialmente discutibili, ossessioni che cortocircuitano in labirinti mentali dove il ragazzo si perde come una marionetta rotta con gli occhi rivolti all’indentro. Fino ad arrivare a disturbi paranoici sostenuti da una forte rabbia che può essere rivolta a se stessi, agli altri o al mondo intero, senza escludere la possibilità di sviluppare paranoie con manie di persecuzione.

Il figlio dipendente invece è colui che si guarda in uno specchio, i propri genitori, che gli rimandano costantemente un senso di incapacità o di insoddisfazione o di inadeguatezza che può portare il ragazzo, insicuro e con una forte sensazione di non essere abbastanza in grado o all’altezza, ad avere un eccessivo bisogno di rassicurazione nel momento in cui agisce e a preferire evitare di affrontare situazioni nelle quali rischierebbe di provare la propria incapacità. Fino ad arrivare a sviluppare ansie e paure che possono trasformarsi in veri e propri disturbi fobici, o un’eccessiva necessità di controllo come nei disturbi ossessivi; dalle ossessioni al disturbo ossessivo-compulsivo o anche nelle diverse varianti del disturbo alimentare. O ancora, quale esasperazione da un lato del proprio senso di incapacità, dall’altro della mancanza di fiducia nei confronti del resto del mondo, non è infrequente osservare la strutturazione di un disturbo ossessivo-paranoico. Naturalmente quanto proposto ha senso solo nel momento in cui le modalità di interazione potenzialmente patogene si irrigidiscano, quindi va specificato che non sono gli atteggiamenti descritti in se stessi a creare e sostenere un disturbo ma il loro irrigidimento Che cosa fa sì che le modalità interattive genitoriali non si irrigidiscano e trasformino invece i genitori in guide da seguire? La risposta a questa domanda è insita in un concetto in realtà trasversale a tutte le età, ovvero quello di autorevolezza e in ciò che deve essere presente perché dei genitori possano essere considerati, appunto, autorevoli.. Lo stile autorevole, infatti, viene da più parti ritenuto (Palmonari, 2001) come quello che maggiormente facilita l’inserimento del giovane nel proprio contesto sociale, rendendolo sicuro, capace di autocontrollo e soddisfatto di sé. I genitori svolgono una funzione di guida e di sostegno nell’educare i propri figli, mostrandosi attenti e sensibili ai loro bisogni ma al tempo stesso stimolandone la crescita attraverso richieste appropriate e ragionevoli in relazione alle loro capacità. Belle parole queste, ma come riuscire a porre le basi per costruire, coltivare e strutturare uno stile autorevole? Chiaramente anche in questo caso non esistono delle ricette preconfezionate, considerando che ogni sistema è un nucleo a sé che interagisce con altri nuclei modificandoli e venendone modificato, ma con proprie regole e caratteristiche. Tuttavia esistono dei comportamenti che, se osservati, consentono di avere una maggiore probabilità di successo nel raggiungimento dell’obiettivo e che in sistemi funzionali e funzionanti vengono attuati dai genitori fin dalle fasce di età precedenti.

La pratica clinica e la risoluzione di problemi invalidanti ci ha consentito di elaborare veri e protocolli di intervento e di risoluzione per specifiche problematiche, e di conoscere i problemi attraverso le loro soluzioni  (L’arte del cambiamento; Il dialogo strategico; Solcare il mare all’insaputa del cielo).Chiaramente la difficoltà non può essere considerata alla stregua di un problema, ma, essendo un problema l’esasperazione di una difficoltà, allora è possibile avere delle linee guida che i genitori e gli agenti educativi a vario livello possono tener presenti al fine di evitare quanto meno di essere loro a contribuire a tale evoluzione non auspicata. Considerando poi che i figli i genitori non li scelgono, ma al contempo che due genitori quando decidono di mettere al mondo un figlio si mettono letteralmente un estraneo in casa, obiettivo di entrambi dovrebbe essere quello di gradualmente conoscersi, approcciando l’uno all’altro con l’attenzione di chi si trova di fronte un mondo da scoprire e la determinazione di chi vuole l’uno il meglio per l’altro. Questo, facendo ognuno quello che infondo e infine sa fare per quanto compete al proprio ruolo: i genitori i genitori, i figli i figli ed evitando di perdere di vista quello da cui ognuno di noi non si può permettere di prescindere, ovvero se stesso.

Per avere indicazioni pratiche orientate a guidarti nei due mestieri più difficili che esistano, ovvero quello da un lato di genitori, dall’altro di figli e anche di figli che diventano genitori dei propri figli e a un certo punto della vita anche dei propri genitori, ti suggerisco di leggere:

 

 

 

 

DIETA O NON DIETA?

Di Elisa Balbi

 

    Eccomi qui! Dopo una domenica che qualcuno considererebbe un tour de force, ma che io ridefinisco, in maniera più appropriata considerato l’argomento, una vera e propria abbuffata di parole…eh, sì! Perché dopo aver tanto atteso e pubblicizzato quello che per me era un evento a dir poco curioso, e a cui mi sentivo onorata di poter prendere parte considerandolo una nuova frontiera in materia di alimentazione, non ho potuto parteciparvi. Vi chiederete se sono stata malata o impedita da cause di forza maggiore che mi hanno costretta a casa o altrove…no. Ero al piano di sotto in una piccola aula, pur dotata di tutti i confort possibili e immaginabili compresa una colazione luculliana costantemente a disposizione, e, sopra a tutto, in compagnia di persone splendide e con le quali è stato un vero piacere lavorare. Mi trovavo proprio lì, al Centro di Terapia Strategica di Arezzo, dove si svolgeva il seminario. Quindi non solo non ho potuto presenziare all’attesa giornata, ma ero al piano di sotto a lavorare e, tanto per gradire, durante le brevissime pause sentivo dalla terrazza esterna baciata dal sole le risate e gli applausi, oltre che le parole, a stento distinguibili da dove mi trovavo, dei relatori che si confrontavano su uno degli argomenti a mio avviso più interessanti che possano esistere. Ora, se è vero che “L’unico modo per resistere alle tentazioni è cedervi”, come suggerisce saggiamente quel simpaticone di Oscar Wilde, è anche vero che pochi ci dicono come comportarci quando non possiamo cedere.

    Ma torniamo alla mia abbuffata di parole, che ovviamente sono riuscita a sostenere non solo grazie alla piacevolezza della lettura sia nella forma che nei contenuti, ma anche grazie a un’ora e mezza di trekking lungo il fiume che ha contribuito a mantenere attivo il mio metabolismo basale, complice una fornita colazione di primissima mattina, quando con mio sommo piacere ancora tutto intorno a me dormiva.

    Ho cominciato a leggere e sono rimasta, dalle prime pagine rassicurata per aver ricevuto conferma di quanto ho sempre ritenuto valido con me stessa, ovvero del fatto che il nostro corpo non è fatto per essere grasso o magro, ma per funzionare bene e raggiungere la propria forma migliore, che non può essere la stessa da un individuo all’altro. Di questo devo ringraziare Filippo Ongaro, medico d’avanguardia e innovatore nella medicina preventiva e anti – aging, che evidenzia l’importanza di un ritorno, dal punto di vista alimentare,  a ciò che a livello primordiale regolava il funzionamento dell’essere umano e che, da un lato lo ha differenziato dalle altre specie [per esempio con un aumento nel consumo di proteine animali, quindi di grassi, “…determinanti per trasformare il sistema nervoso degli ominidi nel più formidabile dei cervelli” (cit.)]. D’altro lato fondamentale è la riscoperta dei segnali che provengono dal corpo che ci dice cosa desidera. Se lo ascoltiamo, il corpo ci parla e ci sussurra all’orecchio quello di cui ha bisogno; se non lo ascoltiamo, il corpo è costretto ad urlare per prendersi quello di cui ha bisogno. Questo troppo spesso fa la differenza tra uno scoiattolo e l’uomo; il primo forse con un cervello meno formidabile ma in formissima e in salute, il secondo forse con un cervello più abile nel ragionamento ma con una scarsa capacità di sentire, di stare in silenzio e di ascoltare quell’intimo sconosciuto in cui alberga: il proprio corpo. Sempre grazie a lui ho scoperto che di 100 calorie di proteine assunte 25 ne consumiamo per bruciarle, anche se ho cominciato ad avere il sospetto di mangiare troppo nel momento in cui il suggerimento alimentare è stato quello di suddividere il piatto in quattro parti da riempire per due parti di verdure, una parte di proteine e una di cereali integrali. Poi mi sono detta che non si specificava quanto il piatto dovesse essere grande, allora mi sono rincuorata, mi sono sentita affine a questa modalità di gestire l’alimentazione nella direzione di assecondare le proprie esigenze naturali, e mi sono detta: “che bello!”

    La beatitudine è tuttavia durata ben poco, nel senso che, iniziato a leggere il contributo di Luca Speciani, inventore della DietaGIFT - Gradualità, Individualità, Flessibilità,Tono – autore di 15 libri su medicina, sport e alimentazione, ho fatto una scoperta sconvolgente: SONO A DIETA. A parte il periodo adolescenziale, il mio come quello della maggioranza caratterizzato da una certa confusione sulla propria immagine indotta dai cambiamenti troppo veloci e tipici dell’età, ormai da anni posso dirmi una convinta sostenitrice della non necessità delle diete, se non della loro inefficacia. Vero è che la beffa è che quando qualcuno ti vede, essendo in forma, pensa immediatamente che sei a dieta, contrariamente a quanto di solito accada nel momento in cui si abbia di fronte una persona in sovrappeso che per i più si concede le lussurie più sfrenate con il cibo, mentre magari nel proprio intimo soffre e combatte costantemente contro la bilancia, i chili di troppo e il cibo stesso. Ma poco importa della beffa di quello che pensano gli altri perché in realtà è una beffa solo formale, mentre di fatto ci si guadagna solo, sia in benessere che in salute.

    In che senso allora posso dire di aver scoperto di essere a dieta? Nel senso che mi sono accorta che, senza volerlo e senza conoscerla (benedetta ignoranza), nei fatti la mia alimentazione è in sintonia con la DietaGIFT, che ho scoperto essere basata sul “portare l’ipotalamo per più tempo in modalità consumo per riequilibrare le percentuali di grasso e di muscolo nell’organismo” [cit.] , con lo scopo di regolare la modalità di azione ipotalamica verso l’accumulo o il consumo. Questo, contrariamente a quanto avviene dopo una usuale dieta ipocalorica che, essendo basata sulla restrizione, crea una condizione simile alla carestia che predispone il metabolismo ad accumulare più grassi del dovuto per resistere alla scarsa presenza di nutrienti. Il primo risultato è che nel primo mese si ha l’illusione di diminuire di peso, mentre in realtà si perdono più muscoli e acqua che grassi, che l’organismo tende a preservare come riserva rallentandone il consumo (un po’ come una pianta assetata nel deserto – il cactus). L’aspetto più disarmante è che la persona, dopo aver tanto sofferto per astenersi, quando riprende a mangiare nella famosa fase di mantenimento, ingrassa più velocemente e riprende i chili con gli interessi non bruciando come dovrebbe. A questo punto posso rincuorarmi perché, se per dieta si intende dieta ipocalorica, allora non sono a dieta, se con il termine dieta ci si riferisce al suo significato etimologico di “modo di vivere”, allora si comincia a ragionare.

    Quindi dopo la fase di allarme, che è bene non protrarre a lungo in generale, pena rischi infiammatori che potrebbero minare la stessa forma fisica, mi sono di nuovo rassicurata ottenendo conferma rispetto ai punti cardine da rispettare, che alla fine corrispondono ai miei. Come incipit una colazione abbondante, perché “…è falso affermare, come fanno moltissimi nutrizionisti, che una caloria è sempre uguale a una caloria.” [cit.], poi l’importanza di dimagrire lentamente, la preferenza di cibi ricchi di fibra (legumi, cereali integrali, frutta, verdura, noci), oltre che di adeguate quantità di proteine. Il tutto da masticare a lungo, e prendendosi il tempo necessario per mangiare tranquilli l’abbondanza di calorie sane e pulite, in un regime di costante abitudine al movimento fisico, meglio se la corsa.Tralascio poi in questa sede i suggerimenti pratici per una spesa a favore del consumatore, in questo caso non dal punto di vista economico ma salutare e orientato al benessere psico – fisico, per consentire al lettore di soddisfare la propria curiosità attraverso la lettura del libro pubblicato da questi grandi della scienza dell’alimentazione, appunto Dieta o non dieta.

    Passando da ciò che si vede a quello che non si vede, ho molto apprezzato il contributo tecnico di Lorenzo Bergami, nutrizionista specializzato in alimentazione per sportivi che segue calciatori di serie A, atleti nazionali ed europei, che, passando attraverso l’illustrazione del funzionamento di acqua, proteine, lipidi, glucidi, frutta e verdura, fornisce indicazioni pragmatiche interessanti. A cominciare dalla buona regola di bere dagli 8 ai 10 bicchieri di acqua al giorno senza aspettare di avere sete, al fine di evitare il processo di disidratazione che può rallentare il metabolismo. Quanto alle proteine (meglio se per un 60% animali e per un 40% vegetali come cereali, legumi, tofu e seitan), guai a privarsene, essendo esse responsabili della crescita e riparazione dei tessuti e della secrezione di ormoni e di enzimi che, se non introdotti con il cibo, vengono sintetizzati dal corpo per compensare degradando il muscolo scheletrico. Venendo ai lipidi, richiedendo un tempo superiore per essere digeriti, rallentano la comparsa dello stimolo della fame, mantenendo la glicemia relativamente costante. Poiché proteine e verdure che sono ricche di fibre, insieme, aiutano la sintesi dei carboidrati, così come i grassi, è bene associare la pasta a sugo di carne o pesce, alle verdure e a un cucchiaio di olio di oliva, piuttosto che la sola pasta. Infine, aspetto molto interessante e condiviso, frutta e verdura, meglio cruda, che limitano le calorie ingerite per l’elevato contenuto di fibre e il ridotto contenuto di grassi. La cosa carina, e per la quale spesso vengo guardata come una aliena, è che bisognerebbe abbinare almeno 5 tipi di verdure in un pasto, meglio se di diverso colore.

    Oltremodo innovative e non ordinarie le proposte di Pier Luigi Rossi, nutrizionista, consulente scientifico di Rai Uno, ospite fisso di svariate trasmissioni, e il suo Metodo molecolare di alimentazione consapevole che sostiene che al centro del sistema biologico non ci siano più le calorie ma le molecole. Per cui l’ipossia cellulare, indotta per esempio dallo stare a lungo in luoghi carenti di ossigeno o da una scorretta respirazione, impedisce alle cellule di bruciare i lipidi, quindi porta a obesità anatomica. Ma l’aspetto a mio avviso più interessante è quello legato ai livelli di glicemia per cui l’obesità nascerebbe dall’intestino, all’indice insulinemico che deve essere basso perché i grassi vengano usati a fini energetici in luogo dei carboidrati, salvo che nel cervello e nel tessuto nervoso. Per non parlare dell’associazione tra insulino – resistenza e difficoltà, pur non patologica, a dimagrire. Quanto alle indicazioni, mi trovo molto in linea con l’illuminata idea di abbinare un’ottima e fresca insalata mista ricca di fibre a proteine a verdure cotte, lasciando il resto a chi si trova bene in uno schema con linee guida più precise e che consentano una scansione dei pasti più controllata.

    Con Monica Bossi, unica professionista donna, il che ci può stare considerando che il rapporto con il cibo è usualmente più singolare nella donna che nell’uomo, medico omeopata, nutrizionista e docente di medicina anti – aging e preventiva, dalla scientificità tipica della medicina cosiddetta tradizionale - per quanto in questo caso spinta verso nuovissime frontiere - si passa al concetto di interazione tra il sistema mente e il sistema corpo, con l’indicazione di alcune linee guida fondamentali: L’esito di un regime alimentare va associato al tipo di metabolismo specifico di quella specifica persona in relazione alle sue caratteristiche metaboliche e alla propria condizione emotiva”. L’obiettivo deve essere il raggiungimento del peso forma non del dimagrimento. Essenziale è preservare il piacere del cibo mantenendo alcuni punti fondamentali: spontaneità nella ricerca del cibo e della necessità di soddisfare la fame; sensazione di libertà nella scelta dell’alimento e della percezione del vivere quotidiano; consapevolezza delle proprietà intrinseche dei cibi; perseguimento e mantenimento dello stato di salute e di benessere psicofisico; perseguimento e mantenimento di un senso di soddisfazione e di autostima. Questo all’interno del suo Health coaching che riscopre il cibo come il più potente strumento a nostra disposizione, accanto a una adeguata attività fisica e a tecniche di riequilibrio psico – emotivo.

    Tale contributo, come naturale conseguenza di tutto il percorso dal primo all’ultimo di questi nostri illuminati, prepara la strada alla Dieta paradossale di Giorgio Nardone che sin dalla sua introduzione ha dimostrato la propria efficacia ed efficienza nel raggiungimento del risultato di essere in forma e senza sforzi, semplicemente seguendo le richieste e le necessità del corpo. Uno strumento dunque non altro da sé che, pur con una iniziale possibile diffidenza, controvertendo essa tutte le abitudini inveterate della cultura moderna in quanto ad alimentazione, quando viene utilizzato e mantenuto per il sufficiente tempo, consente di ottenere non solo dei risultati, ma soprattutto di mantenerli nel tempo. Questo non tanto in virtù del suo potere dimagrante, ma del fatto che non si tratta di dieta restrittiva ma di una dieta non dieta che quindi si sintonizza sulla natura del singolo individuo, a patto che questi segua la pancia ed eviti contaminazioni di testa. Non manca anche in questo caso la necessità del movimento, che è poi tipica dell’essere umano, anch’esso scelto sulla base del piacere, così come la cornice del setting nel quale si consuma il pasto, compresa la compagnia, che dovrà essere altrettanto piacevole.

    A dir poco piacevole è stata la situazione nella quale mi sono trovata nel momento in cui ho avuto l’opportunità di pasteggiare con i relatori del seminario; persone dotate di un’intelligenza non solo professionale ma anche e soprattutto sociale che, contrariamente a quello che spesso accade, seguono i principi che professano. Personalmente amo molto osservare gli altri, anche correndo talvolta il rischio di rimanere più a lato delle situazioni, e devo dire che, pur non avendo avuto l’opportunità di apprezzare gli stessi al lavoro, dopo aver letto il libro ho ricevuto indietro solo conferme. Devo ancora decidere se vedere la registrazione della giornata oppure no, perché al momento le sensazioni è quella di chi legge un libro sulla base del quale producono un film; meglio andarlo a vedere correndo il rischio che quello che si era immaginato crolli rovinosamente, oppure no, mantenendo così vive le sensazioni e le percezioni che nascono più dalla pelle, che da una rielaborazione mentale?

    Credo che alla fine, tutto sommato e considerando le persone che ho avuto modo di conoscere e con le quali ho avuto l’opportunità di lavorare - non ultima una sorpresa di Maria Cristina Nardone in persona che lavorava in un’aula adiacente alla mia - non sia stato poi così male non poter cedere alla tentazione, avendo mantenuta nei confronti di qualcosa che si poteva solo immaginare la curiosità viva e ancor più fervida che se fosse stata soddisfatta. L’aspetto più piacevole del resistere alle tentazioni, infondo, è la consapevolezza di poter cedere che porta a scegliere di non cedere, ma di concedersi di immaginare come sarebbe farlo… sublimazione? Autoinganno? Può essere, ma è così che funziona. Quindi ora, vista l’ora, vado a procurarmi tutti gli ingredienti per la mia insalatona gigante fatta di almeno 5 verdure differenti e di diverso colore, il mio trancetto di salmone che contiene in sé una buona dose di omega 3, oltre che quella giusta quantità di grassi che non richiedono aggiunte ulteriori per nutrire i miei adorati neuroni, un po’ di verdura cotta e un’adeguata percentuale di cereali che io li gradisco di kamut integrale e…a chi ha avuto la pazienza di leggermi fin qui…”Buon appetito…”. 

 

Per saperne di più, leggi:

 

L’AUTOINGANNO D’AMORE: LE ASPETTATIVE ILLUSORIE

di Elisa Balbi

   Dove eravamo rimasti? ...alla congiura del silenzio, che abbiamo individuato come la prima indicazione utile, nel corso di una relazione, per prevenire o per uscire da una situazione di impasse, per non dire critica. In effetti, pur ritenendo il dialogo una delle matrici fondamentali per la buona riuscita di una relazione, è anche vero che rispetto a certe questioni sarebbe meglio evitare di indugiare troppo. Pensiamo alle storie pregresse oppure alla famiglia di origine che spesso si trasformano nell'immaginario del nuovo arrivato come una sorta di fantasma con il quale scatta, inevitabile, un termine di confronto perso a priori. O ancora immaginiamo, più avanti nell'evoluzione della coppia, eventuali inaccortezze o errori commessi, che per quanto ci si possa scusare non si possono cancellare, e che diventano motivo di elucubrazioni estenuanti nel proprio essere senza fine, e soprattutto senza soluzione.

   Accanto a ciò non si può trascurare il fatto che la tendenza a invadere la vita dell'altro, spinta dall'imperante esigenza di aver tutto sotto controllo per essere rassicurati, è una pratica piuttosto comune. Come se non bastasse, tale tendenza è in linea con un’altra con la quale forse esiste un rapporto di reciprocità, che è la necessità, talvolta quasi disarmante se non preoccupante, di sbirciare, di conoscere, di controllare l’individualità dell’altro, fino a farla fin troppo spesso soffocare. Il risultato è devastante perché alla fine quella persona, trasformata in quello che si voleva, non piace più non essendo più la stessa. E la beffa è che, se ci si sofferma un momento su quello che il partner è diventato, ci si rende conto che frequentemente quello che non piace è la parte dell'altro diventata più simile a sé.

    Qui arriviamo a un altro punto fondamentale,  che ci darà poi lo spunto per la formulazione della seconda regola dell'amore, che è la tendenza, generalizzata e probabilmente derivante dal sano egocentrismo basale di ognuno di noi in quanto essere umano, ad attribuire ad altri caratteristiche, intenti, comportamenti, pensieri o sensazioni propri. Quante volte vi sarà capitato di affermare: “Se fosse successo a me, avrei fatto …”, oppure: “Io al tuo posto gli direi che …”, o ancora: “Se ha agito così, allora …”, e quante volte, trovandovi voi in circostanze simili, vi siete comportati esattamente come quelle stesse persone, precipitando nelle medesime banali trappole.

   È osservazione comune che quando si tratta di rapporti fra persone, siano esse più o meno conosciute, grande impatto nella considerazione che ci si forma di loro sia da attribuire alle impressioni che queste sollevano in noi, che non sono altro che sensazioni; questioni di pelle, insomma. Una persona che ci piaccia avrà tendenzialmente caratteristiche, qualità e doti che rivaluteremo in positivo, tanto che saremmo disposti a negare l’evidenza pur di salvaguardare l’idea che ce ne siamo fatti; il contrario varrà per coloro che, più sfortunati, a pelle non ci piacciono. Basterà che facciano una minuscola deviazione da ciò che riteniamo corretto fare, per essere etichettati come personaggi mossi da malevole intenzioni. Rimandando i lettori che volessero approfondire il tema da un punto di vista scientifico all’originale e interessante testo Le scoperte e le invenzioni della psicologia (Sirigatti, S., Stefanile, C., Nardone, G., 2008), la deduzione piu ovvia in merito a quanto introdotto e che sia l’uomo che la donna, infondo e infine, tendono a mettere nell’altro quello che ci vogliono vedere. Tale tendenza risulta elevata all’ennesima potenza quando si sia piacevolmente obnubilati dal trepidante amore, che rappresenta poi l'ambito privilegiato del nostro interesse.

    Se osserviamo con uno sguardo disincantato due persone che si innamorano, notiamo che spesso le caratteristiche dei due appaiono così dissonanti da stimolare in chi le guarda una serie di interrogativi in merito alla durevolezza dell'unione. In realtà, considerando che le persone si associano per affinità piuttosto che per somiglianza, quindi per complementarietà, le differenze tra i due derivano proprio dalla necessità di completare se stessi l'uno attraverso l'altro; un po' come accade ai poli positivo è negativo di due magneti. Fin qui nulla da eccepire o da volere differente. Se non fosse che questa creatura così diversa da sé, proprio in virtù di tale differenza, presenterà necessariamene una serie di aspetti che non si incontrano così bene con quelli che ci completano. Qui ci viene in aiuto l'autoinganno (Nardone, Balbi, 2008; Nardone, 2014) che corrisponde a un'interpretazone dell'altro attraverso la lente deformante dei propri desideri; il desiderio che quell'essere che piace tanto sia quello giusto fa sì che se ne sopravvalutino alcuni aspetti e se ne sottovalutino altri.

E non importa se in realtà tali caratteristiche non corrispondono precisamente alle qualità di chi si ha di fronte, purché si possa continuare a credere che sia così. Talvolta si realizza quello che il geniale Paul Watzlawick ha in più contributi definito "la realtà inventata che produce effetti concreti", per cui il fatto che il partner veda nella dolce metà alcune doti genera delle reazioni tali da parte di quest'ultimo per cui alla fine quelle doti diventano vere, in virtù dell'interazione realizzata che si protrae nel tempo. La stessa cosa può avvenire per le aspettative che si creano nei suoi confronti, che inducono spesso a far emergere alcuni aspetti di chi abbiamo di fronte che altrimenti rimarrebbero in ombra.

    Non sempre tuttavia gli eventi prendono il corso che ci si aspetta, soprattutto quando si divenga vittime vittime delle proprie aspettative a tal punto che non si ritiene di dover fare qualcosa perché esse si realizzino; piuttosto l'esito immaginato è dovuto. In questo caso, ci si aspetta che l'altro debba agire in un dato modo perché è quello che si farebbe al suo posto. Nella pratica sarebbe come avere un paraocchi che impedisca di vedere la strada che si sta percorrendo. Non tutti sanno che ai cavalli si mette il paraocchi non perché possano guardare avanti senza essere distratti da ciò che accade intorno, ma perché siano completamente ciechi, avendo essi una visione laterale e non frontale; non vedendo, essi sono costretti ad affidarsi a chi li guida. Questo, applicato al mondo delle relazioni, è non solo deresponsabilizzante ma addirittura fallimentare, portando a utilizzare un filtro troppo limitante, egocentrico e lontano dal concetto di individualità.

    Ora, come si riesce a uscire dall'inganno percettivo per percepire quello che effettivamente è l'altro al di là della nostra percezione? O forse dovremmo chiederci: posto il fatto che non è possibile percepire in maniera oggettiva la realtà, è proprio necessario uscire dall'inganno, o, come ci piace di più definirlo, dall'autoinganno d'amore per evitare di cadere nella tendenza a sopravvalutare o a sottovalutare l'altro? Infine, è proprio vero che persuadere se stessi dell'esistenza di qualcosa che non esiste, ma che in potenza potrebbe essere, sia da abortire se nei fatti ci fa bene?

    Poiché non è certamente facile entrare in una logica che appare semplice per chi la conosce e che risulta quanto mai difficoltosa da comprendere per chi sia influenzato da una emotività che inevitabilmente vince sulla ragione, entriamo a piedi pari nella seconda regola dell'amore:

   2. EVITARE A PRIORI DI ILLUDERSI CHE LE AZIONI/I PENSIERI (...) ALTRUI DEBBANO CORRISPONDERE AI PROPRI,  al fine di evitare il processo logico di illusione - delusione - depressione delle ASPETTATIVE. Come si riesce a fare questo? Allenandosi a vedere la realtà senza il filtro del vero e falso, giusto e sbagliato, ma secondo diversi possibili punti di vista fino a considerarli tutti ragionevoli, pur ovviamente sposandone uno o anche nessuno. Il costruttivismo ci insegna che non esiste un'unica realtà ma tante quante sono le persone che la osservano e, che anche all'interno di uno stesso individuo, è possibile che una medesima situazione sia percepita in una maniera o in  un'altra a seconda da dei vissuti, delle emozioni o delle interazioni che la influenzano inevitabilmente.

    La possibilità di ottenere un cambiamento, in questo caso, non si realizza tanto in maniera diretta sulle percezioni, ma assumendosi la responsabilità di conquistare quello che si desidera raggiungere. Immaginiamo, per proporre un esempio apparentemente banale ma che si riferisce a fatti molto concreti e all'ordine del giorno in una coppia di innamorati, che il proprio uomo sia uno di quelli che, per nulla materialista e poco legato alle ricorrenze, per propria stessa ammissione, non suole festeggiare anniversari o compleanni come spesso le donne amano che si faccia, anche pur a livello simbolico con un fiore trovato, appena ci sveglia, infondo al letto. Al di là di qualunque considerazione su chi sia dalla parte del torto o della ragione o di attribuzioni indebite di senso che porterebbero solo a elucubrazioni lamentose - e chi si lamenta non è così desiderabile - immaginiamo che la nostra donna, piuttosto che recriminare, rinfacciare o mettere alla prova l'altro, cominci a sottolineare ogni ricorrenza con una piccola, minimale carineria nei confronti del proprio disattento partner. Ci riferiamo a piccoli piacevoli dimostrazioni di attenzione, come un sms un po' sdolcinato, un foglietto di carta lasciato sul tavolo con un cuoricino disegnato, una cenetta con il cibo preferito, il caffè caldo la mattina nel letto...e si potrebbe andare avanti all'infinito. Considerando anche l'uomo più resistente e refrattario, potete contare sul fatto che, dopo qualche mese, succederà che, quasi per caso o per gioco, magari il giorno del vostro compleanno, egli si presenterà al portone di casa con una rosa, che non è detto sia il vostro fiore preferito, ma nel suo immaginario è il fiore dell'amore. Ovviamente tale gesto andrà sottolineato e rinforzato da una reazione di tale sorpresa così fargli venire la voglia di farlo di nuovo, magari non troppo presto, ma magari quando meno ce lo aspettiamo, o sottilmente  ma mai dichiaratamente indotto... .

    Abbiamo lanciato il primo seme che, se coltivato e curato, potrà portare a raccogliere i frutti desiderati.

   Lanciare il primo seme, come è evidente, implica che i cambiamenti non si verificano né per magia né per caso, ma devono essere costruiti al fine di essere agiti. In altri termini, ognuno di noi è responsabile non solo di se se stesso ma anche delle persone che ha accanto, che possono essere terribili o meravigliose a seconda di come ci si pone nei loro confronti.

Aspettarsi che lui sia come lo si è immaginato creerà l'illusione che egli sia quello che non è, e impedirà di agire per far sì che diventi quello che si desidera, contrariamente a quanto accade a chi, desiderando che l'altro affini certe caratteristiche, agisca per raggiungere il proprio obiettivo. In quest'ultimo caso possiamo ritenere con ragionevole certezza che si stia contribuendo a una felice evoluzione della relazione, nel primo che sarà molto probabile, un giorno, svegliandosi,  che ci si accorga di avere accanto un perfetto sconosciuto.

 

 

Per approfondire, si consigliano le seguenti letture:

DOC: QUANDO LE SCARAMANZIE DIVENTANO MANIE

Di Elisa Balbi

 

    Quando eri piccolo ti divertivi a salire e a scendere le rampe di scale in un modo preciso: dovevi iniziare con il piede che ti consentisse di, arrivato alla fine, salire o scendere l’ultimo gradino con il piede sinistro. Per questo, prima di cominciare contavi il numero dei gradini, e se erano dispari allora iniziavi con il piede sinistro, se erano pari con il destro; qualche volta accadeva che non ti ricordassi di anticipare la salita o la discesa con il conteggio, e allora poteva essere che arrivassi alla fine con il piede, per così dire, sbagliato e, quasi, quasi ti veniva voglia di scendere di nuovo per fare tutto come si doveva. Poi ti dicevi: “Chi se ne importa!”, e andavi oltre. 

Prima delle interrogazioni, la mattina ti svegliavi una mezz’oretta prima per ripassare, ritenendo che se fossi riuscita a dare una scorsa anche velocissima a tutto il programma la mattina stessa, tutto sarebbe andato per il meglio, poi ti sei resa conto che era molto più utile riposare quei trenta minuti in più per essere più fresco e performante nella prestazione, anche perché in queste situazioni “Quel che è fatto è fatto, o no?”

All’università, tendevate a farvi un programmino di studio da urlo; ogni giorno dovevate studiare almeno una certa quantità di pagine per poter dire a voi stessi che avevate fatto tutto quello che potevate in quella sessione, rispettando quel programma che vi avrebbe portato a darvi un’organizzazione che, a sua volta, vi avrebbe consentito di riuscire nell’intento di preparare esami di una decina di libri sapendo tutto quello che c’era da sapere. Poi vi siete resi conto che quei piani non li rispettavate mai, o meglio che le pagine che studiavate ogni giorno erano molte di più e, a quel punto, sapendo di sforare in eccesso, vi siete detti che era una vera e propria noia programmare e che più programmavate più vi veniva voglia di trasgredire al piano, che a quel punto non aveva ragione di esistere, anche perché il piano era dentro di voi.

La prima volta che ho sostenuto una presentazione in pubblico mi sono preparata minuziosamente credendo che, non dovendo pensare alle parole da dire, avrei potuto concentrarmi meglio sulla gestione dell’emozione ma trovandomi di fronte a coloro che erano venuti ad ascoltare, pronunciata la prima frase dentro di me è scattata la consapevolezza di quanto fosse stato stupido cercare di utilizzare una strategia che non mi era propria, proprio in una situazione particolarmente emozionante da affrontare, solo in quanto la ragionevolezza avrebbe portato a ritenere vero qualcosa che può andare bene per qualcuno, ma non per me. E mi sono detta: “Se sai quello che devi dire, le parole verranno; se hai dentro una sensazione che ti scuote, utilizzala al meglio per dare il meglio”. Da allora non è più accaduto di prepararmi in anticipo, neppure dovendo sostenere la presentazione a un evento d’eccezione di fronte a migliaia di persone (come al Convegno Mondiale di Terapia Breve Strategica e Sistemica), essendo molto più entusiasmante lavorare d’improvvisazione che preparare ossessivamente un canovaccio che diventa una strada obbligata da seguire, e che non si può non trasgredire. 

    Potrei portare mille altri esempi di quelle che spesso nascono come piccoli vezzi che possono rimanere tali come nei casi descritti, ma che, quando assecondati, possono assumere un senso di rassicurazione, per poi rischiare di diventare delle fisse che, confondendosi con piacevoli o tranquillizzanti abitudini, cominciano a imporre in sordina la loro presenza alla persona. In questa eventualità, in maniera subdola quegli stessi gesti e pensieri prima utili si trasformano in qualcosa di necessario, che poi diviene indispensabile, fino al punto in cui non puoi farne a meno, anche quando non sai come mai. Immaginiamo un tipico giorno di interrogazione di una bambina piuttosto pretenziosa con se stessa e che si proponga tendenzialmente di dare ad ogni prova il meglio di sé, e immaginiamo che questa volta l’interrogazione sia particolarmente importante, tanto che la piccola ha qualche insicurezza in proposito e che questa sua tensione la esprima alla mamma. La mamma per tranquillizzarla prima di lasciarla davanti all’entrata di scuola le dice: “Buona giornata, in bocca al lupo per tutto, mi raccomando fai la brava, ti amo tanto, ci vediamo oggi”. Immaginiamo che quella stessa bambina venga dunque interrogata e che l’interrogazione vada talmente bene da fruttarle un bel 10. Oltre, chiaramente, a dedurne la felicità, possiamo anche cominciare a pensare che con molta probabilità nella mente della bambina possa balenare l’idea per cui quella frase che al momento le era così tanto piaciuta abbia avuto un certo peso nell’esito, e che magari lo comunichi alla mamma che, per gioco e con un pizzico di orgoglio, le dica: “Vedi che ha funzionato?” Potrebbe allora essere che, magari in occasione di una prova successiva, la bambina chieda alla mamma di dirle la “frase che porta bene” che, nel momento in cui la piccola dovesse, come è probabile, ottenere un risultato di nuovo positivo, potrà cominciare ad avere un senso differente e importante dentro di lei, come non più o non solo qualcosa che fa sentire a posto prima della prova, ma come una sorta di “frase magica” che ha la funzione di propiziare che le cose possano andare bene.

    Ora, sappiamo bene che, e chiunque sia stato o abbia bambini concorderà con me, fin da piccini siamo abituati o siamo stati abituati a utilizzare piccoli ritualini come mezzo per diventare grandi; pensiamo alla favola prima di andare a letto che accompagna il bambino nella fase di passaggio dal giorno alla notte, oppure al rituale della pappa, o ancora, a quello del bagno che spesso diventa più una sorta di divertente teatrino che aiuta il bambino a fare alla mamma quello che qualcuno a suo tempo avrebbe definito un dono. Quando si diventa grandi, poi, nella maggioranza dei casi si abbandona tutto quanto, mantenendo per gioco eventualmente qualche piccola scaramanzia che poi si abbandona nel tempo, oppure la si mantiene ma solo in un settore preciso, come accade per esempio nel caso degli sportivi o degli artisti. Succede talvolta, tuttavia, che, senza ricercare una singola causa ma per una interazione di fattori, il ritualino non si destrutturi, ma mantenga una propria utilità nel tempo per poi, reiterato per un periodo che va da 3 a 6 mesi almeno in una situazione in cui funzioni nel raggiungere l’obiettivo per il quale viene messo in pratica, diventare qualcosa di cui non si può fare a meno. In altri termini il rituale, piuttosto che essere un mezzo attraverso il quale, come una sorta di Caronte dell’Aldilà, acquisire quella sicurezza che permetta di agire arrivando a sentirsi capace, diventa una delega a quel gesto o a quello specifico pensiero del proprio senso di sicurezza personale. E allora la persona non può non farlo, fino al punto tale che, anche non funzionando più, non si mette in discussione la possibilità di eliminarlo perché altrimenti potrebbe accadere qualcosa di molto peggiore.

    Se tutto questo, o altro ma con una dinamica o logica simile, dovesse accadere, ci troveremmo di fronte a un disturbo ossessivo – compulsivoEh, sì! perché ovviamente, nel momento in cui dalla difficoltà si passa al problema, fino a giungere al disturbo che richiede che qualcuno ti lanci una fune per poterne venire fuori, generalmente esso non si limita a una singola situazione o contesto, ma si generalizza, arrivando a minare il senso di sicurezza della persona o a irrigidire talmente tanto che una folata di vento può essere interpretata come indice di una tempesta imminente. Tecnicamente la persona, sulla base di una paura, mette in atto dei comportamenti, che possono essere o azioni o pensieri o entrambi, con, variabilmente, la funzione di: 

  • riparare a qualcosa che è accaduto, per esempio lavarsi le mani per la sensazione di essersi sporcati o contaminati, dire delle preghiere dopo aver commesso un’azione che fa sentire colpevoli, ripetersi una specifica frase o sequenza di parole per annullare i percepiti segni di una sventura,…;
  • prevenire che accada qualcosa di indesiderato o temuto, come nel caso di chi deve ripetere almeno un certo numero di volte il programma di un esame, o controllare di aver chiuso porte e finestre prima di uscire, o eseguire una sequenza di azioni precise prima di affrontare un evento percepito come rischioso, per prevenire l’eventualità che, rispettivamente, l’esame vada male, la casa esploda o entrino i ladri, di tornare a casa ferito dopo aver affrontato;
  • propiziare che accada qualcosa che si desidera, per esempio quando si indossa una specifica maglia prima di ogni esame perché vada bene, o quando prima di una gara si deve ascoltare una musica che dia la carica, o ancora, e incrementando la particolarità, nel caso di chi deve fare la doccia seguendo una sequenza specifica perché l’uscita serale sia prolifica di incontri;
  • riparare e prevenire-prevenire e riparare come chi debba lavare il pavimento di casa che si è sporcato con l’entrata di qualcuno e successivamente evitare che si possa sporcare per esempio facendo togliere le scarpe ai familiari appena prima di entrare in casa; oppure è il caso di chi debba mettere in ordine nel disordine e fare in modo che l’ordine così costituito rimanga tale impedendo a chiunque di scombinarlo.

    Chi non abbia mai avuto modo di avere a che fare con problemi di questo genere potrà ritenere perverso quello che con un’immagine, dal mio punto di vista e non solo molto calzante, diventa una sorta di virus o, per usare qualcosa di ancora più forte, una specie di cancro della mente che si impossessa della vita del malcapitato in cui alberga, fino a che la vita non è più vita. Chi invece sa che cosa significhi vivere accanto o insieme a un DOC sa bene quanto ci si senta impotenti di fronte alle richieste di una persona che non è più marito, moglie, figlio, genitore, e di fronte alle pretese di chi non agisce più sulla base di un proprio volere o desiderio, ma che è schiavo di un’idea nutrita da tutto quello che la stessa e chi le sta accanto cercano di fare per sopravvivere. 

    In Terapia Strategica diciamo che si tratta di un controllo tanto ben riuscito da non poterne fare a meno, anche se in realtà la persona è ben lontana dall’avere qualcosa sotto controllo, poichéa questo punto non è più importante tanto l’oggetto della paura, ma il problema è mantenuto da tutto ciò che viene agito o pensato seguendo le indicazioni delle ossessioni. In termini pragmatici accade che io ho una paura o un dubbio, metto in atto quei comportamenti che mi consentono lì per lì o di sciogliere il dubbio o di rassicurarmi rispetto a quella paura o a quello che mi indica l’ossessione, e confermo la paura o l’ossessione retrostante. Vi ricordate l’uomo austriaco che batteva le mani per scacciare gli elefanti? Proprio come lui, che sale in soffitta e poi si toglie la scala da solo. Cosa fare in queste situazioni? Esiste una soluzione? Esiste un antidoto per il virus? Esiste una terapia per coloro per i quali purtroppo si dice che non esistono terapie? Ed è proprio vero che l’unica soluzione è il bombardamento farmacologico, che troppo spesso non cambia la qualità dei pensieri, ma contribuisce a sedare chi avrebbe bisogno di essere oltremodo vigile per riuscire a sconfiggere un disturbo così invalidante?

La ricerca e quel tipo di pratica clinica ben poco ordinaria che procede attraverso l’applicazione di soluzioni che funzionano, e che ci indicano in questo modo di che tipologia di problema si trattava quando ormai questo è stato risolto, ci dice che il DOC non è necessariamente una condanna per la vita. Può trattarsi piuttosto di un percorso sotterraneo che contiene in sé una quantità più o meno lunga di tempo rubato a una vita che, in quanto fuori controllo, non viene concepita come tale da chi la vive, oppure di una specie di tana rassicurante per chi non sa cosa voglia dire vivere nella luce. Ma una luce esiste; in fondo a quella tana, alla fine di quel percorso, attraversato il buio, anche per chi pensa di non avere più occhi adatti per vedere qualcosa di diverso, anche per chi è sempre vissuto nei meandri più bui e oscuri del sottosuolo, anche se attraversare il buio talvolta fa più paura che rimanerci.

    Si tratta di far salire il disturbo in soffitta e togliergli la scala, anche se sarà necessario lottare, anche se all’apparenza si tratta di una lotta contro se stessi, anche se per smettere di soffrire occorre avere il coraggio di soffrire, più di quanto accada con altri disturbi. Si tratta di darsi un’occasione; l’occasione di avvicinare il più possibile la propria realtà a quella desiderata per poter dire, alla fine, di aver agito per approfittare di ogni singolo istante di quella che per qualcuno è solo un intermezzo tra la nascita e la morte, ma che per tutti è semplicemente la propria occasione di vivere

 

    Per approfondire l’argomento (problema versus soluzione) leggi:


 

 

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