LE REGOLE DELL’AMORE

di Elisa Balbi

 

Da dove cominciare per guidare chi sta leggendo nel tanto, talvolta fin troppo, chiacchierato territorio delle relazioni uomo – donna?

Una prima considerazione riguarda chi tra i due colpiti dalla freccia di Cupido sia l’elemento determinante le sorti della coppia felice. A pensarci bene, per esistere una semplice coppia non necessita che qualcuno la faccia funzionare; basterebbe che almeno uno dei due fosse spinto a stare con l’altro dalla tanto gettonata paura di stare da solo per, accettando qualunque cosa in nome di questo bisogno, trasformare il bisogno in desiderio che mantiene il legame. Ma non è questa la coppia che ci interessa. Nel nostro concetto di legame esiste molto altro, e una delle immagini più rappresentative di ciò che vogliamo dire è quella di due funamboli che camminano ognuno sulla propria corda tesa, ma con un’unica barra stabilizzatrice.

La coppia esiste e può essere definita come tale per la presenza e il mantenimento di due corde tese, con propri desideri, caratteristiche, ambizioni e bisogni, mentre la barra stabilizzatrice è il progetto comune. La prima parte è indispensabile perché nell’unione sia preservata l’identità del singolo che deve continuare ad esistere essendo l’oggetto del desiderio dell’altro, mentre la barra stabilizzatrice determina la differenza tra un’unione che funziona e una che traballa, tra un legame speciale e uno banale, tra un amore e un’amicizia.

Detto questo, la questione da sciogliere non si riferisce a chi, tra i due, svolga un ruolo trainante nella coppia, ma a chi tra uomo e donna abbia maggiormente la funzione di sostenere e orientare la barra stabilizzatrice. Naturalmente, non è detto che chi viene ritenuto il perno attorno a cui ruota la diade corrisponda necessariamente a chi svolge il ruolo nei fatti. E questo è un aspetto altrettanto importante perché in una coppia esistono impliciti e dichiarati, dove ciò che conta non è il dichiarato ma l’implicito. Ciò sta ad indicare come non è tanto importante chi tra i due svolga un ruolo o un altro nei fatti, ma quali siano le condizioni che permettono con la massima probabilità di ottenere gli effetti desiderati. Chi dunque tra i due rappresenta quella parte che è anche disposta a non essere riconosciuta nel proprio ruolo, pur di raggiungere l’obiettivo di un’unione che funzioni?

Comunemente si dice che accanto a un grande uomo c’è sempre una grande donna … Che dunque sia la donna l’asse portante della relazione? Qui le risposte possono essere variegate, in ogni caso non univoche. Potremmo infatti affermare che accanto a una grande uomo ci sia una grande donna perché, essendo lui un grande, ha ben scelto. Al contrario si potrebbe asserire che sia la grande donna a rendere grande l’uomo che ha accanto; ancora, che ci sia una corrispondenza non causale ma biunivoca tra la grandezza dell’uomo e quella della donna, che dunque si rinforzerebbero reciprocamente. Le tre asserzioni sono ugualmente vere e ugualmente false; dipende dal punto di vista dal quale si guarda la cosa. Che sia dunque un insolubilia, ossia uno di quei dilemmi per i quali non esiste soluzione? Difficile.

Piuttosto, sembra interessante un’altra ipotesi, oltretutto più accreditata anche in quanto sostenuta da prove empiriche; parrebbe che si tratti di una questione di cervello. Fin dal secolo scorso - precisamente i dati cui ci riferiamo sono quelli di una ricerca del 1978 di Dakeban e Sadowsky - si sa che il cervello di una donna pesa circa il 12% in meno di quello dell’uomo. Qualche decennio fa’ tali dati venivano interpretati come significativi di una superiorità intellettiva di quest’ultimo rispetto alla donna. In realtà tale disparità sarebbe riconducibile solo a una maggiore taglia corporea del maschio rispetto alla femmina, e in effetti calcolando la misura non assoluta del peso cerebrale, quindi quella relativa al peso corporeo la differenza pressoché si annulla. Fenomeno che si osserva inoltre con l’aumentare dell’età.

Esistono invece delle differenze che vedono protagonisti l’ipotalamo che avrebbe alcuni propri centri nervosi più sviluppati sia in grandezza che in quantità nell’uomo, mentre le connessioni tra i due emisferi cerebrali sarebbero più sviluppate nella donna. Tali differenze anatomiche sembrano strettamente correlate a una maggiore predisposizione dell’uomo per schemi logici di tipo razionale in una modalità di funzionamento più rigido, mentre la donna sarebbe più intuitiva e plastica. Considerando in effetti come funzionano uomo e donna, l’esperienza ci insegna che quest’ultima è tendenzialmente più sanguigna e portata ad eccessi di pancia che in base all’ipotesi ipotalamica sarebbero possibilmente riconducibili a qualche connessione che salta, mentre nell’uomo, il frequente cortocircuitarsi nei labirinti della propria mente potrebbe essere ricondotto alla maggiore autonomia di azione delle varie parti in gioco, dato il minor numero di connessioni neuronali. Questa differenza percettiva farebbe pensare che la donna, essendo da questo punto di vista globale, possa essere la cornice che racchiude i dettegli percepiti dal ben più analitico uomo.

Inserendo quanto detto sopra nel nostro ragionamento su a chi dei due spetti portare avanti il progetto comune, ci piace definire in primo luogo i due obiettivi ultimi della presente trattazione, che poi rappresentano le due facce della stessa medaglia. Il primo consiste nell’individuare alcune strategie standardizzabili per avere una maggiore probabilità di un’unione funzionante e felice. La seconda valutazione riguarda invece come sia possibile che certe dinamiche possano convertirsi dalla luna di miele dell’innamoramento allo svegliarsi, una mattina, scoprendo di avere accanto un perfetto sconosciuto, che più lo si guarda e più ci si chiede: “…ma chi è questo qui?”. Quindi da un lato come raggiungere l’obiettivo, dall’altro come farlo fallire.

In una prospettiva strategica parleremmo di tentate soluzioni che funzionano e tentate soluzioni che non solo non funzionano, ma aggravano il problema oltre che  mantenerlo. Entriamo quindi in una logica non ordinaria dove la soluzione non sta tanto in una teoria definita a priori, ma in una pragmatica consapevolezza operativa che ci consente di sapere come funzionano le cose nel momento in cui si svolgono (Weakland) e dove prima si cambia, poi si scopre come funzionava la realtà che abbiamo cambiato.

Potremmo considerare la cosa, come è ovvio, da un’ottica sia maschile che femminile invariabilmente. Tuttavia, lo stesso professor Nardone nel suo tanto gettonato libro Gli errori delle donne (in amore), sostiene che la responsabilità di far funzionare o fallire una relazione è più frequentemente della donna. Dunque, cominceremo proprio da lei. La sfida sarà quella di individuare come la donna può agire per far funzionare al meglio la propria relazione, creando una condizione grazie alla quale, se è vero che gli amori nascono e finiscono per incidente, riuscire a scoprire come costruire un progetto complicemente condiviso che non solo mantenga in vita il desiderio, ma che lo evolva in qualcosa di ancora più desiderabile.

E ci chiediamo allora: come una donna può riuscire a far sì che il proprio uomo sia esattamente quello che desidera? Come una donna può trasformare il proprio uomo in quell’uno su cento per cui possa valere la pena, per poi magari scoprire che è sempre stato davanti ai suoi occhi, e lei semplicemente non lo vedeva? Che cosa tendenzialmente la donna fa o evita di fare che la porta in una direzione che non è esattamente quella che le consentirà di raggiungere l’obiettivo?

Poiché il primo errore strategico si riconduce alla tendenza, che fa poche eccezioni, ad attribuire all’altro caratteristiche o modi di pensare e sentire propri, la prima cosa saggia da fare potrebbe sembrare quella di valutare se esistano caratteristiche di genere schematizzabili, per consentire a ognuno dei due partner di meglio relazionarsi all’altro. Riteniamo che questo sia un aspetto fondamentale, e magari avremo occasione di affrontare la questione in un altro momento, poiché esiste qualcosa che viene prima: nella maggioranza dei casi, infatti, si filtra la propria percezione dell’altro sulla base dell’esperienza passata personale e altrui, attribuendo ad essa un potere eccessivo.

Ma poiché il passato non può essere cambiato, e rappresentando oltretutto il frutto di interazioni che al momento della relazione con molta probabilità non esistono più, la prima regola da rispettare per correre il rischio di vivere una relazione con i fiocchi è quella di stendere una solenne congiura del silenzio su ciò che è stato o che non è avvenuto. Questo in primis all’inizio della relazione, quando vi è spesso la curiosa tendenza di voler sapere tutto del proprio uomo, con conseguenti indebiti termini di confronto con una serie di fantomatiche donne meravigliose, che paiono quasi finte o non realmente esistite. Durante il rapporto, ancora peggio, sviscerare le possibili motivazioni di eventuali litigi o di temporanee battute di arresto parlandone equivale a prendere un coltello e rigirarlo sulla ferita ancora non cicatrizzata, impedendole di sanarsi e di diventare null’altro che il ricordo di una ferita di guerra, trasformata in valorosamente in cicatrice.

Non volendo tediare ulteriormente il lettore, dunque, ma lasciando la prima e indispensabile pillola strategica per convolare verso una possibilmente felice unione, suggeriamo da un lato di riflettere sulle precedenti considerazioni valutando se possano fare al proprio caso. D’altro lato proponiamo la prima e fondamentale delle regole dell’amore, che rappresenta lo scavo su cui poggiare le fondamenta di un sentimento altrimenti possibilmente fugace e instabile:

1. CONGIURA DEL SILENZIO SUL PASSATO = guai parlare del passato proprio e di quello del partner. Guai parlare a posteriori di un litigio, correndo il rischio di trasformarlo da banalità in una possibile ragione per mettere in dubbio il proprio amore. Guai sviscerare eccessivamente le motivazioni di un fatto o di un comportamento non gradito, considerato che una volta avvenuto non esiste più e che quindi non lo possiamo cambiare. Del resto, appare più saggio dubitare delle coppie che non abbiano mai motivi di discussione, piuttosto che di quelle che nei propri litigi convoglino le proprie passioni. L’importante è che il diverbio rimanga in uno spazio specifico, evitando che dilaghi oltre i confini della litigata. Questo anche se si trattasse di un fatto o di una motivazione pesante; in tal caso la prima domanda da porsi è: posso fare a meno di questa persona oppure no? Se se ne può fare a meno, allora non esiste nulla di cui parlare, ma se non si riesce a vedere la propria vita senza l’altro, allora ci si deve impegnare a mettere da parte ciò che è stato per darsi una nuova possibilità. In questo caso, il primo step sarà proprio quello di mettere il passato nel passato dove deve stare, altrimenti prima o poi tutto crollerà.

Terminiamo dunque questo breve scritto avendo raggiunto il primo obiettivo, qualificabile in ciò che rappresenta il punto di inizio per la costruzione di uno scenario oltre il problema e un come peggiorare insieme: abbiamo messo un primo piede nella porta per farci spazio con tutto il corpo. Avere paura di recriminare, di rinfacciare, di biasimare, di mettere in scena interminabili interrogatori attraverso la congiura del silenzio corrisponderà nei fatti a comportarsi come se nulla fosse accaduto.  Questo, seguendo il buon Pascal che, nella sua famosa scommessa rispetto alla fede scriveva che se ci si comporta come se si credesse, la fede non tarderà ad arrivare. E cos’è l’amore se non un atto di fede?

 

 

Per approfondimenti, si consigliano:

 

 

 

 

ANORESSIA e VOMITING: la magia delle parole e dei gesti

Di Elisa Balbi

(Estratto liberamente tratto della Relazione 2°Convegno Mondiale in Terapia Breve Strategica e Sistemica – 17-10-2014 di Elisa Balbi)

 “Di qui a quando ci rivedremo, fra due settimane, ogni volta in cui ti verrà voglia di mangiare per vomitare potrai farlo, quindi mangi, mangi, mangi, e mangi ancora, fino a sentirti talmente piena che stai per scoppiare. Qui ti fermi, punti una sveglia a suonare un’ora più tardi e aspetti che suoni, evitando di mangiare o bere alcunché in questo intervallo. Appena suona la sveglia, prendi e vai a vomitare. Quindi non ti chiedo di non farlo, ma ti chiedo di farlo in un modo molto preciso, per cui quando il demone arriva per impossessarsi di te, tu mangi a più non posso, mangi, mangi e mangi ancora, fino a che ti senti quasi scoppiare, a quel punto ti fermi e aspetti un’ora di orologio senza introdurre alcunché dentro il tuo corpicino. Quando suona la sveglia, stop, prendi e vomiti tutto. Come vedi, non si tratta di abbandonare il gioco, ma di inserire un piccolo spazio tra quando arriva il raptus e il momento in cui cedi al demone”. 

Dopo aver effettuato un dialogo strategico non troppo serrato, ma inizialmente tecnico per poi diventare sempre più avvolgente nella forma, al fine di riorientare la percezione del problema, dove l’atto del vomitare diventa il demone che travolge, lanciamo la bomba di cui sopra. A quale reazione potremmo trovarci di fronte? Immaginiamo lo sguardo di chi, giunto da noi per risolvere un problema per il quale tendenzialmente si propone alla persona di smettere di vomitare con convincimenti o razionalizzazioni, di vario tipo, si senta arrivare un’indicazione così. Immaginate le pupille che si dilatano per lo stupore, la smorfia della bocca che non indica disgusto ma un sottile piacere e al tempo stesso è come se ci dicesse “o non ho capito bene o questa è impazzita, o forse mi ha incastrata”. Immaginate il subbuglio emotivo di chi sa che potrà continuare a fare ciò che pensava sarebbe stato vietato, ma che al tempo stesso e proprio in virtù della concessione si sente incastrata a dover fare qualcosa che inevitabilmente la metterà di fronte a una fatica d’Ercole, ovvero quella dell’attesa, che però avrà un tempo preciso, dopo il quale potrà liberarsi. Da un lato il terrore di assorbire la quantità che non si vomita subito, dall’altro quell’attesa che crea un controllo non più illusorio ma pragmatico.

Una comunicazione dunque che, attraverso uno stile sottilmente seduttivo, porta a fare alla persona qualcosa che altrimenti non si sarebbe neppure sognata di poter concepire, in un doppio legame nel quale la ragazza si sente incastrata senza sentirsi imprigionata e che conduce ad una amplificazione delle sensazioni come prima solo il mangiare per vomitare riusciva a fare. A questo punto la sfida è con te e con se stessa e anche con il demone, che diventa un nemico comune da raggirare per acquisirne il controllo a tal punto da diventare capaci di decidere, così come di farlo, anche di non farlo.

Giungendo a questo, tolto il carattere trasgressivo dell’atto, non resta che aprire la porta a forme di piacere che prima non si vedevano, non si sentivano. Il rituale del mangiare per vomitare che all’inizio serve a compensare i danni compiuti con il cibo, ma che reiterato nel tempo diventa un rituale piacevole del mangiare per vomitare è destrutturato utilizzando la medesima logica contraddittoria di funzionamento sia nella strategia che nell’ambivalenza della comunicazione

Ambivalenza non più sottile ma esibita senza troppi fronzoli dalla persona in cui il mangiare per vomitare è talmente tanto piacevolmente trasgressivo da essere portata da noi dai genitori come un pacco postale; genitori che hanno da poco scoperto quella sottile perversione di cui sembra essere vittima la loro bambina e che stanno cercando di fare di tutto per farla smettere, producendo quello che tra due amanti si definirebbe “fenomeno Romeo e Giulietta”: se vuoi essere sicuro di tenere uniti due amanti cerca di separarli, come si dice. Qui le carte in tavola cambiano, per cui non possiamo estromettere i genitori ma dobbiamo utilizzarli terapeuticamente, e non possiamo introdurre un intervallo che cambi le regole del gioco che dovrà, invece, dare l’illusione di diventare ancora più piacevole di quanto non lo sia stato fino ad ora. Non si tratterà più di un atto consumato mentre tutti o non sanno o fanno finta di non sapere, bensì sarà come se, nel mentre, terapeuta e genitori fossero lì, a spiare o a testimoniare, dipende dai punti di vista, l’accaduto.

E allora, dopo aver effettivamente appurato che si tratti di una situazione in cui solo un piacere più grande di quello attuale può aprirci un varco (e lo facciamo grazie al dialogo strategico), entriamo nella narrazione della ragazza indagando per filo e per segno come lo fa: cosa mangia, quanto mangia, in quale ordine, in che modo, in quale momento della giornata.

Se il cibo se lo procura da sola, allora dovrà fare in modo che i cibi preferiti per farlo siano sempre in casa, se invece sono i genitori a procurarlo, ogni mattina prima di andare a fare la spesa, la mamma dovrà chiedere alla sua bambina quali cibi desidera mangiare per vomitare per la sera, glieli procura e attacca su ognuno di essi un post-it con su scritto: “da mangiare per vomitare per…”. Quelli saranno i suoi cibi; quelli che utilizzerà per il proprio incontro programmato con il demone. In questo caso, infatti, valutando insieme come sia molto più piacevole avere un unico incontro dove ci si prepara con tutti i crismi come quando si va a un appuntamento con qualcuno con cui vogliamo essere gioiello e non bigiotteria, si giunge a indicare alla ragazza:

Di qui a quando ci rivedremo, come abbiamo detto, il nostro obiettivo sarà quello di rendere i tuoi incontri trasgressivi con il demone ancora più piacevoli, ancora più preparati; concedendo loro uno spazio preciso, che sarà tutto vostro. Per cui, verso sera e a almeno a due ore di distanza dalla cena, vai in frigorifero o in dispensa, prendi tutti i cibi che hai preparato o ti hanno preparato per il rito e li consumi tutti come ti piace di più. Dobbiamo creare una situazione nella quale basta lottare con qualcosa di cui tanto non puoi fare a meno e, se non possiamo rinunciarci, tanto vale concederselo e farlo come si deve e nella maniera che ci piace di più. Quindi ogni sera, quando caleranno le tenebre, inviti il demone a quello che dovrà essere l’incontro più lussurioso che tu abbia mai immaginato fino a quel momento: un’abbuffata perfetta. Sai come si fa con i vampiri che perché possano entrarti in casa devi invitarli ad entrare. Quindi lo facciamo al meglio, ma lo facciamo attendere fino a sera…facciamo finalmente le preziose, d’accordo?”

La seduttività terapeutica in questo caso viene a coincidere con una dichiarata complicità con la percezione della ragazza che sottintende che entrambe stiamo dicendo la verità, ma al tempo stesso mentiamo; tra lei e me, tra lei e i genitori, tra lei e se stessa. Ci inseriamo come in una sorta di bolla all’interno della quale si finge che sarà effettivamente piacevole fare quanto abbiamo accordato dal punto di vista della mente, mentre ognuna delle parti sa che in questo modo sarà tutto rovinato. A partire dagli incontri che non potranno essere più travolgenti in quanto programmati, il momento della consumazione che non avverrà più in uno stato alterato di coscienza in quanto è già definito quello che si consumerà, così come l’atto del vomitare non sarà più adrenalinico in quanto ormai svelato. Il tutto in una cornice dove non esistono più nemici da combattere e nella quale il demone non ha più il controllo di niente ma dipende da noi…e un demone che si dimostri debole o assoggettato al controllo di qualcuno non è più così attraente. Tutto questo ovviamente non si dichiara.

E ci lasciamo entrambe soddisfatte, aprendo le porte a un percorso di scoperta di altri piaceri che prenderanno mano a mano il posto di quello che non è più un demone e neppure un vampiro, ma un oggetto da utilizzare per un tipo di piacere che diventa sempre meno piacevole e si sfibra mano a mano che gli incontri si diraderanno nel tempo. Fino a che, aprendo la porta, si deciderà di non invitare più il demone ad entrare, fino a che il demone/vampiro sarà costretto a battere su una porta che rimarrà chiusa.

Porta che non si presenta solo chiusa ma apparentemente senza entrata rispetto al piacere per chi sembra che nella propria vita abbia ingaggiato una missione irrinunciabile: l’astensione inizialmente da tutte le sensazioni percepite come troppo perturbanti per potersele concedere, poi dal piacere in genere, ma primo fra tutti da quello legato al cibo. E allora facciamo quattro passi in un disturbo che assume contorni che lasciano molto meno spazio all’immaginazione, che non prevedono stonature o perdite di controllo, che non contemplano altro se non la necessità di raggiungere un obiettivo incompatibile con la vita stessa; quello di diventare talmente trasparenti da risultare invisibili. Un’invisibilità che, talvolta coincidendo con un’emaciazione del corpo devastante altre volte con un visibile prosciugamento interiore, ha come effetto collaterale quello di mettere costantemente al centro dell’attenzione. Quando in una stanza è presente una ragazza anoressica, è come se in quella stanza fosse presente solo lei, come se avesse un occhio di bue costantemente puntato addosso. La sua armatura fatta di divieti, di controllo, di rigidità racchiude una profonda sofferenza apparentemente cristallizzata sotto il travestimento della rigidità, ma dal di fuori è come se si sentisse urlare; una specie di gemito soffocato e stridulo che non si può non sentire e che contribuisce a far apparire gigantesco a sé e agli altri in modo diverso, quel corpo che non è più corpo, ma involucro fatto di pelle e di ossa.

Capite bene che qui tutto cambia; ci muoviamo in uno spazio talmente delicato che è come se dovessimo camminare non su un terreno minato, ma sulle uova. L’aspetto interessante delle uova, nello specifico del guscio, è che apparentemente questo è forte essendo capace di resistere a temperature di ebollizione, ma è solo un’illusione; il guscio resiste solo in quanto l’interno si solidifica, altrimenti basterebbe molto poco per infrangerlo. E allora quando ti muovi sulle uova sai che tutto è talmente fragile che non solo devi camminare in punta di piedi, ma prima di poter appoggiare la punta del piede devi spostarle, altrimenti rischi di calpestarle e se le calpesti non le incrini, le rompi.

Che cosa significa entrare in punta di piedi dal punto di vista della comunicazione? Significa essere morbidi e avvolgenti, per quanto necessario punto di riferimento e, se possibile, modello da seguire. Ma quanto meno punto di riferimento, che vuol dire che l’essere morbidi non coincide con l’essere malleabili rispetto all’obiettivo da raggiungere, l’essere avvolgenti non ha il senso di entrare in un’empatia che invischierebbe senza aiutare la persona. Entrambe, insieme, hanno invece l’effetto di far sentire alla ragazza che esiste qualcuno che le propone una strada da percorrere, che dovrà essere da lei accordata prima di essere considerata percorribile. La strada sarà erta e non priva di ostacoli, ma ad ogni piccolo passo in avanti fatto ci sarà qualcuno che le starà accanto che camminerà prima a pari passo con lei, poi, molto gradualmente, la affiancherà da un po’ più distante, poi standole dietro senza essere visti ma ci siamo, fino a guardarla sempre più da lontano mano a mano che la carreggiata si allarga. Questo significa utilizzare la comunicazione per creare una relazione con chi è come se avesse un cancro dentro, che ha lasciato salva solo una piccolissima e impercettibile parte e ha devastato il resto. Quella che dobbiamo raggiungere è quella piccolissima e impercettibile parte che a suo modo ancora desidera e che urla dentro, ma quasi non si sente; quell’urlo soffocato e stridulo. E allora le nostre parole, i nostri gesti spesso in sottile contraddizione con i contenuti dovranno essere veramente come pallottole, richiamando Austin, ma quelle sparate dal fucile di un cecchino, il cui colpo è talmente preciso da penetrare la carne senza lasciare tracce intorno al foro d’ingresso.

Questo è il senso della manovra elettiva utilizzata in questi casi, la piccola trasgressione quotidiana con il cibo, che giunge ad essere prescritta come naturale conclusione di un incontro emotivamente forte dove si sarà creato il più piccolo varco nel deserto fatto di uova costruito dalla malattia, facendo sentire come essa abbia tolto molto più di quello che ha dato, di come abbia costruito un’illusione, senza contemplare la controparte di una devastante delusione. E quella piccola oasi nel deserto si rivolgerà proprio alla parte desiderante che urla dentro e che abbiamo bisogno di tirare fuori per sentire cosa ha da dirci, per poi essere liberi di decidere se ascoltarla oppure no. Tutto questo va fatto considerando l’estrema fragilità e sensibilità che nella malattia fa preferire di rimanere li dentro nascondendosi, piuttosto che vivere correndo il rischio di soffrire, ma che terapeuticamente rappresenta la più grande risorsa. Quella stessa sensibilità temuta diviene allora il punto di leva per il cambiamento; una sensibilità che trova nei piccoli piaceri dapprima fantasticati insieme a noi in seduta e poi praticati tra un incontro e l’altro il proprio nutrimento; alimento fatto all’inizio di cibo che interrompe l’astinenza ma che poi viene generalizzato a tutto il resto cortocircuitando quella sorta di percorso ascetico tramutatosi in delirio senza apparente via di uscita.

Via di uscita che spesso riporta all’imbocco del tunnel, come in una specie di percorso a ritroso, che quando se ne esce sembra quasi che il tempo e lo spazio siano tornati a un prima; un prima di qualcosa che pur lasciando il segno sembra quasi mai accaduto, se non fosse che ci si ritrova, fuori luogo e fuori tempo, a vivere quello che non si è mai vissuto.

E qui veniamo a quando spesso ha tutto inizio. Qui ci troviamo di fronte a due genitori disperati nel testimoniare la caduta verso il basso della propria bambina e che le provano o le hanno provate tutte per cercare di aiutare qualcuno che non vuole essere aiutato. Lei vorrebbe essere in tutt’altro luogo e difficilmente è disponibile anche solo a contemplare di poter avere un problema; le sue lenti sono deformate per via di un inganno percettivo che non è solo mentale, quindi indotto dal disturbo, ma anche biologico dovuto al peso eccessivamente basso. Lei che ci guarda con lo sguardo di chi prova nulla se non l’incontenibile desiderio di andarsene. Mentre il tarlo che ha nella mente la porta a difendere un controllo la fa sentire padrona di se stessa solo quando controlla, e che la difende a sua volta dalla paura più grande; la paura di ingrassare quale esito della perdita dello controllo sul cibo.

In questo caso non possiamo utilizzare come leva comunicativa il piacere, rispetto al quale è come anestetizzata, ma l’unica sensazione che riesce a sentire: la paura.

Quando ho sentito per la prima volta proporre da Giorgio Nardone quella che poi è diventata la ristrutturazione della paura del sondino sono rimasta a bocca aperta, a tal punto che ancora ho impressa nella mente l’espressione di quella ragazzina, che piuttosto che ragazzina sembrava una bambina tanto era minuta non tanto nell’altezza ma nella forma.

“Se mi fosse possibile mantenerti in questo stato salvaguardando la tua salute, non avrei alcun problema: c’è chi nella vita sceglie di studiare e chi di lavorare, di formare una famiglia e di rimanere single, di essere magro o grasso, piacevole o sgradevole. Chi sono i per dire cosa sia giusto o cosa sia sbagliato? Il problema è che se tu rimani in questa posizione scenderai sempre più verso il basso fino a che la caduta diventerà talmente verticale e rapida che alla fine ti fracasserai al suolo. Questo io non lo posso permettere, loro neppure (rivolto ai genitori); loro sono responsabili di te, quindi abbiamo due possibilità: una è più faticosa forse ma più soft, l’altra è meno faticosa forse ma più forte nell’impatto. Se sceglierai quest’ultima, che non è la strada che ti proporrei io, allora i tuoi genitori, rimanendo tu nella tua attuale posizione, saranno costretti a portarti al pronto soccorso dove ti metteranno il sondino al naso e ti gonfierai come un palloncino. Ti inchioderanno al letto e, con il sondino al naso, in breve tempo recupererai tutto il peso. Ti porteranno al pronto soccorso e, inchiodata al letto, ti spareranno nel naso o in vena 2000-3000 calorie che, nel giro di una settimana, ti faranno aumentare di peso, tale che la tua immagine corporea non coinciderà con quanto è pronta a vedere la tua mente”.

Lascio immaginare lo sguardo della piccola nell’aspetto ma gigantesca nella propria volontà, tanto da tenere in ostaggio tutti con il proprio disturbo. A quel punto la si può guardare, per un momento, in silenzio, creando così un vuoto perché possa entrarvi il pieno. Quando i suoi occhi, che già appaiono grandi e sproporzionati rispetto al volto per via della magrezza, si spalancano al punto da diventare giganteschi e visibilmente terrorizzati, le si può lanciare una via di uscita alla quale, se abbiamo fatto bene il resto, lei si aggrapperà come a una ciambella di salvataggio.

“Tutto questo può essere risparmiato prendendo una strada differente. La mia proposta è quella di, molto gradualmente e nel rispetto dei tuoi tempi e in maniera del tutto accordata, arrivare a farti essere bella quanto puoi essere bella”.

A questo punto abbiamo creato un varco; una fessura nell’armatura che lascia passare finalmente un tiepido calore, uno spiraglio di luce che illumini il buio, fino a, incrementando sia il calore che mano a mano la luminosità, arrivare ad infrangere l’armatura stessa che tanto protegge quanto imprigiona.

In tutto questo, ci muoveremo come in una danza tra i genitori e lei, ristabilendo i ruoli, ridefinendo le posizioni, facendo in modo che i genitori non siano più ostaggio ma diventino guida, evitando di allearci con una o l’altra parte, ma essendo complici noi, la ragazza stessa, i genitori, di quella parte non ancora intaccata dal problema prima nascosta nelle più profonde segrete.

Il resto lo facciamo fare alla natura e alla naturale propensione che ognuno di noi ha nei confronti del piacere, così come alla straordinaria capacità di evolverci e di cambiare, così come di affrontare la giungla della vita che, impervia o benevola, ci insegna che non importa tanto ciò che accade ma quello che decidiamo di fare con gli accadimenti.

Un ultimo aspetto da evitare di perdere di vista, parlando della comunicazione strategica nella risoluzione di disturbi invalidanti come quelli trattati e non solo, riguarda la comunicazione tra il terapeuta e se stesso. Un piccolo suggerimento, che proviene dalla mia personale esperienza e non solo, da provare a sperimentare per salvaguardarci dalla tendenza che abbiamo in quanto esseri umani ad essere autoreferenziali. Mi riferisco alla facilità con cui spesso percepiamo la realtà che abbiamo di fronte con lenti deformate che in quanto tali ci portano a, trovandosi di fronte a un’altra persona, interpretarne il pensiero o il comportamento sulla base di nostre aspettative o di nostre percezioni, che non necessariamente corrispondono a quelle altrui. L’allenamento, allora, potrebbe essere quello di affinare la nostra capacità di, data una realtà o un fenomeno, vedere gli stessi dal punto di vista dell’altro fino a, non condividerlo, ma considerarlo ragionevole.

In questo modo siamo veramente di aiuto nel far sì che la persona si trasformi da chi costruisce ciò che subisce, a chi costruisce quello che arriva a gestire, avvicinando il più possibile la propria realtà a quella desiderata, per giungere a sentire, vivere, ragionare, il proprio autoinganno funzionale.  

ANORESSIA e VOMITING: curare con le parole

Di Elisa Balbi

 

 “Di qui a quando ci rivedremo, fra due settimane, ogni volta in cui ti verrà voglia di mangiare per vomitare potrai farlo, quindi mangi, mangi, mangi, e mangi ancora, fino a sentirti talmente piena che stai per scoppiare. Qui ti fermi, punti una sveglia a suonare un’ora più tardi e aspetti che suoni, evitando di mangiare o bere alcunché in questo intervallo. Appena suona la sveglia, prendi e vai a vomitare. Quindi non ti chiedo di non farlo, ma ti chiedo di farlo in un modo molto preciso, per cui quando il demone arriva per impossessarsi di te, tu mangi a più non posso, mangi, mangi e mangi ancora, fino a che ti senti quasi scoppiare, a quel punto ti fermi e aspetti un’ora di orologio senza introdurre alcunché dentro il tuo corpicino. Quando suona la sveglia, stop, prendi e vomiti tutto. Come vedi, non si tratta di abbandonare il gioco, ma di inserire un piccolo spazio tra quando arriva il raptus e il momento in cui cedi al demone”. 

Dopo aver effettuato un dialogo strategico non troppo serrato, ma inizialmente tecnico per poi diventare sempre più avvolgente nella forma, al fine di riorientare la percezione del problema, dove l’atto del vomitare diventa il demone che travolge, lanciamo la bomba di cui sopra. A quale reazione potremmo trovarci di fronte? Immaginiamo lo sguardo di chi, giunto da noi per risolvere un problema per il quale tendenzialmente si propone alla persona di smettere di vomitare con convincimenti o razionalizzazioni, di vario tipo, si senta arrivare un’indicazione così. Immaginate le pupille che si dilatano per lo stupore, la smorfia della bocca che non indica disgusto ma un sottile piacere e al tempo stesso è come se ci dicesse “o non ho capito bene o questa è impazzita, o forse mi ha incastrata”. Immaginate il subbuglio emotivo di chi sa che potrà continuare a fare ciò che pensava sarebbe stato vietato, ma che al tempo stesso e proprio in virtù della concessione si sente incastrata a dover fare qualcosa che inevitabilmente la metterà di fronte a una fatica d’Ercole, ovvero quella dell’attesa, che però avrà un tempo preciso, dopo il quale potrà liberarsi. Da un lato il terrore di assorbire la quantità che non si vomita subito, dall’altro quell’attesa che crea un controllo non più illusorio ma pragmatico.

Una comunicazione dunque che, attraverso uno stile sottilmente seduttivo, porta a fare alla persona qualcosa che altrimenti non si sarebbe neppure sognata di poter concepire, in un doppio legame nel quale la ragazza si sente incastrata senza sentirsi imprigionata e che conduce ad una amplificazione delle sensazioni come prima solo il mangiare per vomitare riusciva a fare. A questo punto la sfida è con te e con se stessa e anche con il demone, che diventa un nemico comune da raggirare per acquisirne il controllo a tal punto da diventare capaci di decidere, così come di farlo, anche di non farlo.

Giungendo a questo, tolto il carattere trasgressivo dell’atto, non resta che aprire la porta a forme di piacere che prima non si vedevano, non si sentivano. Il rituale del mangiare per vomitare che all’inizio serve a compensare i danni compiuti con il cibo, ma che reiterato nel tempo diventa un rituale piacevole del mangiare per vomitare è destrutturato utilizzando la medesima logica contraddittoria di funzionamento sia nella strategia che nell’ambivalenza della comunicazione

Ambivalenza non più sottile ma esibita senza troppi fronzoli dalla persona in cui il mangiare per vomitare è talmente tanto piacevolmente trasgressivo da essere portata da noi dai genitori come un pacco postale; genitori che hanno da poco scoperto quella sottile perversione di cui sembra essere vittima la loro bambina e che stanno cercando di fare di tutto per farla smettere, producendo quello che tra due amanti si definirebbe “fenomeno Romeo e Giulietta”: se vuoi essere sicuro di tenere uniti due amanti cerca di separarli, come si dice. Qui le carte in tavola cambiano, per cui non possiamo estromettere i genitori ma dobbiamo utilizzarli terapeuticamente, e non possiamo introdurre un intervallo che cambi le regole del gioco che dovrà, invece, dare l’illusione di diventare ancora più piacevole di quanto non lo sia stato fino ad ora. Non si tratterà più di un atto consumato mentre tutti o non sanno o fanno finta di non sapere, bensì sarà come se, nel mentre, terapeuta e genitori fossero lì, a spiare o a testimoniare, dipende dai punti di vista, l’accaduto.

E allora, dopo aver effettivamente appurato che si tratti di una situazione in cui solo un piacere più grande di quello attuale può aprirci un varco (e lo facciamo grazie al dialogo strategico), entriamo nella narrazione della ragazza indagando per filo e per segno come lo fa: cosa mangia, quanto mangia, in quale ordine, in che modo, in quale momento della giornata.

Se il cibo se lo procura da sola, allora dovrà fare in modo che i cibi preferiti per farlo siano sempre in casa, se invece sono i genitori a procurarlo, ogni mattina prima di andare a fare la spesa, la mamma dovrà chiedere alla sua bambina quali cibi desidera mangiare per vomitare per la sera, glieli procura e attacca su ognuno di essi un post-it con su scritto: “da mangiare per vomitare per…”. Quelli saranno i suoi cibi; quelli che utilizzerà per il proprio incontro programmato con il demone. In questo caso, infatti, valutando insieme come sia molto più piacevole avere un unico incontro dove ci si prepara con tutti i crismi come quando si va a un appuntamento con qualcuno con cui vogliamo essere gioiello e non bigiotteria, si giunge a indicare alla ragazza:

Di qui a quando ci rivedremo, come abbiamo detto, il nostro obiettivo sarà quello di rendere i tuoi incontri trasgressivi con il demone ancora più piacevoli, ancora più preparati; concedendo loro uno spazio preciso, che sarà tutto vostro. Per cui, verso sera e a almeno a due ore di distanza dalla cena, vai in frigorifero o in dispensa, prendi tutti i cibi che hai preparato o ti hanno preparato per il rito e li consumi tutti come ti piace di più. Dobbiamo creare una situazione nella quale basta lottare con qualcosa di cui tanto non puoi fare a meno e, se non possiamo rinunciarci, tanto vale concederselo e farlo come si deve e nella maniera che ci piace di più. Quindi ogni sera, quando caleranno le tenebre, inviti il demone a quello che dovrà essere l’incontro più lussurioso che tu abbia mai immaginato fino a quel momento: un’abbuffata perfetta. Sai come si fa con i vampiri che perché possano entrarti in casa devi invitarli ad entrare. Quindi lo facciamo al meglio, ma lo facciamo attendere fino a sera…facciamo finalmente le preziose, d’accordo?”

La seduttività terapeutica in questo caso viene a coincidere con una dichiarata complicità con la percezione della ragazza che sottintende che entrambe stiamo dicendo la verità, ma al tempo stesso mentiamo; tra lei e me, tra lei e i genitori, tra lei e se stessa. Ci inseriamo come in una sorta di bolla all’interno della quale si finge che sarà effettivamente piacevole fare quanto abbiamo accordato dal punto di vista della mente, mentre ognuna delle parti sa che in questo modo sarà tutto rovinato. A partire dagli incontri che non potranno essere più travolgenti in quanto programmati, il momento della consumazione che non avverrà più in uno stato alterato di coscienza in quanto è già definito quello che si consumerà, così come l’atto del vomitare non sarà più adrenalinico in quanto ormai svelato. Il tutto in una cornice dove non esistono più nemici da combattere e nella quale il demone non ha più il controllo di niente ma dipende da noi…e un demone che si dimostri debole o assoggettato al controllo di qualcuno non è più così attraente. Tutto questo ovviamente non si dichiara.

E ci lasciamo entrambe soddisfatte, aprendo le porte a un percorso di scoperta di altri piaceri che prenderanno mano a mano il posto di quello che non è più un demone e neppure un vampiro, ma un oggetto da utilizzare per un tipo di piacere che diventa sempre meno piacevole e si sfibra mano a mano che gli incontri si diraderanno nel tempo. Fino a che, aprendo la porta, si deciderà di non invitare più il demone ad entrare, fino a che il demone/vampiro sarà costretto a battere su una porta che rimarrà chiusa.

Porta che non si presenta solo chiusa ma apparentemente senza entrata rispetto al piacere per chi sembra che nella propria vita abbia ingaggiato una missione irrinunciabile: l’astensione inizialmente da tutte le sensazioni percepite come troppo perturbanti per potersele concedere, poi dal piacere in genere, ma primo fra tutti da quello legato al cibo. E allora facciamo quattro passi in un disturbo che assume contorni che lasciano molto meno spazio all’immaginazione, che non prevedono stonature o perdite di controllo, che non contemplano altro se non la necessità di raggiungere un obiettivo incompatibile con la vita stessa; quello di diventare talmente trasparenti da risultare invisibili. Un’invisibilità che, talvolta coincidendo con un’emaciazione del corpo devastante altre volte con un visibile prosciugamento interiore, ha come effetto collaterale quello di mettere costantemente al centro dell’attenzione. Quando in una stanza è presente una ragazza anoressica, è come se in quella stanza fosse presente solo lei, come se avesse un occhio di bue costantemente puntato addosso. La sua armatura fatta di divieti, di controllo, di rigidità racchiude una profonda sofferenza apparentemente cristallizzata sotto il travestimento della rigidità, ma dal di fuori è come se si sentisse urlare; una specie di gemito soffocato e stridulo che non si può non sentire e che contribuisce a far apparire gigantesco a sé e agli altri in modo diverso, quel corpo che non è più corpo, ma involucro fatto di pelle e di ossa.

Capite bene che qui tutto cambia; ci muoviamo in uno spazio talmente delicato che è come se dovessimo camminare non su un terreno minato, ma sulle uova. L’aspetto interessante delle uova, nello specifico del guscio, è che apparentemente questo è forte essendo capace di resistere a temperature di ebollizione, ma è solo un’illusione; il guscio resiste solo in quanto l’interno si solidifica, altrimenti basterebbe molto poco per infrangerlo. E allora quando ti muovi sulle uova sai che tutto è talmente fragile che non solo devi camminare in punta di piedi, ma prima di poter appoggiare la punta del piede devi spostarle, altrimenti rischi di calpestarle e se le calpesti non le incrini, le rompi.

Che cosa significa entrare in punta di piedi dal punto di vista della comunicazione? Significa essere morbidi e avvolgenti, per quanto necessario punto di riferimento e, se possibile, modello da seguire. Ma quanto meno punto di riferimento, che vuol dire che l’essere morbidi non coincide con l’essere malleabili rispetto all’obiettivo da raggiungere, l’essere avvolgenti non ha il senso di entrare in un’empatia che invischierebbe senza aiutare la persona. Entrambe, insieme, hanno invece l’effetto di far sentire alla ragazza che esiste qualcuno che le propone una strada da percorrere, che dovrà essere da lei accordata prima di essere considerata percorribile. La strada sarà erta e non priva di ostacoli, ma ad ogni piccolo passo in avanti fatto ci sarà qualcuno che le starà accanto che camminerà prima a pari passo con lei, poi, molto gradualmente, la affiancherà da un po’ più distante, poi standole dietro senza essere visti ma ci siamo, fino a guardarla sempre più da lontano mano a mano che la carreggiata si allarga. Questo significa utilizzare la comunicazione per creare una relazione con chi è come se avesse un cancro dentro, che ha lasciato salva solo una piccolissima e impercettibile parte e ha devastato il resto. Quella che dobbiamo raggiungere è quella piccolissima e impercettibile parte che a suo modo ancora desidera e che urla dentro, ma quasi non si sente; quell’urlo soffocato e stridulo. E allora le nostre parole, i nostri gesti spesso in sottile contraddizione con i contenuti dovranno essere veramente come pallottole, richiamando Austin, ma quelle sparate dal fucile di un cecchino, il cui colpo è talmente preciso da penetrare la carne senza lasciare tracce intorno al foro d’ingresso.

Questo è il senso della manovra elettiva utilizzata in questi casi, la piccola trasgressione quotidiana con il cibo, che giunge ad essere prescritta come naturale conclusione di un incontro emotivamente forte dove si sarà creato il più piccolo varco nel deserto fatto di uova costruito dalla malattia, facendo sentire come essa abbia tolto molto più di quello che ha dato, di come abbia costruito un’illusione, senza contemplare la controparte di una devastante delusione. E quella piccola oasi nel deserto si rivolgerà proprio alla parte desiderante che urla dentro e che abbiamo bisogno di tirare fuori per sentire cosa ha da dirci, per poi essere liberi di decidere se ascoltarla oppure no. Tutto questo va fatto considerando l’estrema fragilità e sensibilità che nella malattia fa preferire di rimanere li dentro nascondendosi, piuttosto che vivere correndo il rischio di soffrire, ma che terapeuticamente rappresenta la più grande risorsa. Quella stessa sensibilità temuta diviene allora il punto di leva per il cambiamento; una sensibilità che trova nei piccoli piaceri dapprima fantasticati insieme a noi in seduta e poi praticati tra un incontro e l’altro il proprio nutrimento; alimento fatto all’inizio di cibo che interrompe l’astinenza ma che poi viene generalizzato a tutto il resto cortocircuitando quella sorta di percorso ascetico tramutatosi in delirio senza apparente via di uscita.

Via di uscita che spesso riporta all’imbocco del tunnel, come in una specie di percorso a ritroso, che quando se ne esce sembra quasi che il tempo e lo spazio siano tornati a un prima; un prima di qualcosa che pur lasciando il segno sembra quasi mai accaduto, se non fosse che ci si ritrova, fuori luogo e fuori tempo, a vivere quello che non si è mai vissuto.

E qui veniamo a quando spesso ha tutto inizio. Qui ci troviamo di fronte a due genitori disperati nel testimoniare la caduta verso il basso della propria bambina e che le provano o le hanno provate tutte per cercare di aiutare qualcuno che non vuole essere aiutato. Lei vorrebbe essere in tutt’altro luogo e difficilmente è disponibile anche solo a contemplare di poter avere un problema; le sue lenti sono deformate per via di un inganno percettivo che non è solo mentale, quindi indotto dal disturbo, ma anche biologico dovuto al peso eccessivamente basso. Lei che ci guarda con lo sguardo di chi prova nulla se non l’incontenibile desiderio di andarsene. Mentre il tarlo che ha nella mente la porta a difendere un controllo la fa sentire padrona di se stessa solo quando controlla, e che la difende a sua volta dalla paura più grande; la paura di ingrassare quale esito della perdita dello controllo sul cibo.

In questo caso non possiamo utilizzare come leva comunicativa il piacere, rispetto al quale è come anestetizzata, ma l’unica sensazione che riesce a sentire: la paura.

Quando ho sentito per la prima volta proporre da Giorgio Nardone quella che poi è diventata la ristrutturazione della paura del sondino sono rimasta a bocca aperta, a tal punto che ancora ho impressa nella mente l’espressione di quella ragazzina, che piuttosto che ragazzina sembrava una bambina tanto era minuta non tanto nell’altezza ma nella forma.

“Se mi fosse possibile mantenerti in questo stato salvaguardando la tua salute, non avrei alcun problema: c’è chi nella vita sceglie di studiare e chi di lavorare, di formare una famiglia e di rimanere single, di essere magro o grasso, piacevole o sgradevole. Chi sono i per dire cosa sia giusto o cosa sia sbagliato? Il problema è che se tu rimani in questa posizione scenderai sempre più verso il basso fino a che la caduta diventerà talmente verticale e rapida che alla fine ti fracasserai al suolo. Questo io non lo posso permettere, loro neppure (rivolto ai genitori); loro sono responsabili di te, quindi abbiamo due possibilità: una è più faticosa forse ma più soft, l’altra è meno faticosa forse ma più forte nell’impatto. Se sceglierai quest’ultima, che non è la strada che ti proporrei io, allora i tuoi genitori, rimanendo tu nella tua attuale posizione, saranno costretti a portarti al pronto soccorso dove ti metteranno il sondino al naso e ti gonfierai come un palloncino. Ti inchioderanno al letto e, con il sondino al naso, in breve tempo recupererai tutto il peso. Ti porteranno al pronto soccorso e, inchiodata al letto, ti spareranno nel naso o in vena 2000-3000 calorie che, nel giro di una settimana, ti faranno aumentare di peso, tale che la tua immagine corporea non coinciderà con quanto è pronta a vedere la tua mente”.

Lascio immaginare lo sguardo della piccola nell’aspetto ma gigantesca nella propria volontà, tanto da tenere in ostaggio tutti con il proprio disturbo. A quel punto la si può guardare, per un momento, in silenzio, creando così un vuoto perché possa entrarvi il pieno. Quando i suoi occhi, che già appaiono grandi e sproporzionati rispetto al volto per via della magrezza, si spalancano al punto da diventare giganteschi e visibilmente terrorizzati, le si può lanciare una via di uscita alla quale, se abbiamo fatto bene il resto, lei si aggrapperà come a una ciambella di salvataggio.

“Tutto questo può essere risparmiato prendendo una strada differente. La mia proposta è quella di, molto gradualmente e nel rispetto dei tuoi tempi e in maniera del tutto accordata, arrivare a farti essere bella quanto puoi essere bella”.

A questo punto abbiamo creato un varco; una fessura nell’armatura che lascia passare finalmente un tiepido calore, uno spiraglio di luce che illumini il buio, fino a, incrementando sia il calore che mano a mano la luminosità, arrivare ad infrangere l’armatura stessa che tanto protegge quanto imprigiona.

In tutto questo, ci muoveremo come in una danza tra i genitori e lei, ristabilendo i ruoli, ridefinendo le posizioni, facendo in modo che i genitori non siano più ostaggio ma diventino guida, evitando di allearci con una o l’altra parte, ma essendo complici noi, la ragazza stessa, i genitori, di quella parte non ancora intaccata dal problema prima nascosta nelle più profonde segrete.

Il resto lo facciamo fare alla natura e alla naturale propensione che ognuno di noi ha nei confronti del piacere, così come alla straordinaria capacità di evolverci e di cambiare, così come di affrontare la giungla della vita che, impervia o benevola, ci insegna che non importa tanto ciò che accade ma quello che decidiamo di fare con gli accadimenti.

Un ultimo aspetto da evitare di perdere di vista, parlando della comunicazione strategica nella risoluzione di disturbi invalidanti come quelli trattati e non solo, riguarda la comunicazione tra il terapeuta e se stesso. Un piccolo suggerimento, che proviene dalla mia personale esperienza e non solo, da provare a sperimentare per salvaguardarci dalla tendenza che abbiamo in quanto esseri umani ad essere autoreferenziali. Mi riferisco alla facilità con cui spesso percepiamo la realtà che abbiamo di fronte con lenti deformate che in quanto tali ci portano a, trovandosi di fronte a un’altra persona, interpretarne il pensiero o il comportamento sulla base di nostre aspettative o di nostre percezioni, che non necessariamente corrispondono a quelle altrui. L’allenamento, allora, potrebbe essere quello di affinare la nostra capacità di, data una realtà o un fenomeno, vedere gli stessi dal punto di vista dell’altro fino a, non condividerlo, ma considerarlo ragionevole.

In questo modo siamo veramente di aiuto nel far sì che la persona si trasformi da chi costruisce ciò che subisce, a chi costruisce quello che arriva a gestire, avvicinando il più possibile la propria realtà a quella desiderata, per giungere a sentire, vivere, ragionare, il proprio autoinganno funzionale.  

 

Per chi volesse approfondire, si consigliano le seguenti letture:  

     

DI CHE FAMIGLIA SEI?

di Elisa Balbi

 

La famiglia è “l’elemento fondamentale, naturale della società” (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948). Se ciò è vero e con uno sguardo lievemente cinico ma soprattutto pragmatico, potremmo affermare che, considerato che l’essere umano è per natura sociale, allora la famiglia, che è una costruzione sociale, è parte della natura stessa dell’uomo.

L’uomo ha bisogno degli altri in vario modo e misura per sopravvivere prima e per realizzarsi poi; la famiglia è quindi funzionale alla sopravvivenza e alla possibilità di realizzazione di ogni essere umano. Fin qui nulla da eccepire, se non fosse che nelle famiglie ci si nasce, non le si scelgono e, d’altra parte, esse non possono essere rinnegate quando disfunzionali; di conseguenza, come accade per tutto ciò di cui non possiamo fare a meno e che non dipende del tutto da noi, obiettivo e desiderio di ognuno dovrebbe essere quello di farle funzionare al meglio, pena sofferenze e investimenti emotivi molto poco economici.

La descrizione delle varie tipologie di famiglia in relazione ai diversi stili educativi nei confronti dei figli è stata oggetto di numerosi studi (Palmonari, 2008, per chi volesse approfondire) che hanno di volta in volta esaminato quale modello potesse produrre esiti più favorevoli.

In Italia, la ricerca-intervento effettuata da Giorgio Nardone e collaboratori ha portato all’individuazione di sei modelli di gruppi familiari, pubblicati in forma estesa nel libro Modelli di Famiglia (Nardone, Gianotti, Rocchi, 2001). Tali modelli non sono di per sé sani o patologici, ma costituiscono quelle modalità interattive che possono rappresentare, se flessibili, una fondamentale risorsa per il ragazzo in crescita e per l’intero sistema, ma quando si irrigidiscono divengono più fragili e possibili corresponsabili di nodi problematici.

Analizzando il processo da un punto di vista strategico e orientato alla soluzione, se è vero infatti che ci si può intrappolare attraverso quello che si cerca di fare per risolvere una situazione problematica o ritenuta tale, allo stesso modo è possibile agire sui medesimi tentativi orientandoli diversamente per la soluzione del problema e per la costruzione di un equilibrio funzionale per le persone facenti parti del sistema (Nardone, 1990, 1995, 2004, Nardone, Balbi, 2008; Balbi, Artini, 2009). Sono le soluzioni che funzionano che ci forniscono informazioni su come si è formato il problema e, grazie a tali informazioni, è possibile individuare che cosa sarebbe opportuno fare o evitare di fare perché un bambino non diventi uomo. Se assumiamo questa modalità di procedere allora sarà possibile non solo intervenire sul problema calzando le soluzioni al tipo di difficoltà manifestata e non viceversa, ma avere a disposizione uno strumento che possa essere applicato, con le opportune varianti, a molte situazioni in un’ottica di prevenzione, di intervento e anche di formazione.

Obiettivo della presente riflessione è proprio quello di fare un primo passo nella direzione di cui sopra, che consiste in primis nel prendere atto di quale dei modelli risuoni maggiormente con il proprio, evidenziandone il limite. Questo permetterà di avere uno sguardo globale sui possibili panorami familiari, di individuare quello più rispondente a sé e, di conseguenza, i possibili punti di irrigidimento di ognuno, così da poter scoprire non come cambiare, ma come utilizzare al meglio le risorse del modello stesso e, contemporaneamente, come riuscire ad evitare di venirne fagocitati.

Mi piace inoltre, proporre un piccolo suggerimento al fine di poter continuare a recitare lo stesso modello, ma con quella giusta dose di flessibilità che lo renda una risorsa per lo svolgimento del difficile ma meraviglioso compito del genitore autorevole, che è quello di educare i propri figli, mostrandosi attenti e sensibili ai loro bisogni ma al tempo stesso stimolandone la crescita attraverso richieste appropriate e ragionevoli in relazione alle loro capacità (Adolescenti violenti - Balbi, Boggiani, Dolci, Rinaldi, 2009).

A) Modello iperprotettivo

Mission dell’adulto è rendere la vita dei propri figli meno complicata possibile, fino a giungere ad agire al loro posto. Il motto è: “Dicci cosa ti manca che te lo procureremo noi” che, esplicitamente un messaggio d’amore, nasconde una sottile squalifica, ossia: “Faccio tutto per te perché da solo non ce la faresti”, che talvolta diventa una profezia che si autorealizza. Il genitore è affidabile nel proprio essere presente, ma squalificante nel messaggio di incapacità che indirettamente trasmette.

SUGGERIMENTO: un piccolo boicottaggio al giorno all’iper – presenza, per contribuire alla costruzione del senso di autostima del pargolo..

B) Modello democratico-permissivo

Domina l’assenza di gerarchie; genitori e figli sono amici. I fini da perseguire sono armonia e assenza di conflitto. Le regole sono concordate tra e possono essere negoziate; piuttosto che punire si ragiona insieme sul comportamento da adottare.

Il genitore non riesce a guidare, a supportare, a rassicurare ma è un amico alla pari a cui il figlio non si rivolge nei momenti di crisi, cercando una risposta altrove.

SUGGERIMENTO: a piccole dosi, ridefinire i ruoli, inserendo piccole situazioni in cui il figlio rispetti e segua l’indicazione del genitore, per diventare un punto di riferimento per gli stessi.

C) Modello sacrificante

I genitori si sacrificano per il piacere e il soddisfacimento dei figli, esonerati da qualunque dovere. I genitori danno senza che venga fatta ai figli alcuna richiesta, con l’aspettativa di essere ricompensati e di garantire al proprio figlio standard di vita elevati.

Il genitore non è un modello da seguire, sacrificando se stesso a discapito della propria identità che, non venendo coltivata, non può essere imitata o desiderata. Di conseguenza il genitore sarà il parafulmine e il figlio colui che calpesta e che cerca riferimenti forti altrove, con spesso esiti non auspicabili. D’altra parte difficilmente il figlio impara che per ottenere qualcosa se lo deve meritare, con conseguente elevata probabilità di non riuscire a realizzarsi e di capitolare alla minima difficoltà. Se il ragazzo non trova modelli validi inoltre spesso ripropone lo stesso modello genitoriale diventando a propria volta il parafulmine di partner complementari.

SUGGERIMENTO: creare al figlio una piccola difficoltà quotidiana da superare da solo per allenarlo a doversi meritare ciò che desidera. 

D) Modello intermittente

Si caratterizza per una forte ambivalenza: le posizioni assunte dai membri della famiglia mutano continuamente, i genitori passano continuamente da una posizione all’altra, con l’invio di messaggi inevitabilmente contradditori.

La costante è il continuo cambiamento in assenza di punti di riferimento e di basi sicure. Chiara è l’incapacità di tutti non tanto a prendere decisioni o ad individuare le strategie più idonee alla risoluzione di problemi o di conflitti, ma a mantenerle.

SUGGERIMENTO: individuata una strategia ritenuta valida, mantenerla per un periodo di almeno 3 mesi perché possa esplicare i propri effetti, per raggiungere l’obiettivo propostisi nell’immediato, e trasmettere un senso di stabilità ai figli.

E) Modello delegante

I genitori delegano ai propri figli o ad altre figure di riferimento sia esterne che interne alla famiglia, come rispettivamente per esempio i nonni e la scuola, la responsabilità di decidere o l’onere di scegliere, quando dovrebbero essere i primi a farlo. I ragazzi apparentemente ne traggono vantaggio, divenendo abili nell’individuare le strategie più favorevoli per ricevere assensi. Nel tempo, le regole vengono messe in discussione in diverso modo dalle troppe figure di riferimento, senza che i figli abbiano dei punti di riferimento stabili.

I genitori non sono autorevoli, i nonni possono essere efficaci intermediari per raggiungere i propri interessi ma nei momenti difficili non rappresentano una guida, la scuola quando si assuma la responsabilità che comunque non le è propria verrà comunque e a prescindere boicottata diventando il parafulmine per continuare a non assumersi le proprie responsabilità.

SUGGERIMENTO: un piccolo rischio quotidiano nell’assunzione di responsabilità da parte del genitore nei confronti del figlio, per rappresentare un modello da imitare per la prole.

F) Modello autoritario

Un genitore o entrambi, ma più frequentemente il padre, cercano di esercitare il proprio potere sui figli. La vita in famiglia è improntata al senso della disciplina e del dovere, così come al controllo dei propri bisogni o desideri, e i figli non hanno voce in capitolo. L’atmosfera familiare è in genere piuttosto tesa; il padre è dominante e gli altri sono i suoi sudditi, con la madre che spesso cerca di mediare in caso di posizioni divergenti.

SUGGERIMENTI: alla mamma un piccolo boicottaggio ogni volta in cui si crea una difficoltà in direzione di tirarsi fuori dalla dinamica conflittuale portata allo stremo, sia in caso di braccio di ferro tra genitore e figlio, sia in caso di chiusura da parte del figlio all’autoritarismo genitoriale. Al babbo un piccolo atto di flessibilità/morbidezza al giorno. Il tutto al fine di poter rappresentare un modello da seguire e da imitare, oltre che un porto sicuro.

In definitiva, padre, madre e figlio sono tre persone distinte che insieme formano un’unità di entità ognuna dotata di vita propria; tre corpi, tre menti, tre mondi separati ma tenuti insieme da un filo sottile. È invisibile, non tangibile; una linea di sangue che rende i destini di questi tre esseri distinti intrecciati e reciprocamente influenzabili.

Se questo può apparire di primo acchito unicamente una risorsa per ognuna delle parti, talvolta si trasforma in un limite che blocca, inquina, impedisce a una o più delle parti del sistema di crescere e di evolversi nella realizzazione delle proprie potenzialità; una corda di acciaio non estendibile oltre la propria lunghezza che limita e non permette, nel nostro caso specifico al figlio, di andare oltre e di emanciparsi. Per poter costruire una propria identità, il ragazzo deve ribellarsi al ruolo proposto dal genitore e tale ribellione, porta a definire da un lato le proprie caratteristiche quale persona separata, dall’altro il proprio concetto di sé quale essere distinto e con tutte le risorse per divenire autonomo nella gestione di se stesso.

Ognuno recita la propria parte e l’aspetto meravigliosa e insieme destabilizzante è che così come generalmente si vive per arrivare un giorno a morire, si diventa genitori per lasciare il proprio posto nel mondo a una parte di sé.

 

Per approfondimenti, si consigliano le seguenti letture: