CHI HA PAURA DELL’UOMO NERO?

Di Elisa Balbi

 

    Immaginiamo di avere di fronte una giovane donna, di gradevole aspetto, ben curata che, prima ancora di avere il tempo materiale per sedersi sulla sedia di fronte a una perfetta sconosciuta, dice che sicuramente mi metterò a ridere perché il suo problema più invalidante è il buio. O meglio il vero problema è la paura del buio che in principio la spaventava solo di notte e che ora è divenuta talmente invalidante da non essere neppure in grado di prendere un ascensore per il terrore che, se dovesse anche solo fulminarsi il neon, sarebbe costretta a rimanere lì, in quella scatola buia, stretta e senza vie di fuga.

    A ricordo tutto è cominciato quando aveva 5 anni: i genitori decisero di separarsi e lei reagì intensificando i capricci tipici dei bambini della sua età, sfinendo la mamma con richieste di ogni tipo e in ogni momento della giornata. Giorno dopo giorno, marachella dopo marachella, mentre la bambina sembrava aver trovato una sorta di equilibrio tra sofferenza per l’assenza del padre e vantaggio secondario derivante da tale assenza non più così sofferta, la madre cominciava a non sopportare più la situazione e, stanca, iniziò a dire alla piccola che se avesse continuato con quel comportamento ingestibile, sicuramente prima o poi, magari proprio mentre dormiva, sarebbe arrivato l’uomo nero che l’avrebbe portata via con sé. Tale strategia all’inizio funzionò, tanto che ogni volta che veniva nominato quel fantomatico essere, lei smetteva immediatamente di opporsi alla mamma che, dunque, cominciò a pensare che quella adottata potesse essere la modalità più utile e funzionale per risolvere i momenti di difficoltà divenuti ormai un problema all’ordine del giorno.

    I capricci della monella ribelle cominciarono effettivamente a diminuire ma iniziò a manifestarsi una difficoltà della stessa ad addormentarsi, tanto che, non di rado, la mamma doveva intrattenersi nella sua stanza per lungo tempo, la sera, prima che lei si addormentasse. E mano a mano questo malevolo uomo nero è diventato il centro dei suoi pensieri, soprattutto di notte, perché al buio qualcosa di nero non si vede, e come si fa a scappare da ciò che non si percepisce in anticipo? Scomparsi i capricci nel corso del giorno, di fronte ai pianti spaventati della piccina la mamma cominciò a preoccuparsi e a cercare di rassicurarla rispetto al fatto che non sarebbe accaduto nulla di terribile, che lei sarebbe stata pronta ad intervenire in caso di difficoltà e comprò una di quelle lucine che si illuminano di notte per far sì che nella stanza non fosse completamente buio.Inizialmente la cosa sembrò funzionare e rassicurare la bimba ma ben presto in quel buio non più così buio cominciò a prendere forma a tratti distinti l’immagine di quell’uomo nero che la spaventava tanto.

    Quasi mimando l’atteggiamento di allora, la giovane adulta mi disse che era costretta a raggomitolarsi nel letto coperta fino alla testa per evitare che quella specie di mostro prendesse forma nella sua immaginazione. Quella figura che idealmente la turbava cominciò dunque a sembrare talmente reale che anche la lucina sistemata sopra il comodino cominciò a non sortire più l’effetto sperato, e l’unico modo per riuscire ad addormentarsi era quello di recarsi nel lettone della mamma; l’unica in grado di far scomparire quella spaventosa presenza.

    “Il problema è che il buio non si può evitare; la notte devo dormire, anche se ho provato a farne a meno. Ho trascorso notti intere a cercare di convincermi che non dovevo aver paura, che mi stavo inventando tutto, ma senza successo. Per un periodo ho pensato anche di scappare e di andare a vivere in uno di quei posti, dall’altro capo del mondo, in cui per sei mesi l’anno è giorno, poi mi sono detta che nel corso dei restanti sei mesi di buio sarebbe stato un inferno e, in ogni caso, non posso rimanere sveglia in eterno! O no?” In realtà il problema è che ognuno di noi, ovunque vada, porta dietro se stesso…e i propri fantasmi.

    Mi fermo qui, credo sia abbastanza per entrare nel merito di quello che appare essere quanto di più assurdo possa apparire a chi non abbia mai fatto quattro passi nella paura invalidante; quella che terrorizza, quella che annichilisce. Ma come può avvenire che da una naturale paura, ovvero quella del buio e dell’uomo nero –che peraltro è comune a moltissimi bambini- si possa giungere a strutturare un vero e proprio disturbo del quale la persona non riesce a liberarsi?

    Potremmo a lungo disquisire su presunte colpe o responsabilità di una madre che ha cercato solo di fare del proprio meglio mossa dalle più apprezzabili intenzioni, ma avrebbe poco senso perché dovremmo addentrarci in qualcosa che magari è anche esistito, ma che non esiste più. Un passato che non si può cambiare, insomma, e che essendo ormai qualcosa di perduto non può avere un ruolo nella risoluzione del problema attuale né può contribuire al suo mantenimento. Come accade in tutti i casi nei quali la paura si tramuta in timor panico, anche la protagonista della nostra storia può dirsi aver per un certo periodo subito la propria condizione di impotenza nei confronti di ciò che appariva verificarsi completamente al di fuori del proprio controllo. A questo momento è seguita a una fase di complicità della stessa con il problema, anche in virtù dei vantaggi secondari che questo consentiva di soddisfare, per cui sembra terrificante dirlo ma è molto più facile attirare l’attenzione su di sé per un problema, piuttosto che per meriti acquisiti mettendo in gioco se stessi e correndo il rischio di fallire l’impresa. Infine, è stata la volta della corresponsabilità, per cui il panico si è mantenuto e consolidato attraverso il costante tentativo di riprendere il controllo della situazione che fa perdere il controllo. Altrimenti non potrebbe parlarsi di panico ma si tratterebbe di qualcosa d’altro.

    Il panico non è altri che il tentativo della mente di controllare una reazione di paura che tuttavia, essendo attinente molto più alla parte viscerale ed emotiva della persona piuttosto che cognitiva, difficilmente si lascia controllare dalla mente senza scalpitare. In effetti, se ci pensiamo, il panico viene da più parti definito come la forma più estrema della paura che, se al di sotto di una certa soglia rappresenta una risorsa che consente di allertare l’organismo di fronte a situazioni pericolose, al di sopra di questo limite diviene patologica. Diverse sono le situazioni nelle quali il brivido della paura avvolge nelle sue spire la persona, ma analoga è la struttura di funzionamento del circolo vizioso che crea e mantiene la paura stessa fino a farla divenire panico. Ai suoi estremi, essa coinvolge mente e corpo in una sequenza reattiva così rapida da anticipare qualunque pensiero. Allora, da amica, la paura diventa un nemico, un’ombra sinistra che non ci abbandona mai, che ci sconvolge la vita, che ci fa sentire braccati.

    L’escalation di sensazioni fino al panico avviene in un brevissimo e folgorante istante dominato dalla percezione di un’incontenibile paura di morire o paura di perdere il controllo del proprio corpo. La paura estrema porta la persona a mettere in atto dei tentativi di soluzione della situazione che, come spesso accade, piuttosto che risolvere il problema lo mantengono, lo incrementano creando un circolo vizioso patogeno:

  • il tentativo di controllo della paura e delle sue manifestazioni organiche che fa paradossalmente perdere il controllo, per cui ci si agita ancora di più;.
  • l’evitamento delle situazioni potenzialmente pericolose, che fa sentire sempre meno capaci di fronteggiare quel mostro che assume delle proporzioni sempre più gigantesche nella mente di chi ha paura;
  • la richiesta di aiuto che lì per lì fa sentire salvi, ma poi se riusciamo non è farina del nostro sacco, se riusciamo sarà solo un tampone che avrà effetto fino alla prossima volta. Questo in quanto si realizza una sorta di delega all’altro nell’affrontare la paura che, essendo una percezione individuale, può essere esorcizzata solo e soltanto da chi la sente.

    Quando la paura patologica si riferisce a più situazioni, viene definita usualmente generalizzata e sfocia nella maggioranza dei casi in un disturbo da attacchi di panico con o senza agorafobia.

    Posto il fatto che esistono tante paure quante se ne possono inventare, si suggerisce il lettore di approfondire quanto proposto fino ad ora nei testi di riferimento Paura, Panico, Fobie; Oltre i limiti della paura e Non c’è notte che non veda il giorno, al fine di poter comprendere meglio come funziona il disturbo. In questa sede, invece, penso sia importante sottolineare come al di là dell’oggetto della paura, obiettivo della Terapia Breve Strategica è quello di interrompere il circolo vizioso citato di tentate soluzioni, attraverso specifici stratagemmi calzanti alla tipologia di problema presentato e alle caratteristiche individuali. Tale modalità di intervento porta non solo la persona a superare completamente e definitivamente il problema ma anche, successivamente, ad acquisire piena consapevolezza di come funzionava e di come sia stato possibile affrontarlo e vincerlo, grazie ad un’attivazione guidata delle sue risorse personali. Se è vero che esiste un’individualità nella manifestazione del disturbo da parte di differenti persone, tale che le varianti possibili sono tante quante se ne possono inventare, esse sono tuttavia accomunate da una medesima logica di funzionamento che è di tipo paradossale, dove più cerco di ottenere il controllo e meno ci riesco. Si tratta di una sorta di combattimento della propria paura contro la paura che eleva a potenza la paura stessa.

    La manovra principe, elettiva per il panico e per altre tipologie di paura, che si esprimono con una alterazione dei parametri fisiologici che usualmente spaventa, è la cosiddetta Peggiore fantasia: chiediamo alla persona di ritirarsi ogni giorno in una stanza nella quale nessuno possa disturbarla e, mettendosi comoda, abbasserà le luci e creerà un’atmosfera soft. Punterà una sveglia a suonare mezz’ora più tardi e in questa mezz’ora comincerà a calarsi in tutte le peggiori fantasie rispetto a quello che le potrebbe capitare. E in questo tempo farà tutto quello che le viene da fare: se le viene da piangere piange, se viene da urlare urla, se le viene da sbattere i piedi per terra lo fa. Quando suona la sveglia…STOP…è finito tutto; stacca la sveglia, si va a lavare il viso e torna alla sua usuale giornata. Quindi la cosa importante è che per tutta la mezz’ora, sia che riesca o meno a stare male, rimanga lì, calandosi in tutte le peggiori fantasie che potrebbero capitare. Fa tutto quello che viene da fare, ma quando suona la sveglia…STOP…è tutto finito. Stacca la sveglia, si lava il viso e torna alla sua giornata abituale. Una mezz’ora di passione quotidiana, dunque.

    Grazie a questa manovra, che prevede un addestramento specifico a tre steps da attuare nell’intervallo tra un incontro e l’altro di circa due settimane, si interrompe il circolo vizioso innescato dalla mente nel tentativo di controllare un corpo che, infondo e infine, ha solo bisogno di essere lasciato in pace mentre svolge il proprio dovere. Per cui nella maggioranza dei casi la persona nel momento stesso in cui prova a calare la mente nelle paure più terrificanti, il pensiero va altrove…come si dice: ‘il coraggio bussò alla porta della paura e non vi trovò nessuno’.

    Questa è stata la tecnica più importante applicata sulla nostra schiava del buio (o della luce?), avendole essa consentito di dotarsi di uno strumento attraverso il quale guardare in faccia quello che mano a mano è diventato sempre meno fonte di paura, per rendersi conto, alla fine, di qualcosa di a dir poco curioso. Quell’uomo nero che temeva così tanto non era altro che il riflesso della propria ombra prodotto da quella minuscola lucina, che la mamma aveva strategicamente posto proprio accanto al comodino, perché la piccina non avesse più paura né del buio, né dell’uomo nero che lo abitava.

 

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IL CHIARO LATO OSCURO DELL’ADOLESCENZA

di Elisa Balbi

    Chi non sa stare da solo non sa stare con nessun altro e talvolta tale incapacità diventa violenza, in questo caso rivolta all’esterno del nucleo familiare, quindi l’ambito sociale. È il cosiddetto “bullismo”; un fenomeno tanto di moda ma ancora troppo poco studiato nel suo funzionamento. Quello che troppo poco spesso si considera è che un adolescente che manifesti comportamenti violenti nel contesto sociale, sia ristretto che allargato, non diviene violento all’improvviso e senza manifestare prima segnali di disagio. In quest’ottica risulta fondamentale valutare la funzione che per il giovane abbiano i comportamenti antisociali, al fine di comprendere come si strutturi l’intervento, nell’ottica che per risolvere un problema si utilizza la struttura del suo funzionamento rovesciandola su se stessa. Per questo rimando il lettore ai testi di riferimento (Nardone, Watzlawick, 1997Nardone, Wayzlawick, 2005; Nardone, Balbi, 2008; Balbi, Artini, 2009; Balbi, Boggiani, Dolci, Rinaldi, 2009). 

    Prendendo in considerazione l’adolescente cosiddetto oppositivo, è probabile che ci si trovi di fronte a comportamenti già violenti, per cui è qui possibile parlare di vero e proprio bullismo, contrariamente a quanto accade in età precedenti. Nonostante la differente portata del gesto, come accade con il bambino, il primo intervento attuabile nel momento in cui il problema sia circoscritto all’ambito scolastico consiste nel far sentire utile il ragazzo nel controllo della violenza altrui; se questo funziona, conduce rapidamente all'estinzione del comportamento indesiderato. Spesso, tuttavia, purtroppo ciò non è possibile e incontra scarsa collaborazione da parte del bullo, motivo per il quale tale possibile soluzione verrà adattata alla situazione, per esempio individuando, a scuola, dei ragazzini ritenuti più forti di lui o realmente tali che assumano il compito di tutelare le vittime, chiaramente senza usare la violenza ma lo stratagemma del vincere senza combattere (Nardone, 2003; Nardone, Balbi, 2008).

    Quando il problema si manifesta in famiglia, allora viene usualmente individuato un componente adulto della famiglia stessa, che potrebbe essere il fratello, lo zio, il padre o la madre che sia in grado di controllare il bullo. Il suo ruolo sarà quello di esserci in caso di bisogno. In un secondo momento potrebbe essere proprio lui a divenire il paladino dei deboli, ma prima è necessario smontare la sua aggressività dimostrandogli che non è il più forte e che esiste sempre qualcuno che può trasformarlo da aguzzino in vittima

    Potrebbe accadere che sia necessario utilizzare una strategia di rete, intervenendo sia nell’istituzione che nel contesto sociale dove il giovane esercita la violenza, incrementando così il potere di intervento del terapeuta. In questo caso è importante riuscire a orientare, e a canalizzare la violenza verso scopi costruttivi. 

    Un’altra modalità per agire sui comportamenti dell’adolescente violento, richiede la collaborazione di una o più figure di riferimento terze che si dimostrino più forti di lui e che annullino la valenza positiva della violenza. 

    Cosa fare però quando il sistema appare talmente invischiato da non individuare vie di soluzione; quando i genitori decidono di sacrificarsi in nome della violenza del figlio ritenuta il frutto della sua sofferenza e, in questo modo, da vittime divengano gli aguzzini del proprio figlio dal punto di vista della formazione e del mantenimento del problema, adottando gli stessi un atteggiamento complementare che può solo produrre l’effetto di alimentarlo sempre più? In questi casi la soluzione di sfruttare l’autorità del padre perché metta in riga il figlio senza arrivare alla violenza non può funzionare, perché è il ruolo di vittima di entrambi o di uno dei due genitori, spesso per ovvi motivi la madre, a rappresentare contraddittoriamente il vero alimentatore del problema. Usare un terzo sarebbe impensabile perché il sistema si chiuderebbe rifiutando l’invasore percependolo come il nemico da combattere. L’utilizzo del sistema scolastico non è contemplabile, perché spesso in questi casi la violenza è sommersa e dal di fuori non è percepita per volere stesso del nucleo in questione.

Quale soluzione a una situazione senza apparente soluzione? In realtà, laddove esiste un problema esiste necessariamente una soluzione; magari che richiede di percorrere un sentiero non ancora battuto, ma esiste. In questo caso, il primo passo è quello di stanare la vittima o le vittime dalla propria posizione per riuscire indirettamente ad agire sull’aguzzino. Sintonizzandoci con il funzionamento del sistema, quindi, si procede facendo sì che la vittima si sacrifichi ulteriormente immolandosi di nuovo e ancora di più per il figlio, ma in una direzione funzionale e costruttiva. Come? Si fa sentire alla vittima come il proprio sacrificarsi non può che condurre rapidamente il pargolo a un progressivo peggioramento, fino ad arrivare a compiere atti di violenza verso se stesso inarrestabili. In altri termini, si utilizza la visione patogena della necessità di sacrificarsi del genitore per ritorcergliela contro, per uccidere il serpente con il suo stesso veleno (Nardone, 2003; Nardone, Balbi, 2008). Contemporaneamente, agisce la paura più grande contro la paura attuale, ovvero Ubi maior, minor cessat: continuando a subire le angherie del figlio, questo soffrirà sempre di più, fino a divenire violento contro se stesso, con buone probabilità di giungere al suicidio. 

In seguito a questa manovra, in genere si ottiene una collaborazione dove prima c’era opposizione, con il genitore pronto a sacrificare anche la propria stessa vita per il figlio, e si può fornire un’indicazione particolarmente interessante e a mio avviso utilizzabile anche quando non si giunga allo stremo di comportamenti violenti, ma per esempio in fase di acquisizione della capacità di rispettare le regole familiari, o il ruolo genitoriale. Si può indicare ai genitori che, ogniqualvolta il figlio si dovesse comportare in maniera violenta iniziando l’escalation, dovranno reagire immediatamente uscendo di casa. Se uno dei due per qualsiasi motivo si dovesse trovare in difficoltà nell’eseguire la prescrizione, mettiamo sia la madre, il padre dovrà aiutarla prendendola per mano, portandola fuori e lasciando solo il ragazzo. In questo modo, i genitori diventano finalmente alleati contro la violenza del figlio, alla quale non rispondono con altrettanta violenza e neppure subendola, ma con quello che in termini tecnici definiamo disarmo unilaterale. Si tratta di una squalifica non più sul piano del braccio di ferro, ossia sul livello del chi è più forte, ma sul livello della comunicazione: “Ogniqualvolta sarai violento, noi ce ne andremo per un po’. Se ricomincerai, ce ne andremo di nuovo”. 

    Quello proposto è un intervento minimale ma con un potere formidabile perché la persona violenta, in famiglia o fuori da essa, per esercitare il proprio presunto ma in realtà illusorio potere, ha bisogno che ci sia qualcuno che gli permetta di essere tale. Nel momento in cui non esiste più una vittima e neppure chi cerca di difenderla, poiché i genitori ogni volta che lui inizia a essere pericoloso escono di casa, allora l’obiettivo primario del ragazzo sarà quello di riaverli con lui, ma per riaverli dovrà smettere di essere violento, altrimenti i due se ne andranno di nuovo. Si ottengono due effetti con una singola manovra; da un lato la madre si sacrifica non più subendo ma andandosene in nome del figlio, d’altro lato il figlio, per avere di nuovo con sé i genitori, dovrà cambiare completamente strategia di comportamento nei loro confronti. In alternativa all’andarsene, se dovessimo trovare una maggiore resistenza da parte del sistema a collaborare, potremmo proporre ai genitori una prescrizione a illusione d’alternativa fornendo loro due possibilità: “O ve ne andate o state lì e dite a vostro figlio «violentaci ancora di più perché ti serve quindi picchiaci, martoriaci, facci tutto quello che vuoi perché ti serve»”. Nella maggioranza dei casi il sistema coinvolto sceglie la prima alternativa e, anche in questo caso, si sfrutta la logica sacrificante degli altri perché anche i più sacrificanti si rendono conto che andarsene è meno costoso per tutti. 

    Come muoversi quando il sistema familiare è allargato? Anche in questo caso la vittima predestinata è sempre una, o, più precisamente, anche se sono tante o tutte, una svolge la propria funzione meglio degli altri. Questa sarà la leva vantaggiosa sulla quale lavorare per ottenere il cambiamento voluto. 

    Le forme di intervento descritte, come rilevato attraverso la ricerca e la pratica clinica, sono risultate oltremodo efficaci perché consentono, determinando una rottura del precedente equilibrio patologico, di far scoprire al nostro bullo che la propria forza può essere utilizzata in una direzione differente. Egli, infatti, si accorge che che utilizzare la propria forza in modo positivo è molto più vantaggioso piuttosto che farlo in qualità di eroe negativo che comunque prima o poi paga; in questo modo il ragazzo ottiene attenzioni reali e molto più appaganti e piacevoli. È il rovescio della stessa medaglia che consente di far salire il nemico in soffitta e togliere la scala (Nardone, 2003; Nardone, Balbi, 2008) che in termini operativi significa che il cambiamento non è solo auspicabile ma diviene inevitabile.

 

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LOCANDINAIntroduzione di Elisa Balbi: 

    Quando si sceglie di affrontare un percorso personale e professionale che implica prendersi cura delle persone, la prima cosa che viene da fare è chiedersi: come vivo io? Il primo step da cui a mio avviso non si può prescindere consiste proprio nell’indagare sul proprio funzionamento. Io, personalmente, valutando il mio mi dicevo: “Che cosa faccio? Come vivo ogni giornata? Io vivo ogni giornata come se fosse la prima e l’ultima”. Poi guardandomi intorno e cercando di capire se si trattasse del modo più utile per affrontare le cose della vita, guardando accanto a me notavo, per contrasto, differenti scenari e cercavo di capirci qualcosa.

    Osservando le persone che mi sono accanto, mi rendevo conto che questo mio modo può apparire un po’ superficiale agli occhi di coloro che sono abituati ad andare a fondo, alla ricerca costante di un perché delle cose.

D’altra parte si tratta di una modalità che può apparire completamente fuori dal controllo a chi è abituato a rincorrere costantemente lo scorrere delle cose alla ricerca di una certezza nel futuro.

Così come può essere percepita come alquanto rischiosa per coloro che sono abituati a vivere il presente nell’attesa che qualcosa accadrà, perché in questo giorno potrebbe non accadere nulla o qualcosa di speciale.

    Poi un giorno, e qui entra in gioco Giorgio Nardone, proprio lui mi ha raccontato un aneddoto magari per i più neutro ma che mi è arrivato dentro – colpita e affondata, insomma -: mi ha raccontato un’esclamazione del suo maestro proferita mentre, insieme, attraversavano in auto le colline toscane ammirando il panorama: “La felicità è vivere nella scoperta del momento presente”. Per me è stato come essere folgorata dal fendente di un pugnale. Lì ho capito…lì ho capito che non esiste un modo giusto o sbagliato di vivere le cose e la vita, e lì ho capito che io vivevo la mia vita e la mia giornata come se fosse la prima, e quindi con la stessa curiosità di un bambino che muove i primi passi, ma anche come se fosse l’ultima, quindi con la stessa intensità di chi non sa se il giorno dopo sarà ancora vivo oppure no. 

    E allora, da quel giorno, la colonna sonora, la frase che mi torna in mente ogni mattina e che mi risuona dentro come un’eco quando apro gli occhi è: “Vivi, con curiosità, nella costante scoperta del momento presente”. Di questo ringrazio Giorgio Nardone, oltre a ringraziarlo per il fatto di essere qui questa sera, a ulteriore dimostrazione del fatto che gli eventi casuali pianificati sono quelli che riescono meglio.

    GRAZIE.

 

    Relazione  di Giorgio Nardone (riadattamento dal parlato al testo scritto di Elisa Balbi): 

    Si dice che dopo presentazioni di questo tipo non si può che deludere, data l’aspettativa talmente alta che puoi fare qualunque cosa, ma il rischio di non soddisfare le attese è previsto… spero di riuscire a ribaltare questa cosa. La nostra mente così come continuamente costruisce trappole, costruisce continuamente anche soluzioni. Si tratta di una circolarità nella quale è importante riuscire a danzare; la circolarità tra capacità di realizzare realtà patologiche da un lato e realtà terapeutiche dall’altro. Di più, la magia sta nel riuscire ad oscillare senza irrigidirsi né da una parte né dall’altra.

Personalmente non sono giunto a questa conclusione perché una mattina mi sono svegliato e, sotto la spinta di una allucinazione notturna, ho immaginato che la realtà potesse funzionare in questo modo; bensì quanto affermo è il frutto di un lavoro durato trent’anni e non in laboratorio, ma seguendo migliaia di casi, migliaia di persone nelle situazioni più svariate. Perché la vita è fatta di esperienze, di relazioni, di variabili intervenienti che nessuno può pensare di riproporre in laboratorio: vuoi conoscere un fenomeno? Studialo sul campo. Vuoi conoscere come funziona? Cerca di cambiarlo e, a seconda dei feedback che hai, misura come funziona. Questo per dirvi che quello di cui vi parlerò è il frutto di un lavoro applicativo durato trent’anni su decine di migliaia di casi.

    Cercherò di spiegarvi come la maggioranza di noi si scava una buca da solo e ci cade dentro, e come si possano prevedere differenti esiti a seconda della profondità della buca stessa: se non è troppo fonda si riesce ad uscire da soli, se è un po’ più profonda facciamo fatica ad arrampicarci ma alla fine più o meno stanchi o stremati ce la facciamo, e in questo caso potremmo affermare di essere usciti da una situazione di difficoltà. Aumentando la profondità, ci troveremmo di fronte prima a un problema, per cui necessitiamo di qualcuno che ci aiuti, poi a un disturbo che ha bisogno di un esperto specialista per essere risolto e che sia dotato di una fune spessa per tirare la persona su di peso.

    Partendo dal sano, dunque, si arriva all’insano, in una circolarità dove non esiste nella maggioranza dei casi la causa predeterminata, ma un’inevitabile interazione tra il soggetto e la sua realtà, tra il soggetto e gli altri, che contribuisce a costruire quella che noi chiamiamo patologia.E pensate che in tutto questo la PSICOTRAPPOLA di fondo è che, tolto il 2-5% della casistica che si inserisce nella categoria dei disturbi endogeni, le nostre trappole sono l’effetto paradossale del nostro successo. Noi siamo artefici di qualcosa che nella vita ci ha aiutato; le nostre strategie di soluzione che poi diventano ciò di cui siamo vittime.

La maggioranza dei problemi che possono strutturarsi in disagi fino alla patologia sono qualcosa di cui noi, ovviamente senza intenzione, siamo prima gli artefici e poi le vittime. Senza volerlo, come afferma Oscar Wilde, con le migliori intenzioni produciamo gli effetti peggiori. Quando abbiamo avuto l’esperienza di successo nel risolvere un problema o un disagio tendiamo, per come siamo fatti dal punto di vista neuropsicologico, a replicare quella soluzione e ad applicarla a tutti i problemi che si somigliano per associazione e per economia mentale. Questa è una trappola micidiale perché già la stessa soluzione a distanza di anni non funziona sullo stesso problema se non è riadattata, immaginate di applicare una soluzione che ha funzionato su un problema simile a quello che avete attualmente ma che non è isomorfo …il rischio di andare fuori pista è dietro l’angolo.

Come se questo non bastasse, un’altra tendenza tipica dell’essere umano è quella di ritenere che se una buona strategia che ha funzionato in passato non funziona attualmente, ciò è non perché non è più valida quindi la cambiamo, ma pensiamo che forse non abbiamo insistito abbastanza nell’applicazione, quindi insistiamo e ci trasformiamo tutti in quel mulo di una nota storiella greca…la conoscete?

    Un mulo, abituato a percorrere il solito tragitto ogni mattina, un giorno, dopo una notte di temporale con tanto di fulmini, si imbatte in un tronco d’albero caduto di traverso sulla strada. Dopo un primo momento di smarrimento, si chiede come mai tale presenza indesiderata e cerca di spostarlo a testate, ma questo rimane esattamente nello stesso punto. Allora il povero mulo pensa di non aver impresso abbastanza forza al colpo, quindi ci riprova, ma nulla; dunque prende la rincorsa per accumulare più potenza nell’impatto, ma nulla, quindi ci prova un’altra volta e un’altra volta ancora… fino a che… vi lascio immaginare il finale tragico della storia, che sarebbe stato certamente differente se solo avesse pensato che bastava driblare il tronco per, passandogli accanto, continuare il proprio percorso.

    Nella maggioranza dei casi noi facciamo proprio come quel mulo, e non perché siamo stupidi, no! Ma perché la nostra natura funziona così. La nostra mente o il nostro cervello replica per associazione e per economia di esercizio ciò che ha funzionato. Quindi che fare? Dobbiamo essere vigilanti e osservare che se qualcosa non funziona alla prima, non funziona alla seconda, allora forse è bene evitare di insistere, semplicemente perché non funziona come pensavamo, perché non funzionerà comunque… […]

    Quindi potremmo affermare che la natura non ci aiuta, e se la natura non ci aiuta, la cultura non ci salva, perché, soprattutto in Occidente, ma in Oriente non stanno meglio, quando gli esseri umani costruiscono teorie per gestire la realtà di solito le trattano come verità da difendere; pensiamo alle idee assolute, pensiamo ad Hegel che scrive che se i fatti non concordano con la teoria tanto peggio per i fatti. Ancora, pensiamo alla depressione: è dimostrato che chi è depresso ha un malfunzionamento del neurotrasmettitore chiamato serotonina, ma non è dimostrato che è lo sbalzo della serotonina a causare depressione. […]

    Tornando alle nostre PSICOTRAPPOLE, che sono molto più semplici da trattare di quanto possa sembrare, esse si traducono dunque in strategie che si mettono in atto in quanto ritenute efficaci o sperimentate come tali, e che si replicano talvolta allo stremo, fino a che da sane la rendo insane. Entrando nel vivo dell’argomento, credo che in questa sala non ci sia nessuno che non abbia mai sofferto della

  • PSICOTRAPPOLA numero uno, ovvero l’essere deluso dalle aspettative rispetto a qualchedun’altro o rispetto a se stessi altrimenti detta psicotrappola delle aspettative infrante. Essa è universale perché è ragionevole pensare fino a ritenerlo vero che gli altri in certe condizioni dovrebbero percepire, sentire, pensare, agire come faremmo noi in quella stessa situazione. E come ci arrabbiamo se non lo fanno! Come ci deludiamo se fanno diversamente! E come ce la prendiamo se a deluderci sono le persone più care e vicine a noi! Tutti siamo costantemente vittime, dopo esserne stati artefici, delle nostre aspettative infrante. Pensate che chiunque, se si ferma un attimo a riflettere, sa che ognuno di noi è differente dall’altro e che quindi percepisce la realtà in modo differente e di conseguenza è impossibile che la senta come me e che reagisca nel mio modo, eppure a tutti viene da pensare che lo dovrebbe fare. Vedete come siamo difettosi per fabbricazione!?!. Su questo dobbiamo vigilare.
  • Pensate ora a un’altra PSICOTRAPPOLA: come siamo bravi a sottovalutare ciò che ci è lontano e a sopravvalutare ciò che ci è vicino in termini affettivi. Allora, se uno dei vostri figli va male a scuola sono gli insegnanti cattivi o la scuola che non funziona, se va male qualcun altro è lui che non studia abbastanza. Se chi vince un concorso è antipatico sicuramente è stato aiutato da una commissione corrotta, se lo vince qualcuno che è vicino a voi e che sapete essere stato aiutato dite che infondo ce l’ha messa tutta, e se lo merita, anche se è stato aiutato. La nostra mente ci fa avere delle percezioni differenti in virtù dei nostri affetti, dei nostri legami. È questo è uno degli autoinganni più terribili. Perché? Immaginate come mai i genitori non si accorgono che il figlio si droga mentre lo vedono tutti, o il partner non si accorge di venir tradito perché non lo vuole vedere; non lo decide, ma inconsapevolmente elimina tutto ciò che è scomodo, come lo struzzo che mette la testa sotto la sabbia per non vedere il leone che sta arrivando per sbranarlo. Vedete che vi parlo di esperienze vostre e che viviamo tutti i giorni.
  • Sempre nelle PSICOTRAPPOLE del pensare, pensate a quanto sono antipatici quegli uomini che pretendono la coerenza a tutti i costi. L’uomo che dice alla compagna: “Tu avevi detto questo, poi hai fatto diversamente, sostenevi questo mentre ora fai altro…”. In una situazione di questo genere la risposta più coerente di una donna intelligente è: “Tu sei un uomo e non puoi capire”. Perché sapete che uomini e donne funzionano in modo molto differente, per cui gli uomini sono più razionali e analitici, mente le donne sono più fantasiose e vanno più per sensazione. La coerenza dunque come logica che ha diretto il mondo occidentale fino adesso, ma che infondo e infine non è altri che un delitto contro natura. Qualcuno di voi può affermare di essere stato sempre coerente? No. Perché nessuno di noi può essere coerente, semplicemente per il fatto che le nostre stesse percezioni sono costantemente influenzate dai nostri stati d’animo. Quindi le cose non sono mai uguali in relazione a come ci sentiamo.

    A questo proposito è recentissimo un aneddoto carino: ieri l’altro si ferma ad Arezzo un medico che sta facendo una bellissima ricerca su una parte del nostro cervello, che si chiama Locus Coeruleus e che è una delle zone identificate come responsabili di molti disturbi mentali. Il professor De Cicco, così si chiama il collega, sta facendo questo lavoro utilizzando uno strumento chiamato pupillometria, che misura l’allineamento delle pupille che, secondo alcuni studi, sarebbe l’indicatore del più o meno coretto funzionamento, appunto, del Locus Coeruleus. Di ritorno dall’Università di Pisa, si ferma da me e mi racconta che, facendo la pupillometria ad una giovane donna, dichiaratamente in uno stato di angoscia essendo stata lasciata di punto in bianco e senza spiegazioni dal fidanzato qualche giorno prima, risultano pupille completamente asimmetriche. La stessa donna, mentre aspetta di fare altri esami, riceve una telefonata dell’amato che si scusa e le chiede di tornare insieme. Felicissima, la stessa rientra in studio e comunica l’accaduto, quindi il professore riprova la pupillometria e le pupille sono perfettamente allineate. Lui si è fermato ieri da me per chiedermi come fosse possibile; come funziona che l’esperienza possa essere in grado di alterare il funzionamento del corpo con un cambiamento apprezzabile strumentalmente a livello fisiologico.

    L’esperienza cambia la biologia, cambia la strutturazione del cervello, tanto che prima e dopo la cura cambiano le zone di attivazione dal punto di vista neurologico, e di questo abbiamo dimostrazione empirica grazie alle ricerche che stiamo conducendo attraverso l’applicazione della risonanza magnetica prima e dopo la cura. Ulteriore dimostrazione di quanto la coerenza sia un mito, pur continuando ad imperare. Ora, siccome abbiamo parlato male degli uomini, facciamo altrettanto delle donne.

  • Un’altra trappola della mente è lo sento, quindi è. Questa è femminile, vero? Siccome lei non mi piace è cattiva e inaffidabile; l’intuito femmi9nile che sente e poiché sente è senza possibilità di errore. Siete disarmati e non potete dire null’altro. […] Ora, passando dalle trappole del pensare a quelle dell’agire, venendo alla prima: gli esseri umani, come abbiamo accennato, insistono nell’applicare qualcosa che credono funzionare anche quando non funziona pensando che prima o poi funzionerà. Questo ci porta, come detto, non solo a non risolvere il problema ma a complicarlo. […] Pensiamo a tutti coloro che hanno paura che tendono ad evitare ciò di cui hanno paura. Se io evito la situazione che mi spaventa sul momento, lì per lì mi sento salvo, poi mi sentirò addosso un senso di incapacità sempre crescente che mi porterà a continuare ad evitare, fino ad arrivare a strutturare un vero e proprio panico nei confronti di quella situazione, che quindi mi farà sempre più paura. Quindi ciò che mi salva all’inizio complica esponenzialmente la paura dopo. Ancora, pensate alle situazioni temute che, non potendo evitare, affronto portando con me un protettore di cui mi fido. In questo caso è vero che affronto, ma si tratta di una vittoria di Pirro, perché non è farina del mio sacco e non mi aiuta a superare il problema, anzi mi aiuta ad entrare nel meccanismo per cui comincerò a pensare di non poter fare a meno di quella persona, il che mi rende dipendente da una parte, ma soprattutto conferma la mia incapacità, che mi porterà ad incrementare la richiesta d’aiuto, e la paura aumenterà. Sommando la richiesta d’aiuto all’evitamento di cui abbiamo parlato, esiste una buona probabilità di sviluppare un disturbo da pani9co severo.
  • Se poi vi aggiungete la PSICOTRAPPOLA forse più moderna, e cioè il tentativo di controllo della propria realtà, degli e di se stessi, sia nelle azioni che nei pensieri, nell’illusione rassicurante che la soluzione di ogni cosa o quasi sia nella possibilità controllare tutto, allora dobbiamo anche fare i conti con il fatto che quando tale controllo non funziona, spesso in quanto esasperato, porta a una spaventosa perdita di controllo. Pensiamo al cuore che batte forte: mi concentro a controllarlo e diventa ancora più forte, quindi mi difendo cercando di rallentare e paradossalmente più cerco di regolarizzare i battiti, e più mi sento soffocare, fino a che mi viene l’attacco di panico, che si costruisce dunque come patologia attraverso la combinazione del controllo che fa perdere il controllo, l’evitamento che ferisce e la richiesta di aiuto che aumenta il senso di incapacità personale. Se reitero questo copione per qualche mese divento panicante, e questo vale anche per l’esperto. Pensate a Giorgio Nardone che ha tenuto migliaia di conferenze in tutto il mondo, ma che questa sera, mentre è qui con voi, comincia a sentire dentro di sé una sensazione sgradevole che associa a una possibile perdita di controllo, e che quindi cominci a chiedersi: “Che cosa sta accadendo?” Immaginate che, come ancora di salvataggio in una situazione da cui non può allontanarsi, lo stesso pensi al fatto di non essere solo e quindi se dovesse accadere qualcosa allora sarebbe salvo. Anche Giorgio Nardone, sentendo tutto questo subbuglio interno, pur salvo, tornerebbe in albergo stremato e ferito. E allora magari la prossima settimana evito una conferenza programmata per evitare di correre il rischio di stare male. Ma, poiché non è nel mio stile rimandare gli impegni, una volta successiva mi dico anche che a Fano sono giunto alla fine della Conferenza grazie ai due angeli custodi che avevo affianco, allora le volte successive li porterò con me, magari dicendo loro che se dovessi avere qualche esigenza dovranno salvarmi, o, trappola ancora più grande, mi organizzo e dico loro di essere afono e che quindi non potrò probabilmente parlare per tutta la Conferenza, quindi do la parola a loro, facendomi sostituire. Non affronto la paura, e mi sento, anche se salvo, ancora più fallito. Bene, facendo questo per qualche mese diventerò panicante del parlare in pubblico.

    Ognuno costruisce quello che poi subisce. Questo è il senso delle PSICOTRAPPOLE.  Per fortuna, come dicevamo, vale il contrario. Pensate che le PSICOSOLUZIONI che abbiamo studiato per il panico sono proprio tre tecniche che vanno a sbloccare il controllo che fa perdere il controllo insegnando alle persone ad evocare le paure per sfatarle. E allora la paura guardata in faccia si trasforma in coraggio grazie alla tecnica della peggiore fantasia, diversamente dalla paura evitata che diventa timor panico. Così come altre tecniche mirano a sviluppare la capacità di chiedere aiuto e di controevitare le situazioni. Le soluzioni individuate e che hanno funzionato, dunque, ci spiegano i problemi.

  • Altra PSICOTRAPPOLA dell’agire è una trappola relazionale moderna: la difesa in anticipo. Sapete che la maggioranza delle persone oggi vive in una condizione dove il mondo esterno per tutta una serie di motivi viene vissuto come minaccioso, e le persone pure. Quindi evidente è la tendenza alla diffidenza e all’atteggiamento difensivo. Pensate a quando uscite e camminate per strada: tendete a guardare gli altri e magari fate un accenno di sorriso, oppure nella maggioranza dei casi fate i fatti vostri e andate avanti? Questa, vero? Ma pensate: quando avete anche il minimo timore di non essere accettati, il fatto che camminando e nessuno vi guarda, nessuno è gentile, cosa significa? Che gli altri mi rifiutano. Allora mi chiuderò di più e mi farò sempre più rigido, creando di riflesso negli altri un tentativo di difesa che porterà a una escalation di rigidità. Io di solito uso una immagine di questo tipo con i miei pazienti: “Quando entrate nella mia sala d’attesa - che di solito è affollata - immaginate che nessuno pensi che siate piacevoli, anzi siete convinti che tutti vi rifiuteranno. Entrate e siete rigidi, con lo sguardo basso, senza salutare nessuno., entrate così. Vi sedete e guardate tutti con lo sguardo circospetto, gli altri vi guarderanno allo stesso modo e il risultato è che dal dubbio che gli altri mi potranno rifiutare arrivo mano a mano a costruire la certezza che gli stessi ce l’abbiano con me”. Sono io che l’ho costruito. E poi l’ho subito. “Invertiamo il film: immaginate di entrare convinti di piacere a tutti, petto aperto e mente in avanti, guardate, sorridete salutate e pensate a quanto siete belli, avendo la sensazione di piacere a tutti”. Il difendersi in anticipo è un modo per creare la paranoia di rifiuto degli altri, tanto che la più importante terapia sociale oggi sarebbe prescrivere a ognuno, uscendo di casa, di, qualunque persona incontriate, guardatelo e se vi riguarda accennate un sorriso. La maggioranza vi sorriderà. Avere distribuito il virus positivo della gentilezza e dell’accoglienza. Entrambi vi sentirete accolti.

    Del resto, il primo ingrediente della ricetta per quella felicità di cui si parlava all’inizio, ritengo sia proprio quello di far del bene alle persone che si hanno accanto.

    Se date il meglio di voi agli altri, quello che vi tornerà indietro sarà molto di più di quello che avete dato. Mi piace pensare di aver distribuito proprio questo virus, questa sera. In questa sala.

    GRAZIE A TUTTI.

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