DI CHE FAMIGLIA SEI?

di Elisa Balbi

 

La famiglia è “l’elemento fondamentale, naturale della società” (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948). Se ciò è vero e con uno sguardo lievemente cinico ma soprattutto pragmatico, potremmo affermare che, considerato che l’essere umano è per natura sociale, allora la famiglia, che è una costruzione sociale, è parte della natura stessa dell’uomo. L’uomo ha bisogno degli altri in vario modo e misura per sopravvivere prima e per realizzarsi poi; la famiglia è quindi funzionale alla sopravvivenza e alla possibilità di realizzazione di ogni essere umano. Fin qui nulla da eccepire, se non fosse che nelle famiglie ci si nasce, non le si scelgono e, d’altra parte, esse non possono essere rinnegate quando disfunzionali; di conseguenza, come accade per tutto ciò di cui non possiamo fare a meno e che non dipende del tutto da noi, obiettivo e desiderio di ognuno dovrebbe essere quello di farle funzionare al meglio, pena sofferenze e investimenti emotivi molto poco economici.

La descrizione delle varie tipologie di famiglia in relazione ai diversi stili educativi nei confronti dei figli è stata oggetto di numerosi studi (Palmonari, 2008, per chi volesse approfondire) che hanno di volta in volta esaminato quale modello potesse produrre esiti più favorevoli.

In Italia, la ricerca-intervento effettuata da Giorgio Nardone e collaboratori ha portato all’individuazione di sei modelli di gruppi familiari, pubblicati in forma estesa nel libro Modelli di Famiglia (Nardone, Gianotti, Rocchi, 2001). Tali modelli non sono di per sé sani o patologici, ma costituiscono quelle modalità interattive che possono rappresentare, se flessibili, una fondamentale risorsa per il ragazzo in crescita e per l’intero sistema, ma quando si irrigidiscono divengono più fragili e possibili corresponsabili di nodi problematici.

Analizzando il processo da un punto di vista strategico e orientato alla soluzione, se è vero infatti che ci si può intrappolare attraverso quello che si cerca di fare per risolvere una situazione problematica o ritenuta tale, allo stesso modo è possibile agire sui medesimi tentativi orientandoli diversamente per la soluzione del problema e per la costruzione di un equilibrio funzionale per le persone facenti parti del sistema (Nardone, 1990, 1995, 2004, Nardone, Balbi, 2008; Balbi, Artini, 2009). Sono le soluzioni che funzionano che ci forniscono informazioni su come si è formato il problema e, grazie a tali informazioni, è possibile individuare che cosa sarebbe opportuno fare o evitare di fare perché un bambino non diventi uomo. Se assumiamo questa modalità di procedere allora sarà possibile non solo intervenire sul problema calzando le soluzioni al tipo di difficoltà manifestata e non viceversa, ma avere a disposizione uno strumento che possa essere applicato, con le opportune varianti, a molte situazioni in un’ottica di prevenzione, di intervento e anche di formazione.

Obiettivo della presente riflessione è proprio quello di fare un primo passo nella direzione di cui sopra, che consiste in primis nel prendere atto di quale dei modelli risuoni maggiormente con il proprio, evidenziandone il limite. Questo permetterà di avere uno sguardo globale sui possibili panorami familiari, di individuare quello più rispondente a sé e, di conseguenza, i possibili punti di irrigidimento di ognuno, così da poter scoprire non come cambiare, ma come utilizzare al meglio le risorse del modello stesso e, contemporaneamente, come riuscire ad evitare di venirne fagocitati.

Mi piace inoltre, proporre un piccolo suggerimento al fine di poter continuare a recitare lo stesso modello, ma con quella giusta dose di flessibilità che lo renda una risorsa per lo svolgimento del difficile ma meraviglioso compito del genitore autorevole, che è quello di educare i propri figli, mostrandosi attenti e sensibili ai loro bisogni ma al tempo stesso stimolandone la crescita attraverso richieste appropriate e ragionevoli in relazione alle loro capacità (Adolescenti violenti - Balbi, Boggiani, Dolci, Rinaldi, 2009).

A) Modello iperprotettivo

Mission dell’adulto è rendere la vita dei propri figli meno complicata possibile, fino a giungere ad agire al loro posto. Il motto è: “Dicci cosa ti manca che te lo procureremo noi” che, esplicitamente un messaggio d’amore, nasconde una sottile squalifica, ossia: “Faccio tutto per te perché da solo non ce la faresti”, che talvolta diventa una profezia che si autorealizza. Il genitore è affidabile nel proprio essere presente, ma squalificante nel messaggio di incapacità che indirettamente trasmette.

SUGGERIMENTO: un piccolo boicottaggio al giorno all’iper – presenza, per contribuire alla costruzione del senso di autostima del pargolo..

B) Modello democratico-permissivo

Domina l’assenza di gerarchie; genitori e figli sono amici. I fini da perseguire sono armonia e assenza di conflitto. Le regole sono concordate tra e possono essere negoziate; piuttosto che punire si ragiona insieme sul comportamento da adottare.

Il genitore non riesce a guidare, a supportare, a rassicurare ma è un amico alla pari a cui il figlio non si rivolge nei momenti di crisi, cercando una risposta altrove.

SUGGERIMENTO: a piccole dosi, ridefinire i ruoli, inserendo piccole situazioni in cui il figlio rispetti e segua l’indicazione del genitore, per diventare un punto di riferimento per gli stessi.

C) Modello sacrificante

I genitori si sacrificano per il piacere e il soddisfacimento dei figli, esonerati da qualunque dovere. I genitori danno senza che venga fatta ai figli alcuna richiesta, con l’aspettativa di essere ricompensati e di garantire al proprio figlio standard di vita elevati.

Il genitore non è un modello da seguire, sacrificando se stesso a discapito della propria identità che, non venendo coltivata, non può essere imitata o desiderata. Di conseguenza il genitore sarà il parafulmine e il figlio colui che calpesta e che cerca riferimenti forti altrove, con spesso esiti non auspicabili. D’altra parte difficilmente il figlio impara che per ottenere qualcosa se lo deve meritare, con conseguente elevata probabilità di non riuscire a realizzarsi e di capitolare alla minima difficoltà. Se il ragazzo non trova modelli validi inoltre spesso ripropone lo stesso modello genitoriale diventando a propria volta il parafulmine di partner complementari.

SUGGERIMENTO: creare al figlio una piccola difficoltà quotidiana da superare da solo per allenarlo a doversi meritare ciò che desidera. 

D) Modello intermittente

Si caratterizza per una forte ambivalenza: le posizioni assunte dai membri della famiglia mutano continuamente, i genitori passano continuamente da una posizione all’altra, con l’invio di messaggi inevitabilmente contradditori.

La costante è il continuo cambiamento in assenza di punti di riferimento e di basi sicure. Chiara è l’incapacità di tutti non tanto a prendere decisioni o ad individuare le strategie più idonee alla risoluzione di problemi o di conflitti, ma a mantenerle.

SUGGERIMENTO: individuata una strategia ritenuta valida, mantenerla per un periodo di almeno 3 mesi perché possa esplicare i propri effetti, per raggiungere l’obiettivo propostisi nell’immediato, e trasmettere un senso di stabilità ai figli.

E) Modello delegante

I genitori delegano ai propri figli o ad altre figure di riferimento sia esterne che interne alla famiglia, come rispettivamente per esempio i nonni e la scuola, la responsabilità di decidere o l’onere di scegliere, quando dovrebbero essere i primi a farlo. I ragazzi apparentemente ne traggono vantaggio, divenendo abili nell’individuare le strategie più favorevoli per ricevere assensi. Nel tempo, le regole vengono messe in discussione in diverso modo dalle troppe figure di riferimento, senza che i figli abbiano dei punti di riferimento stabili.

I genitori non sono autorevoli, i nonni possono essere efficaci intermediari per raggiungere i propri interessi ma nei momenti difficili non rappresentano una guida, la scuola quando si assuma la responsabilità che comunque non le è propria verrà comunque e a prescindere boicottata diventando il parafulmine per continuare a non assumersi le proprie responsabilità.

SUGGERIMENTO: un piccolo rischio quotidiano nell’assunzione di responsabilità da parte del genitore nei confronti del figlio, per rappresentare un modello da imitare per la prole.

F) Modello autoritario

Un genitore o entrambi, ma più frequentemente il padre, cercano di esercitare il proprio potere sui figli. La vita in famiglia è improntata al senso della disciplina e del dovere, così come al controllo dei propri bisogni o desideri, e i figli non hanno voce in capitolo. L’atmosfera familiare è in genere piuttosto tesa; il padre è dominante e gli altri sono i suoi sudditi, con la madre che spesso cerca di mediare in caso di posizioni divergenti.

SUGGERIMENTI: alla mamma un piccolo boicottaggio ogni volta in cui si crea una difficoltà in direzione di tirarsi fuori dalla dinamica conflittuale portata allo stremo, sia in caso di braccio di ferro tra genitore e figlio, sia in caso di chiusura da parte del figlio all’autoritarismo genitoriale. Al babbo un piccolo atto di flessibilità/morbidezza al giorno. Il tutto al fine di poter rappresentare un modello da seguire e da imitare, oltre che un porto sicuro.

In definitiva, padre, madre e figlio sono tre persone distinte che insieme formano un’unità di entità ognuna dotata di vita propria; tre corpi, tre menti, tre mondi separati ma tenuti insieme da un filo sottile. È invisibile, non tangibile; una linea di sangue che rende i destini di questi tre esseri distinti intrecciati e reciprocamente influenzabili.

Se questo può apparire di primo acchito unicamente una risorsa per ognuna delle parti, talvolta si trasforma in un limite che blocca, inquina, impedisce a una o più delle parti del sistema di crescere e di evolversi nella realizzazione delle proprie potenzialità; una corda di acciaio non estendibile oltre la propria lunghezza che limita e non permette, nel nostro caso specifico al figlio, di andare oltre e di emanciparsi. Per poter costruire una propria identità, il ragazzo deve ribellarsi al ruolo proposto dal genitore e tale ribellione, porta a definire da un lato le proprie caratteristiche quale persona separata, dall’altro il proprio concetto di sé quale essere distinto e con tutte le risorse per divenire autonomo nella gestione di se stesso.

Ognuno recita la propria parte e l’aspetto meravigliosa e insieme destabilizzante è che così come generalmente si vive per arrivare un giorno a morire, si diventa genitori per lasciare il proprio posto nel mondo a una parte di sé.

 

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